Malattia come metafora e L’Aids e le sue metafore

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In un momento storico come questo, in una società come quella in cui viviamo, le parole di Susan Sontag – non recentissime eppure così attuali – sono una luce nel buio

È passata da meno di  una settimana la Giornata Mondiale contro l’AIDS. Stiamo vivendo una pandemia che sta cambiando radicalmente le nostre vite. Quasi ognuno di noi ha visto amici o parenti ammalarsi, guarire o morire per il cancro.


Tali malattie, le epidemie e i tumori, così prepotentemente moderne, sono al centro dei saggi Malattia come metafora e L’Aids e le sue metafore raccolti in un unico volume edito da Nottetempo Edizioni. 


Un documento prezioso sempre, ma in particolare nella contemporaneità più recente, in cui ci siamo resi conto che quelle malattie infettive che ci sembravano echi di un passato ormai giunto al termine possono ancora minacciarci e ritornare a sconvolgere la nostra routine, rientrando a far parte del nostro vocabolario quotidiano. 

In particolare, nella “lotta” contro il Covid-19 ma, se ci pensiamo, anche relativamente ai tumori, utilizziamo un linguaggio metaforico (in particolare militaresco), denso di significati nascosti e carico di credenze e ideologie.

I saggi di Sontag, scritti dal il 1978 e il 1989, hanno in comune proprio questo tema e lo trattano attraverso l’analisi prima di cancro e tubercolosi (Malattia come metafora) poi di AIDS e altre malattie infettive (L’Aids e le sue metafore).


Il primo scritto, Malattia come metafora, appare principalmente come uno sguardo di confronto tra passato e presente. In esso l’autrice mostra le differenze linguistiche e, di conseguenza, letterarie, tra tubercolosi e cancro. 


La TBC era la malattia degli artisti, dei geni. Largamente romanticizzata, la tubercolosi ha influenzato la società intera sino al momento in cui, capendone le cause e scoprendone la cura (la streptomicina), si è riusciti a controllarla, diminuendo la mortalità. La letteratura ci mostra tutti quei miti che ruotavano attorno alla Tbc nei secoli scorsi e persino la moda ne fu ispirata. Corpi magri, ma aggraziati; il pallore che contrastava con il rossore delle guance dovuto alla febbre; la morte lenta, ma dignitosa e apparentemente “elegante”: la tubercolosi appariva come la malattia delle intelligenze sensibili e dell’innocenza. Si era riusciti, insomma, a rendere affascinante una patologia tanto terribile e devastante da fare un numero elevatissimo di vittime. 

Non si è romanticizzato, però, il cancro – almeno negli anni in cui Sontag scrive – e non lo si è fatto perché si vedono in modo totalmente diverso i malati di tumore rispetto ai tubercolotici


Il cancro si vede sulla pelle, causa delle protuberanze e a volte sfigura il volto. Chi lo ha non è un eroe, una persona passionale e romantica, anzi spesso lo si considerava come tipico dell’individuo represso.


Soprattutto, però, a chi ha il cancro si dà spesso la colpa della propria malattia. A parte per le leucemie, ad esempio, di frequente e ancora oggi, chi è afflitto dal cancro viene considerato responsabile di ciò che ha, perché non ha avuto uno stile di vita sano oppure perché figlio di una società “malata”. Inoltre, spiega Sontag, accanto a questo tipo di colpevolizzazione, spesso si tende a psicologizzare la malattia, sottintendendo che il malato di cancro lo è diventato per cause mentali, perché lo voleva. 

Insomma, gli immaginari legati alla TBC e ai tumori sono molto diversi. La morte di cancro spesso è accompagnata da dolori lancinanti e la sua scoperta è vista, sin dall’inizio, come una condanna da cui non è possibile sottrarsi. Inoltre, esso è concepito come qualcosa che invade il corpo da fuori, è una possessione, mentre la TBC era vista in passato, prima della scoperta delle sue cause, come una malattia dell’io, che nasceva da dentro e che spegneva l’individuo dall’interno, in maniera più “delicata”. 

Sontag ammette che le metafore riguardanti il cancro, con il miglioramento delle prospettive di cura, diventeranno obsolete. Con il senno di poi, possiamo noi stessi ragionare se attualmente è così (e in parte lo è), o se queste immagini siano ancora presenti, almeno nelle nostre menti. Io credo di sì, se guardo alle mie esperienze dirette.


Nella seconda parte del libro, L’AIDS e le sue metafore, molto illuminante letto oggi, attraverso gli occhi della paura di un virus estremamente trasmissibile con rapidità, Sontag riprende lo scritto precedente, rivolta al presente e al futuro.


Il saggio è composto a fine anni Ottanta, in un decennio in cui l’AIDS appare ancora devastante e incurabile. Questo testo, almeno per quanto riguarda l’HIV, può essere considerato desueto rispetto ai protocolli odierni che hanno reso decisamente meno terrificante questa malattia. Non è però passato tanto da quei giorni terribili e le cose che si sono dette – discriminatorie e umilianti – e soprattutto quelle credenze non sono così lontane. Associando, erroneamente, l’AIDS ad omosessualità e droghe, le persone vengono viste come “sovversive” dell’ordine costituito. Come sostiene Sontag: «L’Aids occupa un posto così importante nella nostra coscienza a causa di ciò che rappresenta. Sembra il perfetto emblema di tutte le catastrofi da cui le popolazioni privilegiate si sentono minacciate» (1). 

Al di là del significato sociale attribuito a questa malattia, questo saggio risulta attuale perché l’immaginario dell’Aids è confrontabile con le idee legate ad altre malattie infettive. Queste ultime, dice Sontag con grande lucidità, sono inevitabili nella nostra società iperconnessa, in cui le persone viaggiano per piacere o lavoro ed emigrano per disperazione (2). 


Insomma, la filosofa, pur scrivendo un po’ di anni fa, sembra parlare di noi. Lo fa, però, con un fine nobile: liberare i malati dalle metafore.


Sin dalla prima pagina, intensa e commovente, barcamenandosi tra una malattia e l’altra, Sontag mette in chiaro qual è il suo scopo: liberarci dal giogo legato a tali metafore. In particolare bisogna mettere al bando quella militare, perché contribuisce a stigmatizzare il malato e a oggettivizzare il  suo corpo (che diventa un “campo di battaglia”), rendendolo vittima e nemico

Questi temi non possono che essere spunto di riflessione anche (e soprattutto) oggi: perché stiamo usando e abusando delle metafore militari. Sontag è chiara e le sue parole non possono che colpirci: «Quanto alle metafore, quelle militari, io direi, se mi è concesso parafrasare Lucrezio: restituiamole a chi fa la guerra».


Susan Sontag, Malattia come metafora e L’Aids e le sue metafore, Milano, Nottetempo, 2020

Grazie a Nottetempo!





(1) Susan Sontag, Malattia come metafora e L’Aids e le sue metafore, Milano, Nottetempo, 2020, p. 221.

(2) Ivi, p. 231.

(3) Ivi, p. 234.