Noli me tangere: panoramica sul disgusto

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Disgusto

Disinfettarsi le mani con l’amuchina, usare sempre la mascherina nei luoghi chiusi, mantenere il metro di distanza. Le regole igieniche da seguire necessariamente durante questa pandemia hanno rafforzato la consapevolezza della presenza altrui. È più facile notare qualcuno che cammina per strada, se si diventa timorosi anche al semplice tocco di un estraneo.  


L’accresciuta intolleranza al contatto di un altro essere umano invita a riflettere sul ruolo del disgusto nella società contemporanea.


Quella società in cui l’attività lavorativa viene sempre più mediata dallo schermo del computer (quarantena o no) e in cui le relazioni interpersonali nascono grazie alle tastiere degli smartphone, ci rende fisicamente più sensibili e anche più vulnerabili: se qualcuno in treno ci sfiora il braccio inavvertitamente, non possiamo fare a meno di ritrarci. Bisogna comprendere se la facilità con cui oggi tutto suscita disgusto sia un bene oppure un male. 

Darwin attribuiva l’origine evolutiva del disgusto alla necessità di proteggere l’organismo da cibi pericolosi (1). Sviluppata la capacità verbale, l’uomo avrebbe conservato questa forma di difesa ampliando progressivamente la categoria degli oggetti disgustosi. Non solo il cibo, ma anche certi animali o addirittura alcuni atteggiamenti morali suscitano ribrezzo: le persone oltremodo servili somigliano a quelle sostanze appiccicose che si attaccano alla pelle; la falsa cortesia rimanda alla stucchevolezza di alcuni dolci che, mangiati in eccesso, provocano il voltastomaco.

L’immediatezza del disgusto lo renderebbe, di primo acchito, una guida rapida in situazioni di questo genere: il fatto che gli atteggiamenti melliflui vengano associati alle caratteristiche degli oggetti nauseanti è un indizio per diffidare di qualcuno che si comporta in questo modo. Inoltre, sentirsi disturbati e disgustati di fronte a episodi che vanno contro la nostra etica è indice della nostra levatura morale, perché avvertiamo non solo che un’azione è ingiusta, ma manifestiamo fisicamente il nostro disagio, provando nausea o sentendo la pelle accapponarsi. Non a caso, siamo soliti affermare “mi disgusti” di fronte a gesti di slealtà, falsità o prepotenza nei confronti di terzi.


D’altro canto, non sempre i giudizi elaborati a partire dal disgusto sono corretti.


Infatti, esso esorta a fuggire da tutto ciò che potrebbe ricordare all’uomo l’animalità che si è lasciato alle spalle nel cammino della civilizzazione. Ne consegue che per rimarcare la nostra superiorità rispetto al resto degli esseri viventi, spesso abbiamo bisogno di un gruppo umano contro il quale schierarci che giunge ad incarnare la linea di confine tra la vera umanità e la vile animalità. Se questi esseri semianimali si frappongono tra noi e la nostra animalità, allora ci sentiamo un po’ più lontani dalla condizione animale e dalla mortalità (2).

Si spiegano, dunque, molte azioni motivate dal disgusto, come l’aggressione omofoba perpetrata ai danni di Jean Pierre Moreno e Alfredo Zenobio alla stazione di Valle Aurelia (Roma) a fine febbraio. Qual è la ragione di questo attacco violento? Potrebbe essere la rabbia, come reazione a un torto subito, ma l’ira è scatenata da una diretta lesione che, nel caso citato, non è avvenuta. Un’altra possibile ragione è il disprezzo, però esso si manifesta spesso con l’ironia o addirittura con l’indifferenza. Il disgusto, invece, agisce diversamente: la visceralità della sensazione non rende possibile ignorare l’oggetto che si ha di fronte. L’omofobo è minacciato anche solo da una manifestazione d’amore che entra nel suo campo visivo. È questo che rende il disgusto tanto pericoloso: la nausea, i brividi, il ribrezzo sembrano ragioni sufficienti per liberarsi della “fonte maligna” che potrebbe macchiare l’identità dell’uomo disgustato.


Questa sensazione si è accentuata nell’era del covid in cui il disgusto si rivolge non solo a quei gruppi specifici che non tolleriamo ordinariamente, ma si è generalizzato verso tutti coloro che non conosciamo e con cui entriamo in contatto.


Infatti, le necessarie misure di sicurezza hanno avuto come involontario effetto psicologico una maggiore diffidenza verso il prossimo: il vicino alla cassa del supermercato o chi ha usato prima di noi lo sportello automatico del bancomat potrebbero essere positivi al virus.

Eliminare il disgusto non è un bene dato che si configura come istinto di sopravvivenza, ma questo non lo rende una scusa legittima per ledere gli altri. Bisogna imparare a distinguere il disgusto verso gli oggetti da quello che proiettiamo sulle persone, operando una riflessione sui nostri stati emotivi. Indirizzare il disgusto in contesti inoffensivi e purificatori è detto sublimazione ed è tipico dell’esperienza artistica, che offre al pubblico la possibilità di sfogare pulsioni irrefrenabili all’interno di una finzione che si interroga sulla reale natura dell’uomo. 

Si prendano in considerazione ad esempio le performance di Hermann Nitsch (3): le sue opere non sono mera provocazione, ma aiutano l’uomo ad accettare la presenza di un’ineliminabile parte animale che la razionalità occidentale ha tentato di spazzare via. Il sangue, gli animali smembrati e le ossa, oggetti disgustosi, diventano un modo per confrontarsi con il tema della morte in un modo brutale e catartico. Provare disgusto rivedendo le immagini di Teatro delle Orge e dei Misteri, il lavoro più celebre di Nitsch, è perfettamente normale e l’artista austriaco raggiunge il suo obiettivo tanto più forte è la sensazione che infonde nello spettatore.


In questo modo, l’arte diventa veicolo di un processo di purificazione che ristabilisce la nostra dimensione umana, quindi anche quella animale.





(1) C. Darwin, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, a cura di G. A. Ferrari, Bollati Boringhieri, Torino 1982, p. 325.

(2) M. Nussbaum, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, tr. it. C. Corradi, Carocci Editore, Roma 2005, p.135.

(3) Esponente dell’Azionismo viennese, movimento artistico contemporaneo noto per la realizzazione di opere violente, spesso a sfondo sessuale.