Una nuova era per gli USA?

Trump

Con 290 voti favorevoli, Joseph Biden e Kamala Harris – la prima donna (1) a ricoprire questo ruolo – vincono ufficialmente le elezioni per la presidenza e la vicepresidenza degli Stati Uniti d’America. Elezioni peculiari queste, non solo perché si sono svolte in un momento storico particolarmente delicato, con una pandemia globale in corso, ma anche perché il Partito Democratico ha dovuto sfidare forse uno dei personaggi più controversi della storia degli ultimi anni, l’ormai ex presidente Donald Trump

Certo è che non serviva la campagna elettorale per far emergere con chiarezza la personalità di Trump. Questi quattro anni di governo hanno esplicitato con evidenza la natura politicamente e umanamente immatura di questo personaggio, al punto da non tenere il classico convention speech in cui dichiara di essere stato sconfitto, di accettare questo risultato e in cui si congratula con il neo-presidente nonostante le divergenze di idee: ciò fa riflettere molto sull’approccio altamente sprezzante che l’imprenditore ha sempre avuto nei confronti di quelle stesse istituzioni democratiche che lo hanno portato a ricoprire la carica di presidente.

Al contrario, ha dichiarato di avere «easily win» e accusato i democratici, senza nessuna prova in mano, di aver rubato i voti (2). Questo discorso è stato, peraltro, giudicato come il più «disonesto» (3) dell’intera presidenza Trump e persino emittenti squisitamente repubblicane, come Fox, ne hanno preso le distanze dichiarando che i fatti denunciati dall’ex presidente devono essere ancora comprovati.


Quello di Trump è un personaggio molto istrionico, che non proviene da una formazione politica, ma dal mondo imprenditoriale in cui egli è il capo e ha un ruolo di comando.


La politica in un governo che si dichiara democratico è, in generale, fatta di dialogo e compromesso con le altre parti, dunque diventa essenziale la discussione e il diritto di esprimere il proprio pensiero è parte fondamentale di un sistema di questo tipo. In un certo senso la politica trumpiana ha cercato di reprimere qualsiasi forma di discussione: lo si può evincere anche pensando alle reazioni dell’ex presidente in merito alle vicende scaturite dopo l’omicidio razziale dell’afroamericano George Floyd.

Gli Usa, sotto la guida di Trump, hanno compiuto scelte forti quest’estate: si è preferito mandare l’esercito sui manifestanti al grido di Law and Order o dichiarare che il movimento antifascista è assimilabile alle organizzazioni terroristiche, piuttosto che interrogarsi sul perché sono scaturite reazioni da parte dei cittadini o indagare effettivamente sugli abusi da parte della polizia bianca americana. Questo è solo un esempio utile a evidenziare la gravità che sia proprio  un governo – portavoce di un’intera federazione – a vertere su decisioni di questo genere.

Diventa un fatto molto impattante a livello sociale: cercare di risolvere i problemi con la violenza è sempre la soluzione più comoda e veloce, ma in lungimiranza non porta a risultati efficaci né morali. Soprattutto, non può essere la soluzione adottabile da uno Stato di diritto e democratico, perché veicola un messaggio sbagliato alla popolazione, che invece dovrebbe imperniare la vita in società su valori totalmente opposti: la pace, il senso critico, il rispetto verso le minoranze e la diversità e l’unità delle parti sociali.


In questo senso Trump si è posto agli antipodi della democrazia, perché ha esercitato il suo potere come capo e non come leader, al fine di  portare avanti i suoi interessi e ideali personali, a discapito del bene collettivo.


La democrazia americana e il complesso sistema elettorale (4) su cui si poggia non sono esenti da critiche: per una Nazione che si presenta agli occhi del mondo come la “terra delle opportunità e della libertà”, l’aver avuto un presidente – eletto con la maggioranza dei voti dei grandi elettori, ma non rispecchiando la volontà della gran parte del popolo – che dichiaratamente ha portato avanti una politica basata sul razzismo, sulla misoginia e sulla violenza, che ha sempre parlato alla pancia delle persone facendo leva sugli istinti più beceri dell’animo umano, risulta un paradosso anacronistico e amorale. 

