Italia Arcobaleno

recensione e intervista a Giovanni Dall’Orto

Leggendo Italia Arcobaleno, scritto da Giovanni Dall’Orto e illustrato da Massimo Basili, edito per Edizioni Sonda, ci si trova immersi in luoghi e tempi che, seppur distanti, possiamo percepire e ritrovare; persino gli episodi citati sembrano spesso qualcosa di famigliare.

È un tour per ammirare con occhi differenti cinque città italiane: Firenze, Milano, Roma, Torino e Venezia; un percorso virtuale che è però anche un’occasione per riscoprire il patrimonio culturale del nostro paese e, perché no, viaggiare – guida alla mano – non appena sarà possibile.  

Ci trasporta in tensioni e speranze di epoche e persone che hanno avuto fortune e sfortune nel passato, attraverso immagini, aneddoti e opere d’arte che ci fanno conoscere la storia delle comunità lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, trans) italiane dal Rinascimento ad oggi.

Giovanni Dall’Orto, giornalista, storico e militante gay, con le illustrazioni di Massimo Basili, ci fa scoprire un’Italia non di certo nuova, ma sicuramente meno nota: la cronaca di amori e passioni, di vittorie e sconfitte di quanti ci hanno preceduto entro la comunità lgbt.


Ci aiuta a ripensare la storia il come luogo entro cui vive il presente e attraverso il quale possiamo riconoscerci e organizzarci, finanche ripensarci.


È un viaggio che può essere sì virtuale, ma anche fisico, girando – come lo stesso Giovanni Dall’Orto proponeva nelle sue visite guidate – tra le varie città.

Non è un elenco dei luoghi di interesse del nostro Paese, è anche di più: è il tentativo, ben riuscito, di portare alla luce l’importanza dell’inclusività, delle interazioni e degli scambi tra persone di diversi periodi storici e noi; non parla solamente di spazi fisici, ma ci cala nelle vite dei personaggi che hanno vissuto quei luoghi e quei tempi attraverso racconti, documenti processuali e opere d’arte.

È un invito alla memoria; è una sfida, ai pregiudizi e alla trascuratezza, che pone l’attenzione sull’importanza della cultura al fine di rendere visibili i contributi artistici, le discriminazioni, le battaglie politiche e le passioni presenti nel patrimonio italiano lgbt, e quindi nel nostro bagaglio culturale comune.

Così, incuriosite e appassionate da questo viaggio, abbiamo deciso di prolungare il nostro tour con l’autore ponendogli alcune domande alle quali ha risposto molto accuratamente, aprendo nuove narrazioni. 

Come crede che sarebbe cambiata la storia, e quindi anche le narrazioni, se oltre all’omosessualità si fosse reso manifesto anche il lesbismo con la stessa intensità e visibilità?


Dipende da per chi intendiamo che sarebbe cambiata. La repressione mirata del lesbismo non si è mai resa necessaria, perché le donne lesbiche erano già represse in quanto donne, quindi non occorreva una repressione specifica per il lesbismo. Prova ne sia che dove è esistita una legge specifica contro il lesbismo, essa è comunque stata infinitamente meno usata di quella contro l’omosessualità maschile.

Per il patriarcato la sessualità è, per definizione, maschile. L’uomo la agisce, la donna la subisce. L’uomo vale uno, la donna zero, assieme valgono dieci. Due uomini assieme sono una coppia dispari e quindi sbagliata, ma due donne assieme sono zero.

Fatico a far capire questo concetto nelle conferenze in cui discuto delle mie ricerche sulla repressione in epoca nazifascista. Le donne presenti sono spesso quasi offese del fatto che nei lager non fosse neppure prevista una categoria a parte per le donne lesbiche. Evidentemente non capiscono che la repressione sta proprio in questo dettaglio: che non sono neppure previste, neppure per i lager.


Il lesbismo è una non-sessualità, l’assenza del fallo maschile la rende una non-sessualità.


Eventuali leggi antiche contro le donne lesbiche avrebbero quindi reso più facile la vita per le storiche di oggi, perché ora avremmo molta più documentazione d’archivio, ma l’avrebbe peggiorata per le dirette interessate, ovviamente.

