Stai zitta

0
505

Sul fatto che il linguaggio sia uno degli strumenti fondamentali di creazione della realtà e di azione all’interno di essa ci siamo già espresse in più occasioni. Per fortuna non siamo le sole a farlo, come dimostra anche l’ultimo lucidissimo saggio di Michela Murgia, Stai zitta, edito da Einaudi. 

A chiarire l’urgenza di questa continua analisi linguistica e alla relativa correttezza semantica è l’autrice stessa nelle ultimissime pagine del testo:

«Sottovalutare i nomi delle cose è l’errore peggiore di questo nostro tempo, che vive molte tragedie, ma soprattutto vive quella semantica, che è una tragedia etica. […] Sbagliare nome vuol dire sbagliare approccio morale e non capire più la differenza tra il bene che si vorrebbe e il male che si finisce a fare.» (1)

Ed è anche per questo che uno dei capitoli di questo saggio è dedicato a una questione che sembra al tempo stesso molto vecchia e sempre nuova, quella delle molestie che “sono solo complimenti”, tornata al centro del dibattito proprio in questi giorni. Tocca di nuovo spiegare che no, i fischi per strada da parte di sconosciuti non sono solo complimenti. 


In Stai zitta, Murgia affronta in modo metodico e lucidissimo le “frasi che non vogliamo sentire più” (come esplicita il sottotitolo del libro), ovvero il ricchissimo campionario di affermazioni che vengono continuamente rivolte alle donne allo scopo di delegittimarle, ridimensionarle, rimetterle al loro posto.


Dall’affermazione che oramai la parità è raggiunta e sarebbe forse il momento di introdurre le “quote azzurre”, fino alle donne che sono le peggiori nemiche delle altre donne, passando per classici sessisti come “sei una donna con le palle” e il fenomeno del mansplaining, Murgia traccia un’analisi socio-culturale del reale significato di queste affermazioni e dei comportamenti a esse associati, senza risparmiarci esempi tratti dalla cronaca, dai mezzi di comunicazione e dalla sua stessa esperienza.


Di fronte a tutto questo risulta difficile, anche volendo, nella confortante bugia che non esista più discriminazione.


Il risultato è una sorta di manuale per comprendere e disinnescare alcuni dei fenomeni più presenti nel sessismo quotidiano che, attraverso un uso tutt’altro che casuale della lingua, legittima e perpetua il sistema patriarcale e i suoi valori, relegando le donne a un ruolo che, anche quando hanno successo, rimane quasi sempre ancillare e secondario. 

Particolarmente illuminanti il capitolo sull’uso dei nomi propri (mai dei cognomi e nemmeno dei titoli) e di espressioni alternative dal suono dolce ma dalla portata distruttiva (“ragazza”, “signora” e “signorina”, fino al gettonatissimo “una donna”) e quello già citato sulle molestie che sarebbero solo complimenti, dove in pochi paragrafi Murgia ricostruisce le caratteristiche fondamentali della cultura dello stupro svelando perché, in fin dei conti, il consenso femminile sia sistematicamente considerato superfluo. 

Se è vero che nascere in una società sessista ci ha fatto introiettare i suoi valori, libri come Stai zitta ci aiutano a non farci più ingannare dallo zucchero di ingenuità e buone intenzioni che spesso ci viene somministrato per farci mandar giù l’amaro status quo del patriarcato. 


M. Murgia, Stai zitta. E altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Einaudi, Torino, 2021.

(1) p. 111.