Neurotecnologie, etica e potenziamento

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A settembre Neuralink – azienda tra le tante fondate da Elon Musk – ha aperto il reclutamento per la sua prima sperimentazione con soggetti umani di un’interfaccia cervello-computer (BCI, brain-computer interface), il cui scopo ultimo è di permettere a pazienti con paralisi di controllare oggetti (un cursore o una tastiera) “attraverso il pensiero” (1).

Un’interfaccia neurale è infatti una tecnologia che collega il cervello con un computer, attraverso elettrodi esterni o impiantati che registrano, analizzano e trasformano i segnali dell’attività cerebrale in comandi elettrici per controllare un dispositivo. 

Queste neurotecnologie stanno ricevendo molta attenzione non solo dal punto di vista scientifico, medico e tecnologico, ma anche etico e filosofico. 

Da una parte, esse permettono di ripristinare o colmare la mancanza di capacità compromesse o perdute, reintroducendo così un senso di maggiore autonomia da parte delle persone che le utilizzano (2). Dall’altra, sollevano una serie di preoccupazioni, ad esempio per quanto riguarda la privacy e la sicurezza dei dati neurali raccolti ed elaborati, che richiederebbe la creazione di una nuova categoria di diritti da tutelare: i “neurodiritti” (3).

Inoltre, la stretta connessione con una macchina che diventa parte integrante dell’individuo influenzerebbe il senso di identità personale e di “umanità”.

Questo aspetto potrebbe poi ripercuotersi anche sull’autonomia e sulla conseguente responsabilità: se una BCI, potenziata magari da un’IA, potesse intervenire nel processo decisionale, sarebbe difficile stabilire chi o cosa – l’umano o la macchina – sia veramente a capo e responsabile delle decisioni così prese (4).

Infine, ci sono alcune questioni di giustizia che hanno a che fare con la disparità e la possibile discriminazione verso chi non può o non vuole ricorrere a queste tecnologie (5).

Volendosi spingere ancora oltre con la speculazione, se le neurotecnologie non venissero usate solo per “curare”, ossia per ristabilire o sostituire funzioni compromesse o mancanti, ma permettessero anche di migliorarle, potremmo avere a che fare con una forma di “potenziamento umano”? (6).

Sebbene non esista un’unica definizione, questa espressione può indicare quelle pratiche – soprattutto biomediche – che permetterebbero di migliorare il funzionamento umano al di sopra di quanto strettamente e “normalmente” necessario: quindi, in questo caso, non per ripristinare ma per aumentare alcune capacità cognitive già possedute fisiologicamente da individui “sani”.

Anche questo tema genera un acceso dibattito in filosofia tra “tecno-entusiasmo”, che sostiene il potenziamento attraverso la tecnologia per migliorare gli esseri umani, e “bio-conservatorismo”, che vi si oppone per ragioni di natura religiosa, morale e sociale (7).

Molte delle obiezioni derivano dalla critica al “giocare a fare Dio” con la tecnologia e dalla difesa di una certa visione fissa e immutabile della natura umana.

Inoltre possono presentarsi le medesime problematiche riscontrabili nell’utilizzo terapeutico della biomedicina: la compromissione del senso di autonomia e autenticità delle proprie azioni e decisioni, o la de-umanizzazione consistente nella perdita di alcune caratteristiche “umane” (come la stessa vulnerabilità) (8).

Infine, anche in questo caso c’è il timore di creare squilibrio e discriminazione tra umani “potenziati” e non, per cui la ricerca della perfezione potrebbe portare a una selezione discriminatoria nei confronti degli umani “imperfetti”.

Ad esempio, in ambito lavorativo si privilegerebbe l’assunzione di un individuo con caratteristiche – cognitive o fisiche – potenziate, e quindi capace di maggiore produttività; anche nelle relazioni, il potenziamento di qualità “affettive” potrebbe influenzare la formazione dei legami interpersonali.

Sebbene queste obiezioni tocchino aspetti importanti, bisogna tener presente che esse si basano spesso su ragionamenti discutibili: da una parte, la “fallacia naturalistica”, che condanna a priori l’ “artificiale” contrapponendolo al “naturale”; dall’altra, il cosiddetto “pendio scivoloso” secondo cui da un’azione X (in questo caso, potenziamento) seguirà necessariamente una conseguenza Y (come l’eugenetica), senza però alcuna prova che dimostri questa presunta correlazione inevitabile. 

Anche le posizioni favorevoli al potenziamento adottano assunzioni criticabili, come nel caso del “transumanesimo” che arriva a negare la dimensione corporea dell’essere umano e a promuoverne il superamento (9).

Dovremmo quindi privarci di qualsiasi miglioramento o è possibile arginare questi rischi?

Rispetto agli scenari aperti dalle neurotecnologie molte questioni restano ancora aperte, in particolare per via dell’assottigliamento del confine percepito tra umanità e macchina, sollevando profondi interrogativi etici e ripercussioni sociali. 

Tuttavia, la filosofia può aiutare nel comprendere tali problemi e nell’avanzare alcune possibili soluzioni.

Ad esempio, un suggerimento può provenire dall’ “approccio delle capacità”, per cui una società giusta ha il dovere di garantire a ognuno la stessa soglia minima di capacità fondamentali per una vita dignitosa (10). In questo caso, ciò significherebbe utilizzare le neurotecnologie per ripristinare un livello minimo di capacità in ciascun individuo, e solo successivamente affrontare la questione del potenziamento. 

Pertanto, mentre le neurotecnologie mettono in discussione il concetto della categoria “umanità”, al contempo la filosofia, sempre più intrecciata con le discipline per tradizione ritenute scientifiche, consente di interrogarsi criticamente le diverse forme di “intervento” (trattamento, miglioramento, potenziamento) e di cogliere le varie sfaccettature che hanno a che fare col nostro senso di autonomia, umanità, dignità.

BIBLIOGRAFIA:

  1. https://neuralink.com/blog/

    https://www.wired.it/article/neuralink-elon-musk-sperimentazione-umana-ricerca-volontari-primo-trial-clinico/
  1. S. Burwell, M. Sample, E. Racine, Ethical aspects of brain computer interfaces: a scoping review, BMC Medical Ethics, 2017. https://doi.org/10.1186/s12910-017-0220-y
  1. M. Ienca, Tra cervelli e macchine: riflessioni su neurotecnologie e su neurodiritti,  notizie di Politeia, XXXV, 133, pp. 52-62, 2019.
  1. Confronta riferimento in (2)
  1. Confronta riferimento in (2)
  1. E.P. Zehr, The potential transformation of our species by neural enhancement, Journal of Motor Behavior 47, pp. 73-78, 2015.

https://doi.org/10.1080/00222895.2014.916652

  1. L. Lo Sapio, Human Enhancement Technologies. Verso nuovi modelli antropologici (Parte I), S&F SCIENZAEFILOSOFIA.IT, 9, pp.141-154, 2013.
  1. E. Juengst, D. Moseley, Human Enhancement, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Summer 2019 Edition), Edward N. Zalta (ed.). https://plato.stanford.edu/archives/sum2019/entries/enhancement/
  1. Confronta riferimento in (7)
  1. A. Sen, Equality of What? in McMurrin (ed.), Tanner Lectures on Human Values, Cambridge: Cambridge University Press, pp. 197–220, 1979.

    M.C. Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Il Mulino, Bologna, 2007.