L’Inquisizione brasiliana praticava il “tempo di grazia” (che prevedeva l’assoluzione per tutti i peccati capitali confessati spontaneamente entro una certa data, dopo la quale i peccati emersi da tali confessioni erano puniti con la pena piena), e questo ha fatto sì che alcune donne abbiano prudentemente confessato cose per le quali non avevano mai attratto l’attenzione della giustizia. Da queste confessioni (la più famosa delle quali è quella di Filipa da Sousa) emergono relazioni e seduzioni anche decisamente “sfacciate” e palesi, che se fossero state messe in atto da maschi avrebbero sicuramente innescato una condanna per sodomia. In conclusione: se abbiamo pochi documenti sul lesbismo, ciò avviene solo perché lo sforzo di “coprire le tracce” riuscì meglio alle donne che agli uomini omosessuali.

Ogni itinerario attraversa dei luoghi dove sono avvenuti incontri e scontri; come crede che gli spazi fisici, la loro gestione e realizzazione possano incentivare od ostacolare la percezione delle comunità lgbt, e la vita stessa di queste?


La sottocultura omosessuale è una sottocultura squisitamente urbana. Nelle mie ricerche ho notato che esiste addirittura una “massa critica” (attorno alle centomila persone) superata la quale si può essere praticamente certi di trovare documenti su una sottocultura omosessuale maschile. Per la sottocultura lesbica è stato invece necessario un altro tipo di rivoluzione, molto più recente, ossia quella che ha reso concepibile l’idea che una donna potesse vivere da sola guadagnandosi da vivere.

L’intera sottocultura omosessuale del XX secolo si basa in effetti sul presupposto che i giovani non vivano assieme alla famiglia e ne escano prima del matrimonio. Dunque il legame fra il tessuto delle città e le sottoculture omosessuali è molto stretto, e spesso anche molto percepibile.

Diversa è la mia risposta se mi state chiedendo se l’esistenza della sottocultura comporti l’esistenza o meno di un “quartiere gay”.


La risposta è no. Questo è un modo tipicamente americano di gestire la questione delle minoranze. A chi ha trovato naturale creare “Little Italy”, “Chinatown”; “Harlem”… viene spontaneo creare anche “Little Sodom”. 


Tuttavia il modello delle sottoculture omosessuali in Europa è diverso. Se ci facciamo caso, tutti i quartieri gay europei sono anche qualcos’altro: il Marais è anche il quartiere ebraico di Parigi, Kreuzburg è anche il quartiere turco di Berlino, Porta Venezia è anche uno dei quartieri con il più alto numero di locali africani a Milano… 

Spesso aspettarci che anche in Italia si formasse il mitico “quartiere gay” s’è rivelato un miraggio che ci ha fatto inseguire falsi obiettivi. Semplicemente, noi europei non ragioniamo come gli americani. E per fortuna, direi.

Il suo libro, specialmente in questo periodo di incertezze e quarantene, appare come un tentativo di avvicinare il pubblico alla narrazione storica attraverso immagini e luoghi quotidiani, o quantomeno noti, al fine di rendere più piacevole e familiare l’appartenenza del presente al passato che ci precede; quanto conta allora la memoria storica nelle lotte politiche al giorno d’oggi?


Direi, zero. I ragazzini e le ragazzine cresciuti sui social media vivono come più reali, più vicini alla loro realtà, Lady Gaga e i personaggi di Guerre stellari. Non è una battuta: sto parlando di quanto si appassionino quando discutono dei divi dello spettacolo, o dei film, e di quanto poco interessi loro della vita dei loro padri o dei loro nonni. La globalizzazione non tollera narrazioni diverse dalla narrazione unica, globale.

Da qui viene la necessità di fare “toccare con mano”, con questa guida, che la storia non è l’elenco di nomi e date mortalmente noioso che ti ficcano nel cervello a scuola, ma il racconto di esseri umani reali, talmente reali che tu calpesti il suolo che hanno pavimentato loro, vivi nelle case che hanno costruito loro, parli la lingua che hanno creato loro… 

Ed ho visto che questo metodo funziona, e in qualche caso addirittura appassiona.

Ci conduce in un viaggio costellato di molti personaggi maschili, alcuni femminili e pochissimi casi che oggi possiamo definire trans; la mancanza di materiale reperibile riguardo le ultime due categorie fa pensare ad un oblio sociale nei loro confronti. Tuttavia, lei cita Rolandina Roncaglia, Soccorsa Cassone, la Corsetta e il Moro suo convivente, Romanina Cecconi e per finire la Marietta. Ognuna delle loro vite è contraddistinta dal coraggio quanto dalle ripercussioni subite. Nei suoi tour come reagivano i partecipanti alle narrazioni di queste vite?


