L’età forte

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L'età forte

Simone de Beauvoir (1908 – 1986), oltre ai saggi e ai romanzi che hanno consacrato la sua penna, è stata autrice anche di un importante ciclo autobiografico, composto da quattro volumi: Memorie di una ragazza perbene, del 1958; L’età forte, del 1960; La forza delle cose, del 1963; e A conti fatti, del 1972. 

In essi, oltre alla vita e alle vicende strettamente personali della filosofa, trovano posto anche importanti riflessioni filosofiche che, per il modus stesso della narrazione – autobiografico, intimo e colloquiale –, lungi dall’appesantire il testo, lo impreziosiscono. 

Ci soffermiamo in particolar modo sul secondo volume autobiografico, L’età forte, che è dedicato a Sartre e copre circa un quindicennio della sua vita, dal 1929 al 1944. L’età forte è, per De Beauvoir, l’età nella quale il mondo che la circonda è un caleidoscopio di posti da esplorare, volti da conoscere, libri da studiare, persone da amare. 


È l’età dell’ottimismo, dei vent’anni che si trasformano nei trenta, delle consapevolezze che aumentano senza scalfire in alcun modo la brillante leggiadria della giovinezza.


Dell’età adulta, la filosofa sente di condividere la giudiziosità e la dedizione al lavoro, ma «non ero la donna adulta che gli altri vedevano in me: vivevo un’avventura personale alla quale non poteva veramente applicarsi nessuna categoria.» (1)

L’età forte è anche l’età nella quale la relazione con Sartre assume una sua propria fisionomia, che informa di sé tutte le persone che ruotano intorno alla coppia, da cui pure sono intimamente influenzate, in un circolo virtuoso che rende così interessanti gli scorci di conversazioni che la filosofa ci offre. De Beauvoir racconta che forse solo in due giorni, nell’arco di tutta la loro vita, si sono addormentati in disaccordo, tanto grande è la considerazione nella quale tengono la comunione di vedute. Tali vedute, tuttavia, prendono strade diverse ma complementari quando si parla del rapporto tra letteratura e vita:

«Io sostenevo che la realtà va al di là di tutto ciò che se ne può dire; bisognava affrontarla nella sua ambiguità, nella sua opacità, invece di ridurla a significati che si lasciano esprimere a mezzo di parole. Sartre rispondeva che se ci si vuole appropriare delle cose, come noi volevamo, non basta guardare e commuoversi: bisogna afferrarne il senso e fissarlo in frasi. […] Comunque, questa divergenza tra noi si sarebbe protratta per molto tempo; io tenevo prima di tutto alla vita nella sua presenza immediata, e Sartre prima di tutto alla scrittura. Tuttavia, poichè io volevo scrivere, e a lui piaceva vivere, raramente entravamo in conflitto.» (2) 


La verità è, per De Beauvoir, una sola: semplicemente, ne colgono due aspetti differenti ma assolutamente in armonia.


Sartre è colpito dal mondo che lo circonda «sotto una forma disincarnata» (3), la filosofa è invece fermamente convinta che la realtà vada afferrata prima di tutto nella sua presenza

«Più volte mi spiegò che uno scrittore non poteva avere altro atteggiamento; chi non prova nulla non può scrivere, ma se la gioia o l’orrore ci soffocano senza che noi riusciamo a dominarli, saremo egualmente incapaci di esprimerli. A volte gli davo ragione, ma altre volte mi dicevo che le parole fissano la realtà solo dopo averla assassinata; lasciano sfuggire ciò che v’è in essa di più importante: la sua presenza.» (4)







(1) S. De Beauvoir, L’età forte, p.299

(2) P. 125

(3) P. 34

(4) Ivi.

Immagine di copertina: https://www.illibraio.it/news/dautore/le-inseparabili-simone-de-beauvoir-2-1390885/
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