Lingua e essere

0
180
Lingua e essere

Che cosa è venuto prima: la lingua o la percezione? Con questa domanda si apre Lingua e essere di Kübra Gümüşay, un saggio che riflette sul rapporto tra la lingua e l’utilizzo disumano che ne viene fatto, sui suoi limiti e sulla necessità di creare nuove forme del parlare che non categorizzino le persone.

Gümüşay parte da questo interrogativo per riflettere sui meccanismi alla base del nostro linguaggio e del nostro modo di vedere il mondo: «la lingua», sostiene l’autrice, «modifica la nostra percezione», in quanto, solo nel momento in cui conosco una parola, sono anche in grado di percepire ciò che essa denomina (1). Infatti, se la lingua ha il potere di modellare la nostra percezione, allora bisogna imparare ad usarla con responsabilità


Il nostro modo di parlare influenza il nostro modo di pensare e di percepire la realtà circostante, plasmandola e mostrandocela in una certa prospettiva. Ma quale prospettiva? Quella dei «nominanti» (2).


Per comprendere meglio quest’ultimo aspetto, Gümüşay suggerisce di immaginare la lingua come un grande museo, all’interno del quale ogni oggetto, ogni essere vivente, ogni idea, ogni sentimento esposto trovano un nome e una classificazione ben precisa. All’interno di questo museo della lingua, tuttavia, distinguiamo due categorie: i nominati e gli innominati (3). Gli innominati sono coloro che non hanno un nome ed essi si muovono liberi in uno spazio fatto apposta per loro. Sono loro a dare nomi e definizioni – sono loro i nominanti, che rappresentano e determinano la “norma” di riferimento. I nominati, al contrario, sono quelli che «hanno ricevuto un nome» (4) e sono tutti quegli esseri umani che si distaccano, per qualche motivo, dal paradigma degli innominati.

Diversamente da questi ultimi, i nominati nel momento in cui vengono classificati in una certa categoria perdono la loro individualità e «vengono disumanizzati» (5). “Lo straniero”, “il musulmano”,  “l’ebreo”, “l’omosessuale”, “la donna col velo” sono tutti termini utilizzati per distinguere e definire le persone che si allontanano da un certo parametro di “normalità”, senza restituire allo stesso tempo la loro complessità umana. La stessa Gümüşay riconosce di essere una nominata, essendo una donna di origine turca che professa la religione islamica.


È chiaro che il problema alla base di questa catalogazione è la marginalizzazione che essa comporta.


La lingua che adopera etichette collettive, infatti, può facilmente diventare una gabbia per tutti coloro che ne ricevono una: essa rende gli individui invisibili, impedendo di riconoscerli come persone e determinandone il modo di essere in base al gruppo a cui appartengono.

Da ciò deriva l’uso discriminatorio e violento della lingua, un uso che sdogana discorsi d’odio, presenti anche nella comunicazione politica e mediatica. Condannare il linguaggio d’odio non rappresenta una misura antidemocratica: il suo impiego, infatti, non può essere legittimato in nome della “libertà d’espressione”, dal momento che, come Gümüşay ribadisce, «l’odio non è un’idea» (6). I pericoli dietro questo utilizzo della lingua, del resto, sono evidenti:

«Una parola “non è mai una semplice parola”. Ogni singola parola ha conseguenze. Le persone cambiano attraverso le parole con cui le descriviamo. Diventano ciò che noi attribuiamo loro (7).»


Il testo di Gümüşay, nella sua semplicità espositiva, ha l’ambizione di cominciare un dibattito costruttivo su un uso della lingua più consapevole.


Di fronte alla complessità del tema, l’autrice riconosce che ci sono domande a cui non è possibile dare una risposta immediata. Ma l’intento di Lingua e essere non è quello di offrire facili soluzioni, quanto quello di aprire al dialogo e al confronto, proponendo degli «stimoli» per la creazione di una lingua «in cui tutti possiamo con uguali diritti parlare e essere» (8).

K. Gümüşay, Lingua e essere, Fandango Libri, Roma, 2021.

Grazie a Fandango Libri!


(1) K. Gümüşay, Lingua e essere, Fandango Libri, Roma, 2021, p. 9. 

(2) Ivi p. 55. 

(3) Ibidem.

(4) Ivi p. 56.

(5) Ibidem.

(6) Ivi p. 113.

(7) Ivi p. 108. (8) Ivi p. 198.