In nessuno dei giri che ho organizzato i partecipanti hanno mai reagito in modo da far pensare che considerassero le persone trans come estranee alla narrazione del resto della storia lgbt. Quindi non ho notato reazioni diverse da quelle verso i personaggi lgbt.

Romanina Cecconi (la Romanina) ha avuto una vita difficilmente riassumibile ma di grande importanza, non solo all’interno della comunità lgbt ma per il riconoscimento di ognuno di noi. Anche nel suo caso la narrazione si intreccia con l’esperienza estetica e artistica, dalla scelta degli abiti quando lavorava in bottega fino al palcoscenico, un’identità come performance consapevole per la quale vale la pena battersi: quanto conta l’arte nella diffusione culturale rispetto alle tematiche lgbt?


I personaggi viventi li ho evitati, nella guida, per prevenire accuse di invasione della privacy. Peccato, perché La Romanina ebbe un ruolo di portabandiera della rivendicazione prima ancora che nascesse un movimento lgbt a Firenze, già nei primi anni Sessanta.

Quanto all’arte, be’, notoriamente agli artisti è sempre stata concessa una maggiore indulgenza, che fossero Leonardo, Caravaggio o Cellini coi loro garzoni, o Tommaso Sgricci col suo “monello” o, per arrivare a tempi più recenti, Giò Stajano, Luchino Visconti o Pier Paolo Pasolini che andavano in giro esibendo la loro ultima conquista. A loro sono stati concesse azioni che a un contadino o a un operaio non sarebbero mai state perdonate.

Quindi l’arte ha potuto essere uno dei veicoli più importanti della rivendicazione e dell’identità omosessuale nella storia, in quanto spazio relativamente più libero, per lo meno in certi periodi.

Ciò vale anche per le donne, solo che purtroppo il loro accesso al mondo dell’arte è stato a lungo contrastato; ciononostante abbiamo nomi come quelli di Laudomia Forteguerri o Maddalena Campiglia (che nella guida non appaiono) o Diodata Saluzzo Roero (che invece appare) o, in tempi più vicini ai nostri, alla folta colonia di battagliere artiste lesbiche della Rive Gauche parigina.

Rolandina Roncaglia, prima transgender della quale ci sia pervenuta la documentazione, visse in un periodo – quello di metà XIV secolo – connotato da un forte moralismo religioso e da un altrettanto pesante controllo della sfera privata; la colpa che le istituzioni le addosseranno sarà quella di sodomia e tanto basterà per aprire le indagini che culmineranno con la sua condanna al rogo. Secondo lei quanto ancora oggi la normatività sociale, i pregiudizi e i preconcetti, impongono alle persone lgbt l’obbligo di nascondersi?


Devo ammettere che, facendo un bilancio su 44 anni di militanza gay, ogni tanto mi chiedo se non abbiamo sbagliato tutto, vedendo quanto la visibilità continui a non essere apprezzata dal mondo lgbt. La doppia vita continua ad essere la regola, la visibilità un’eccezione, anche se a noi sembra che le persone lgbt visibili siano tante perché ovviamente vediamo solo loro. Ma non vediamo quelle, dieci volte più numerose, che svengono all’idea che la mamma venga a saperlo. Il bello è che di solito la mamma lo sa: il problema non è quindi che la mamma non sappia, ma che loro si vergognano all’idea di dirlo alla mamma. Basti vedere quante volte sui social media ti tocca discutere con icone di furries o manga dai nomi totalmente inventati. Totale anonimato!

Io però questo obbligo di nascondersi non lo vedo, salvo forse nelle famiglie di neonazisti o in quelle italiane di prima generazione, ancora legate a morali e narrazioni “altre”, che non concepiscono non tanto l’idea dell’omosessualità, quanto della sessualità non finalizzata alla famiglia e alle sue strategie matrimoniali (come avveniva anche in Italia fino al dopoguerra). Ma si tratta d’una minoranza: nella maggioranza dei casi l’ostacolo sta in gran parte nella testa della persona lgbt. Questo tema è stato anche l’oggetto di un altro mio libro, è molto interessante.

