Abbracciare un albero per resistere al potere: il movimento Chipko e l’ecofemminismo

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Negli anni Settanta, alle pendici dell’Himalaya, un gesto semplice divenne una forma di resistenza politica: abbracciare gli alberi per impedire che venissero abbattuti.

Potrebbe sembrare un atto banale, ma da questo venne costituito il movimento Chipko, dal verbo hindi chipkona, “aggrapparsi” o “aderire”, il cui scopo era mobilitare le comunità rurali contro lo sfruttamento commerciale delle foreste. Un piccolo germoglio di quello che prenderà il nome di ecofemminismo.

La sua storia mostra come la difesa dell’ambiente possa intrecciarsi con le rivendicazioni sociali, economiche e femministe.

Uno degli episodi più significativi avvenne nel 1974, nel villaggio di Reni, l’attuale Uttarakhand, stato situato nel nord dell’India. Mentre un gruppo di boscaioli si apprestava ad abbattere degli alberi destinati a un’impresa commerciale, Gaura Devi, insieme alle altre donne del villaggio, si frappose fisicamente al taglio. Il loro gesto non era soltanto simbolico: le foreste rappresentavano una risorsa essenziale per la sussistenza. La deforestazione minacciava direttamente queste attività, oltre all’ecosistema, aumentando la fatica necessaria per garantire la sopravvivenza delle comunità, che vivevano soprattutto di raccolta (1).
Da questo evento ne scaturiranno di successivi in tutta l’India, dove gruppi guidati principalmente da donne si opponevano allo sfruttamento del territorio e al suo sfregio.

È su questo terreno che si inserisce il pensiero di Vandana Shiva, fisica, filosofa e attivista indiana, tra le voci più note dell’ecofemminismo contemporaneo.

Nel suo libro Staying Alive: Women, Ecology and Development (1988), Shiva critica un modello di sviluppo che considera la natura una riserva inesauribile di risorse e svaluta le conoscenze e le attività delle comunità locali, in particolare delle donne. La sua prospettiva mette in discussione un’economia orientata al profitto a scapito della biodiversità, dell’autonomia alimentare e della riproduzione della vita (3).

Per Shiva, le donne che difendono le foreste non proteggono un paesaggio astratto, bensì le condizioni che rendono possibile la vita. La cura da loro maturata attraverso il lavoro agricolo e la gestione quotidiana delle risorse, conoscenza marginalizzata dai modelli economici dominanti, in questa prospettiva non è una qualità femminile innata, ma un’attività che deriva dalla necessità di sopravvivenza. Eppure, Shiva mantiene un legame simbolico tra donna e natura: in particolare, attraverso il concetto di principio femminile (Prakriti), associa il femminile alla creatività, alla produttività e alla capacità di sostenere la vita.

Il pensiero di Shiva non è stato esente da critiche: associare troppo strettamente le donne alla natura rischia di riprodurre proprio quei ruoli tradizionali che hanno storicamente giustificato la loro subordinazione. La professoressa Shobhita Jain, nel suo studio sul movimento Chipko, accentua infatti la causa sociale della partecipazione femminile: la divisione del lavoro. Resistettero agli oppositori uomini (Chipko workers) al fine di sostenere le parti lese, le donne, le quali erano le sole addette alla coltivazione (2). La sensibilità delle donne partecipi non può quindi essere interpretata come espressione di una particolare sensibilità femminile verso la natura: ricondurre l’intera esperienza a una presunta predisposizione naturale delle donne alla cura della terra, per quanto legata alla sussitenza, significherebbe trascurarne le radici economiche e politiche.

È proprio questa intersezione tra sfruttamento ambientale e disuguaglianza sociale a rendere i fatti di Chipko un’esperienza fondamentale per il pensiero ecofemminista. 

Rileggere oggi questa esperienza significa quindi andare oltre l’immagine suggestiva delle donne che abbracciano gli alberi: i fatti di Chipko ci invitano a domandarci chi controlla le risorse naturali, chi ne trae profitto e chi sostiene i costi della loro distruzione. La questione ecologica non riguarda soltanto la salvaguardia della natura, bensì uno sguardo più diretto verso la distribuzione del potere, il valore del lavoro e il diritto delle comunità a decidere del proprio futuro.

«Salvare gli alberi è soltanto il primo passo del movimento Chipko. Il vero obiettivo è salvare noi stessi. Il nostro futuro è legato a quello degli alberi» (4).

(1) Seema Mundoli, How a tree-hugging protest transformed Indian environmentalism, Nature, 627, 2024.
(2) Shobita Jain, Standing Up for Trees: Women’s Role in the Chipko Movement, Unasylva, n.146, FAO, 1984.
(3) Vandana Shiva, Staying Alive: Women, Ecology and Development, Zed Books, 1988.
(4) Chandi Prasad Bhatt, citato in Shobita Jain, Standing Up for Trees: Women’s Role in the Chipko Movement, Unasylva, n.146, FAO, 1984, p.17. Chandi Prasad Bhatt fu tra i fondatori del movimento Chipko e contribuì a mobilitare le comunità locali contro la deforestazione. La protesta di Reni del 1974 si inserì in questo contesto, ma fu guidata autonomamente da Gaura Devi e dalle donne del villaggio.