
Dal 1957 Simone de Beauvoir si trovò, suo malgrado, a essere spettatrice delle atrocità che i suoi connazionali stavano commettendo a scapito degli algerini sul suolo francese: torture e uccisioni diventarono lo scenario quotidiano di quelli che saranno gli anni della guerra d’indipendenza algerina (1954-1962).
La filosofa non riusciva a spiegarsi come fosse possibile che nessuno osasse muovere una critica ai metodi utilizzati, brutali e orrendi, ai danni di civili innocenti.
Lesse i dossier e osservò le fotografie che documentavano, ogni giorno, in un crescendo di violenza, quello che la polizia francese stava attuando contro gli algerini a Parigi, sotto lo sguardo indifferente dei suoi concittadini. Iniziò, in questo modo, a pensare al motivo di questo immobilismo:
«Forse sta proprio in questo la sostanza della demoralizzazione in un Paese: il farci l’abitudine» (1).
L’astio nutrito nei confronti dell’omertà dei francesi fece sorgere in lei un forte sentimento antinazionalista, fomentato dai racconti dei suoi amici, anche loro testimoni del clima di intolleranza nei confronti degli algerini senza che neanche si tentasse di nasconderlo.
Fu in questo clima, solo qualche anno dopo, nel 1960, che la voce di De Beauvoir si levò: Gisèle Halimi, avvocata francese, le chiese di scrivere a proposito di una vicenda che riecheggerà in breve tempo in tutto il mondo: una ragazza algerina di ventidue anni, Djamila Boupacha, era stata torturata dopo essere stata ingiustamente accusata, senza alcuna prova o testimonianza, di aver posto un ordigno esplosivo nei dintorni dell’Università di Algeri nel settembre del 1959.
Le torture cui fu sottoposta la giovane – compresa la violenza sessuale – e che durarono per più di un mese indignarono talmente Halimi da far sì che quest’ultima intentasse una causa contro i colpevoli, ovvero le forze dell’ordine francesi, le quali continuavano ad agire indisturbate, talmente avvezze ad amministrare tali pratiche senza alcun tipo di conseguenza.
A questo punto della vicenda, Gisèle Halimi chiese l’intervento di De Beauvoir, la quale si decise a redigere un articolo su “Le Monde” il cui incipit riprende il nucleo fondamentale della critica che De Beauvoir muoveva ai suoi connazionali:
«La cosa più scandalosa di uno scandalo è che vi ci si abitui» (2).
Ciò che stava accadendo in Francia e in Algeria legittimava De Beauvoir a condannare non soltanto l’atteggiamento repressivo delle forze dell’ordine, della brutalità delle pratiche inquisitorie, ma anche la noncuranza delle autorità che non erano intervenute nella vicenda e, anzi, avevano cercato anche di coprire quello che stava accadendo, ostacolando l’apertura del processo ai torturatori di Boupacha.
Il punto saliente dell’argomentazione di De Beauvoir è che la mancata presa di posizione del popolo francese e l’indifferenza del governo nei confronti della vicenda facevano sì che tutti i francesi che non si battevano per la giustizia nei confronti di Boupacha – e di tutti coloro i quali avevano o stavano subendo torture nei cosiddetti «centri di smistamento» (3) – dovessero ritenersi colpevoli di quei crimini.
L’appello affinché il pubblico prendesse coscienza del ruolo che esso assumeva in casi come quello si fece vivo ancora di più nel testo introduttivo, scritto dalla filosofa, all’opera di Halimi sul caso Boupacha:
«La verità vi morde da ogni lato, non potete più continuare a balbettare: “Non lo sapevamo…”; ma, adesso che lo sapete, potrete fingere di ignorare o semplicemente limitarvi a qualche gemito inerte? Spero proprio di no» (4).
L’articolo richiesto da Halimi, pubblicato il 3 giugno 1960 su “Le Monde”, gettò il caso nell’orizzonte internazionale, tanto più che questa tipologia di trattamento riservata ai ribelli algerini era pratica comune in tanti altri Paesi in cui ancora oggi la tortura è legalmente impiegata per estorcere false ammissioni di colpa.
Ricordiamo anche che proprio in quegli anni Simone de Beauvoir aveva raggiunto un’importanza notevole nel dibattito pubblico soprattutto per la diffusione della sua opera femminista più nota al grande pubblico:
«Dal 1960 il movimento femminista negli Stati Uniti aveva adottato Il secondo sesso come testo teorico su cui basare la propria azione, e tutto ciò che Simone de Beauvoir faceva e diceva veniva immediatamente commentato e discusso» (5).
Dunque, il fatto che l’avvocata Halimi avesse richiesto l’intervento della filosofa dimostra anche quanto si tenessero in gran conto l’opinione e a presa di parola di intellettuali impegnati nelle più svariate questioni contemporanee.
Ricordiamo, infatti, che De Beauvoir, oltre a essere stata impegnata, a partire dagli anni Sessanta, nel dibattito femminista con il Mouvement de libération des femmes (MLF), ha partecipato attivamente a molte cause di stampo internazionale, facendosi coinvolgere nell’istituzione del tribunale Russell, creato per giudicare i crimini commessi dagli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam e testimoniando i cambiamenti epocali della Cina di Mao Zedong, a metà degli anni Cinquanta, attraverso un resoconto dettagliato della vita dei cinesi in seguito alla rivoluzione comunista.
Il lavoro svolto da Simone de Beauvoir, dunque, ha investito ampi campi dell’azione politica e sociale: il femminismo unito alla lotta politica, in difesa degli oppressi e delle oppresse di qualsiasi nazione, genere, religione, in virtù del principio della libertà di ognuno, può essere un chiaro esempio di quanto oggi sia necessaria l’emersione di queste figure di intellettuali, capaci di sintetizzare teoria e pratica, mettendo il proprio potere di espressione a servizio del bene comune.
(1) C. Francis, F. Gontier, Simone de Beauvoir, Bompiani, Milano, 1986, p. 319.
(2) S. De Beauvoir, La forza delle cose, Einaudi, Milano, 1997, p. 352.
(3) S. De Beauvoir, Per Djamila Boupacha, Farina Editore, Milano, 2023, p. 19.
(4) Ivi, p. 23.
(5) S. De Beauvoir, Il caso Djamila Boupacha, Farina Editore, Milano, 2023, p. 53.
Terre di confine: la frontera di Gloria Anzaldúa
16 Novembre 2025La rivoluzione al punto zero
13 Novembre 2025La gioia come resistenza
9 Novembre 2025
-
Chi sono io?
28 Luglio 2021 -
Sperimentare sui soggetti umani
20 Aprile 2020 -
Violenza senza genere
29 Giugno 2022
Filosofemme è un progetto che nasce dal desiderio di condividere la passione per la filosofia tramite la figura delle filosofe.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Privacy PolicyCookie Policy





