Cura e libertà

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Premessa

L’articolo di oggi va a pungolare quella parte di noi che si risveglia per lo più nei momenti in cui la vita ci mette in difficoltà, in particolar modo dal punto di vista della salute. Ciò accade non tanto perché siamo troppo pigri per porci interrogativi di questo genere, quanto piuttosto perché la maggior parte di noi spera di non doverli affrontare troppo da vicino: fanno male.
L’obiettivo non è quello di aggiungere alla lista dei contenuti fruibili on line l’ennesima polemica sterile. Lo scopo è semplicemente quello di tentare un ragionamento nero su bianco: a tal fine, non saranno citate metodologie specifiche, non saranno tirate in ballo teorie del complotto varie; sarà un cuore (ferito) che parla.

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Che cosa si intende per “libertà di cura”?

In soldoni, intendiamo con “libertà di cura” la voce in capitolo che il paziente ha nel momento in cui si trova a doversi sottoporre a una determinata terapia: se curarsi e come curarsi. Non va confusa con la definizione di “libertà di terapia”, ovvero la scelta del medico di proporre un trattamento piuttosto che un altro, in base al caso clinico che si trova di fronte.
Chiarito questo, il concetto che sta alla base della libertà di un qualunque Sig. Rossi o di una qualunque Sig.ra Bianchi nel decidere se e quale rimedio accettare è quello dell’autodeterminazione: l’atto secondo cui l’uomo si determina secondo la propria legge, essendo padrone del proprio corpo.
Conferma questo principio l’art. 32 della nostra Costituzione: “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

La nostra autodeterminazione ha dei limiti?

Prendiamo in considerazione la malattia per antonomasia: il cancro. C’è chi preferisce chiamarlo “il brutto male”, perché il Sig. Cancro si è fatto la nomina di Voldemort, ma questo è: un poco simpatico tumore che decide di mandare a rotoli il lavoro ingrato di una una, due, mille delle nostre cellule.
Nel Bel paese, l’unica possibilità che il paziente ha di esercitare la propria autodeterminazione e di avvalersi del diritto alla libertà di cura si propone come i bigliettini degli innamorati alle elementari:

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Intendiamoci: è una concessione non indifferente, se paragonata alla medicina paternalistica in cui l’esercizio del medico era quasi sacerdotale. Resta però una pecca evidente: soprattutto quando si negozia con il Sig. Cancro, non sembra possibile parlare di una terapia universalmente valida e standardizzata, in grado di avere gli stessi effetti su ogni paziente. Anche perché Lui sembra maldisposto a patteggiare: è ostinato, spesso mette la terapia di protocollo in condizione di farci sempre più male pur di prenderlo, perché scampa il pericolo come quei bambini che non acchiappi mai e poi ti fanno pure la pernacchia.
Nei casi in cui il protocollo ospedaliero non produce i risultati auspicati (o in quelli in cui si preferisce valutare più opzioni) ci si addentra nel ginepraio della medicina cosiddetta “alternativa” e conseguentemente demonizzata. In questo modo, l’esercizio dell’autodeterminazione e l’avvalersi del diritto alla libertà di cura vengono quasi a coincidere con l’arte di arrangiarsi, per potersi pagare ciò che una terapia non riconosciuta dal SSN prescrive.

Non confondiamo l’oro con il ferro

Sia chiaro: è impensabile richiedere al Servizio Sanitario Nazionale di concedere fondi a una qualsiasi scelta differente da quella “gratuita”. Risponde comunque a una logica assicurativa e ha il dovere di distribuire le risorse nel modo più appropriato. Sappiamo anche che di venditori di fuffa è pieno il mondo. Voler applicare il diritto alla libertà di cura non significa eludere gli studi della medicina e i criteri del metodo scientifico: viene da sé che se il Sig. Rossi decide di rivolgersi a un druido, non potrà pretendere di avere il sostegno economico statale, perché è compito della medicina evitare che il paziente sia vittima dello specchietto per le allodole di turno. Questo non comporta, tuttavia, che tutto ciò che non è Protocollo sia truffa: esistono terapie (anche con elementi in comune con il Protocollo) marchiate a fuoco, ma dal grande potenziale (e dai risultati evidenti su base scientifica). Perché non siano riconosciute è un altro paio di maniche, che richiederebbe uno spazio a parte.
Partendo dal presupposto che, a quanto pare, non si possa stabilire un trattamento univoco, illustrare più possibilità al paziente e verificare disinteressatamente che la cura X, valutata dalla Sig.ra Bianchi, produca in lei risultati efficaci dovuti a relazioni intelligibili (e quindi agevolarla economicamente) sarebbero passi efficaci verso un’autodeterminazione effettiva che, ad oggi, è ancora intrappolata in dibattiti infruttuosi.