Come successe per Rolandina Roncaglia al momento della sua uccisione, anche recentemente assistiamo alla mancanza di riconoscimento di persone transessuali che, nonostante il cambio di identità e quindi di nome, al momento della dipartita vengono ricordate con il nome di battesimo. Questa volontà di non rispettare l’identità di qualcuno, un’identità scelta e perseguita, spesso con tantissimi sacrifici, da parte di amici e parenti quali cause crede possa avere?


La risposta che vi do io è bifronte. 

Da un lato credo ci sia una questione generazionale, nel senso che spesso abbiamo di fronte genitori o fratelli di ottanta anni, per i quali l’idea stessa di “transizione” è fuori dal novero delle narrazioni possibili, concepibili. Culturalmente non ci arrivano proprio.

Dall’altro però esiste un aspetto con cui il mondo T non ha voluto ancora fare i conti, e sul quale a mio parere dovrebbe lavorare di più: ossia il fatto che tutte le identità sono sempre socialmente negoziate, e il mio passato non appartiene solo a me, ma anche a tutti coloro che mi ricordano per ciò che sono stato. 


La persona con disforia spesso soffre troppo al ricordo del proprio passato per accettare l’idea che per altre persone quello possa essere invece un passato gradevole, a cui sono attaccate: il ricordo del proprio padre, fratello, figlio.


Secondo me si è lavorato troppo poco per conciliare i due corni della questione. Molte persone vivono come una violenza, un furto, il fatto che la figlia trans voglia “rubare loro” la memoria del figlio che hanno, che so, allattato. Se vanno indietro con la memoria, al loro seno non c’era una figlia, ma un figlio, almeno fino al momento della sua transizione. E non possono accettare la pretesa che loro non hanno mai allattato un bambino. La loro memoria dice una cosa diversa. Ogni insistenza contraria viene vissuta come un tentativo di furto della memoria.

Se guardiamo con attenzione, notiamo che siamo di fronte allo stesso tipo di assolutismo, ma in due varianti speculari: per certi parenti la transizione non è mai avvenuta, il figlio non è mai diventata figlia, per certe persone trans la transizione non è mai avvenuta, la figlia non è mai stata un figlio. Sono due posizioni che si annullano a vicenda, non possono arrivare a sintesi.

Forse la soluzione, penso io, è solo riconoscere che la transizione c’è stata, e che è inutile negare la realtà dei fatti, in un caso e nell’altro.

Non dico che funzionerà sempre. Ma se è per quello esistono anche genitori che, non so, uccidono i figli. Possiamo cercare di migliorare il mondo, ma la sicurezza sul fatto che i nostri sforzi avranno successo nel 100% dei casi non potremo mai averla.

Il XIV secolo è il periodo della peste, sappiamo che spesso e volentieri le epidemie venivano ricondotte a cause morali come la cupidigia e la sodomia e proprio in quest’ottica eziologica si avviava una vera e propria caccia ai trasgressori. Quanto crede possa aver influito la pestilenza nel favorire il controllo sociale e quindi la paura per ciò che appariva come “diverso” e per chi come Rolandina Roncaglia non rientrava nel quadro culturale vigente?


In realtà avendo letto e tradotto il testo della sentenza, posso dire che non ho riscontrato questo aspetto in quel caso, nonostante l’idea che la sodomia causasse le epidemie e i terremoti apparisse spesso nelle prediche e nei trattati di teologia. Per Rolandina la “Peste nera” fu l’esatto contrario: fu un’occasione di liberazione dai vincoli sociali, perché uccise sua moglie, rendendo possibile andarsene altrove e vivere come voleva. 

Parlando in Italia arcobaleno dell’omosessualità di Cesare Pavese (argomento super-tabù), cito alcuni versi, che una volta noto questo aspetto biografico assumono un altro significato:

Almeno potercene andare

far la libera fame, rispondere no,

a una vita che adopera amore e pietà,

la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani”.


Direi che questi versi riassumano da soli cinquemila anni di storia lgbt. Noi oggi semplicemente apparteniamo alle prime generazioni che hanno potuto infine realizzare questa aspirazione.


Tavole di Massimo Basili.
Grazie a Giovanni Dall’Orto e Edizioni Sonda!


Giovanni Dall’Orto – Massimo Basili, Italia Arcobaleno, Edizioni Sonda, Milano, 2020.