Abitare la fragilità: per una politica dell’interdipendenza 

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Nel mito di Cura, narrato da Igino, si racconta:

«Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possieda la Cura» (1). 

La cura è sempre stata concepita come l’espressione più propria dell’esistere: il nostro modo di esserci nel mondo e, allo stesso tempo, ciò di cui oggi più sentiamo la mancanza.


Noi, pura potenzialità pronta a realizzarsi, energia disposta a consumarsi, ci troviamo gettatə nella realtà senza piani o progetti prestabiliti, cercando tra le innumerevoli strade possibili una via per realizzarci.
Noi, creature transeunti (2), conduciamo un’esistenza intrinsecamente precaria e corruttibile, in balia del tempo che scorre.
Noi, fragili enti, siamo segnatə dalla necessità e dalla dipendenza: non solo da risorse materiali, ma anche dalla presenza dell’altrə, vicinə o lontanə che sia.

Siamo esserə relazionalə, caratterizzatə dall’interdipendenza con l’ambiente, sia sociale che organico: la nostra stessa vita prende forma attraverso gli incontri – e talvolta gli scontri – che ci attendono.

Siamo ontologicamente fragilə e vulnerabilə.

Questo non rappresenta un limite da superare, ma costituisce la condizione che rende possibile la cura di noi stessə, dell’altrə e del mondo che abitiamo.

La cura è stata a lungo svalutata e disprezzata in quanto espressione di femminilità, e dunque associata all’improduttività.

Considerata un “lavoro da donne”, confinato allo spazio domestico, è stata posta in contrapposizione al lavoro retribuito degli uomini, svolto nei contesti pubblici.
Oggi, con il crescente abbandono dello spazio privato della casa da parte di persone socializzate come donne, il carico di cura non si è alleggerito, ma anzi è aumentato: al lavoro retribuito nella sfera pubblica si somma quello domestico, spesso svolto gratuitamente oppure delegato – da chi è privilegiatə – ad altrə persone socializzate come donne, frequentemente poverə e migrantə.
Inoltre, con l’avanzare del sistema capitalistico e il consolidarsi dell’ordinamento neoliberista, veniamo spintə a renderci sempre più autosufficientə, a competere l’unə con l’altrə e a condurre la nostra vita all’insegna dell’individualismo, come monadi indipendenti e autonome.

In questo contesto, siamo portatə a chiederci se esista una forma diversa di convivenza, e se sia possibile ripensare il senso dell’esistenza a partire da un’etica fondata sulla comunità e sull’interdipendenza reciproca.

Nel Manifesto della cura (3) il Care Collective ci invita a riconoscere la cura non come gesto privato o individuale, ma come principio politico fondamentale. In risposta a una società fondata sull’abbandono sistemico e sull’indifferenza, lə autorə propongono l’idea di una cura promiscua e universale, capace di espandersi dai legami più intimi fino ad abbracciare l’intera collettività e il mondo intero.

«La cura è la nostra abilità, individuale e collettiva, di porre le condizioni politiche, sociali, materiali ed emotive affinché la maggior parte delle persone e creature viventi del pianeta possa prosperare insieme al pianeta stesso» (4).

Secondo questa visione, prendersi cura non significa solo rispondere a un bisogno immediato, ma anche trasformare le strutture sociali che generano solitudine, esclusione e diseguaglianza. La cura, dunque, non può voler dire solo riparare, ma anche progettare e creare: un modo per immaginare un mondo altro, per sottrarsi alla logica mercantilistica e utilitaristica dell’efficienza, della prestazione e dello scarto.

Essa diventa una facoltà sociale necessaria a tutti i livelli a partire dalla vita quotidiana fino ad arrivare alla comunità intera (mettendo in atto pratiche di mutuo soccorso, incrementando gli spazi pubblici, condividendo risorse e forme di partecipazione politica) e infine all’ambiente intero in cui viviamo. 

Per fare ciò è necessario superare la dinamica di cura limitata alla sfera affettiva intra-familiare imposta dal dispositivo etero-normativo e patriarcale allargando il cerchio oltre qualsiasi confine e ponendo al centro il riconoscimento vulnerabilità costituiva che ci accomuna. 

Ci sono state realtà che hanno dato vita a forme di cura condivisa e radicale, come le comunità femministe degli anni Settanta, i movimenti di liberazione gay o le “famiglie per scelta” nate all’interno delle lotte LGBTQIA+.
Un altro esempio significativo sono i Water Protectors di Standing Rock, impegnatə nella difesa del fiume Missouri. In questo contesto, «la parentela non si limita ai legami di sangue o all’unità familiare, ma si estende alla terra, all’acqua e agli animali da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza» (5).

In un presente segnato da crisi ecologiche, guerre, precarietà e disgregazione dei legami sociali, la cura può e deve diventare pratica di resistenza.

In questo contesto, un’etica dell’interdipendenza, capace di riconoscere la nostra comune fragilità, può e deve diventare uno strumento collettivo di resistenza e riscrittura del presente

Note

  1. M. Heidegger, Essere e tempo, Oscar Mondadori, Milano, 2014, p. 283.
  2. Latinismo usato nel gergo filosofico per indicare la finitezza, ciò che è destinato a finire.
  3. The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Edizioni Alegre, Roma, 2021. 
  4. Ivi, cit. 21.
  5. Ivi, cit. 51.