In totale discontinuità con questo tipo di politica sembrerebbe il discorso tenuto dal neo-presidente Biden, il quale si è richiamato per lo più al concetto di cura, inteso in duplice senso: da una parte c’è un significato pragmatico, in riferimento al momento storico di profonda crisi che il mondo sta affrontando – l’epidemia di coronavirus ha fatto guadagnare agli Usa il record mondiale di ricoveri e contagi da questa estate fino ad oggi; dall’altra parte il concetto di cura vale come senso metaforico come “cura dal trumpismo”, dal quale si può uscire solo se si collabora e se si è uniti come Nazione (5). 


Sembrerebbe questa una profonda rottura rispetto alla politica dei precedenti quattro anni, ma sarà effettivamente così?


Non sono prevedibili gli avvenimenti dell’immediato futuro, ma si può realmente dire che il modello politico Trump sia superato? Per l’America si apre davvero una fase nuova? Forse non proprio, perché Trump in qualche modo ha lasciato un segno sui neofiti della politica che trovano nel suo modello un metro di paragone molto forte, perché è quello che hanno esperito in maniera più consapevole (6). Inoltre, non va dimenticata un’altra considerazione importante nel mondo globalizzato e interconnesso in cui viviamo, le ultime elezioni si rivelano cruciali, in quanto i riverberi della politica americana riguardano anche l’Europa e il mondo tutto.

Che ci piaccia o no, l’America è la prima potenza globale e, come tale, gli effetti delle scelte statunitensi investono tutto il mondo occidentale. Il modello trumpiano ha trovato fervidi sostenitori in Europa tra le fila dei gruppi sovranisti che hanno appoggiato Trump nei modi più vari, anche talvolta scadendo nel ridicolo. Possiamo allora dire che il trumpismo non morirà di certo con Donald Trump, e per sradicarlo ci vorranno molto tempo, impegno, senso civico, rispetto delle istituzioni e giustizia sociale.


L’adempimento a questi valori non deve provenire solo ed esclusivamente dagli Usa: il mondo in generale deve fare uno sforzo per superare dialetticamente questa fase, prendendone coscienza per giungere a un atto di sintesi  in cui politiche di questo genere non abbiano più seguito.





(1) La vicepresidente degli Stati Uniti d’America non è solo la prima donna a ricoprire questa carica, ma è di origine giamaicana da parte di padre e indo-americane da parte di madre. Rappresenta quindi un punto di rottura con la tradizione statunitense sotto più punti di vista.

(2) Per il discorso integrale di Trump si veda il seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=m8aEo4U5ZnQ

(3) Cfr. https://edition.cnn.com/2020/11/05/politics/fact-check-trump-speech-thursday-election-rigged-stolen/index.html 

(4) Nel sistema elettorale statunitense grande importanza assume il Collegio elettorale degli Stati Uniti d’America, nato per volere della Costituzione. Esso si compone dei cosiddetti grandi elettori, che ogni quattro anni hanno il compito di eleggere il nuovo Presidente americano. I grandi elettori, in totale 538, sono nominati dai cittadini dei singoli stati, che delegano a loro il voto diretto. Dunque, il futuro Presidente, eletto dal popolo solo indirettamente, per vincere deve ottenere la metà più uno dei voti dei grandi elettori (270). Tuttavia, il problema americano è che non tutti gli Stati hanno lo stesso numero di Grandi Elettori presente nel Collegio. Questo comporta che, a seconda dello Stato in cui ci si trova, il voto ha un peso politico maggiore rispetto ad un altro. Inoltre, vi sono Stati che per tradizione votano sempre per il Partito Repubblicano e Stati che per tradizione votano sempre il Partito Democratico, dunque il vero “combattimento” degli sfidanti alla presidenza è in quegli Stati cosiddetti Swing o Purple, ovvero quelli dove non vi è una “tradizione” ma dove il voto semplicemente può oscillare da una parte piuttosto che dall’altra.

(5) Cfr. al link: https://www.ansa.it/usa_2020/notizie/2020/11/08/elezioni-usa-2020-joe-biden-presidente-eletto-casa-bianca_e5394e13-804d-4976-864d-f106737ca4d7.html

(6) Si consiglia, a proposito di queste riflessioni, il video di Alessandro Masala al link: https://www.youtube.com/watch?v=2l01f5U9uXg&t=2s

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