
C’è un filo sottile fra teatro e realtà, tra ciò che chiunque di noi ha vissuto e ciò che la scena drammatizza. A cavallo tra il vero e il rappresentato c’è questo spazio esplorativo in cui ri-vivere, ri-generare e dare un nuovo significato a ciò che accade. Tikotà, lo spettacolo di Angela Dionisia Severino messo in scena in anteprima al teatro PimOff il 15 ottobre, abita proprio questa parentesi.
Tikotà è un invito ad abitare i propri ricordi e le proprie esperienze e a trasformarle in chiave catartica in una rappresentazione che è anzitutto un momento di autocoscienza collettiva.
Entrato in sala, il pubblico è subito catapultato in una festa, dove il disagio e lo straniamento tipici dell’adolescenza aprono la strada ai vissuti e ai ricordi, come quando alle feste di amici di amici si mischiano familiarità e scomodità.
La passività si muta subito in azione attiva: l’attrice ci fa rivivere, attraverso i suoi ricordi, episodi di microviolenza e di sessualizzazione che abitano la quotidianità e che contribuiscono alla costruzione di ciò che è considerato “femminile”.
Oggetti, racconti e immagini vivide ci accompagnano attraverso le varie tappe della sessualizzazione e dell’educazione di genere: dai cartoni della Disney al gioco della bottiglia, dai regali che riportano al lavoro di cura ai commenti pressanti e grassofobici di zia Rosetta. E come in un tipico pranzo di famiglia la televisione, con l’immagine di donne sessualizzate accompagnata dai commenti sessisti di zio Mario, sovrasta tutto ciò che sorregge la scena e che fa da sfondo: il lavoro invisibile delle donne che apparecchiano, puliscono, preparano il pranzo. Ed è proprio in questo momento che si crea la frattura in cui il silenzio tipico dei ricordi viene riempito da una rabbia rivoluzionaria che chiede protesta. E così, come un’eroina, Tikotà imbraccia aspirapolvere e scopa per recitare in piedi sul tavolo, come la sé bambina ai pranzi di Natale, una poesia che è quasi un sogno rivoluzionario: essere finalmente libere.
In occasione dell’anteprima a teatro, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’attrice e regista Angela Dionisia Severino.
Da dove nasce l’idea per Tikotà e quali sono le ragioni e le esigenze che hanno spinto a metterlo in scena?
L’idea nasce durante il Napoli Queer Festival, quando partecipo a un tavolo di drammaturgia intorno al tema dell’abuso e della violenza di genere, guidato da Domenico Ingenito. Il lavoro è mosso dall’urgenza di parlare di educazione di genere e genderizzata, di come i nostri corpi femminili e femminilizzati siano continuamente ipersessualizzati e di come la struttura familiare sia una delle manifestazioni più infime della violenza patriarcale, tra le più difficili da riconoscere e verbalizzare. Le domeniche in famiglia, il Natale e le feste sono spazi di perpetuazione della violenza domestica e di invisibilizzazione del lavoro di cura, mai retribuito. Le tavolate di famiglia sono uno spazio dove permettiamo ancora che si dicano tante cose che ci fanno sentire a disagio, commenti sessisti e grassofobici, che facciamo fatica a far notare – o perché non ci ascoltano o perché mettono fortemente in discussione ruoli e strutture familiari, che già si reggono a stento. Quanto l’affetto, l’amore e i legami di parentela giustificano spazi di oppressione che fuori le mura domestiche non accetteremmo o che faremmo molta meno fatica a vedere? Di questo parla Tikotà. Dell’oppressione patriarcale familiare, in tempo ordinario e in tempo di festa; e di come le feste che abbiamo passato in famiglia sono state, spesso, non feste ma supplizi, non momenti di liberazione ma luoghi in cui la rabbia saliva alle stelle fino a farci implodere, perché l’esplosione, nelle dinamiche familiari, lo sappiamo, ce la possiamo concedere raramente.
Cosa è auspicabile che il pubblico colga da questo spettacolo?
Il pubblico, in questo spettacolo, ha un ruolo attivo: è invitato a partecipare alla festa di compleanno di Tikotà. Ma vi partecipa con la postura che vuole, senza nessun obbligo: può viversi la festa come vuole, anche perché non conosce nessunx. Può ascoltare da lontano, può ballare con qualcunx, può stare sotto cassa, può stendersi e riposarsi, ascoltando i racconti di Tikotà.
Le emozioni che si attraversano vanno dal disagio alla liberazione totale; dai ricordi adolescenziali, evocati attraverso un “gioco della bottiglia” fatto insieme, fino ai primi baci. Ripercorrere insieme tappe dell’adolescenza e della crescita è sicuramente il viaggio a cui il pubblico è chiamato in questo spettacolo. Resta la costruzione di una festa che viene allestita insieme e può essere un momento per fare esperienza di una liberazione che, se fatta collettivamente, è sicuramente più facile da raggiungere.
C’è un momento nella vita di ogni donna in cui si realizza che nascere “femmina” presuppone un destino diverso: aspettative, ruoli sociali e codici di comportamento tracciano per noi un’esistenza singolare fatta di norme e di dover essere che plasmano il nostro modo di abitare il mondo. Quando, nella tua vita, c’è stato questo momento di rivelazione e di consapevolezza?
La rivelazione e la consapevolezza per me sono arrivate grazie al confronto con le mie amiche, alle assemblee politiche e all’autocoscienza fatta collettivamente. Questi sono i momenti in cui quello che avevo sempre chiamato disagio ha assunto uno spessore diverso, perché se il disagio non è solo tuo ma di tuttx non è più un disagio individuale ma una violenza sistemica.
In che modo famiglia, società e educazione contribuiscono a definire l’essere “femmina”? Come, se è possibile, interrompere questo destino?
Ci sono stereotipi e ruoli di genere difficili da scardinare perché la cultura etero-cis-patriarcale è profondamente radicata e non ha nessun interesse a perdere il suo potere o, nella migliore delle ipotesi, lo reinteriorizza nel mercato facendolo diventare queer whashing. L’educazione e la scuola sono centrali in un ipotetico cambiamento culturale. Ma siamo veramente molto lontanx dall’interrompere questo destino finché la cultura patriarcale verrà combattuta solo con l’aumento delle pene e della sorveglianza, sminuendo e disincentivando qualsiasi progetto di educazione sessuo-affettiva ed emotiva nelle scuole, per fare un esempio banale.
L’arte, così come il teatro e la performace artisitica, assumono un ruolo centrale nello smascheramento e nella presa di coscienza di norme e stereotipi di genere. Rivivere esperienze del quotidiano in uno spazio libero come il palcoscenico aiuta a mettere in moto la decostruzione della cultura patriarcale, assegnando un nuovo significato a ciò che viviamo.
Ed è proprio questo lo spirito di Tikotà: una rilettura della società attraverso uno sguardo consapevole, offrendo un momento di rabbia, di catarsi e di liberazione collettiva.
Grazie Angela Dionisia Severino! Grazie PimOff!
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