Paul Deussen: questo sconosciuto

Nel panorama filosofico il nome di Deussen è raramente contemplato se non per ricordarne la profonda amicizia con Friedrich Nietzsche, che ebbe inizio tra i banchi del ginnasio prussiano di Pforta fino ad arrivare ai cosiddetti “biglietti della follia” nietzschiani.

Paul_Deussen_(1914)La formazione filologica ha contribuito a separare la sua figura dall’ambito filosofico, mentre il successivo approfondimento degli studi di orientalistica lo ha relegato in un settore specialistico. Deussen (1845-1919) è un pioniere degli studi di indianistica sorti nell’Ottocento in Germania sull’ondata nazionalista emergente. In questo contesto si staglia, dunque, la sua figura ed è nel periodo iniziale della sua formazione in bilico tra teologia, filosofia e filologia che il contributo di Deussen alla storia della filosofia occidentale prende forma e sostanza.

Il suo pensiero filosofico trova l’esposizione più organica nel testo Gli elementi della metafisica una raccolta di lezioni tenute all’università di Aquisgrana, edito per la prima volta nel 1877 e tradotto in Italia nel 1912 a cura di Luigi Suali.

L’obiettivo dell’opera consiste nel riassumere brevemente e con fedeltà i risultati e i valori universali cui è giunto lo spirito umano in tremila anni di storia. La chiave interpretativa utilizzata è di matrice kantiano-schopenhaueriana. Tutto ruota attorno ad un concetto base che funge da filo conduttore: “tutti i sistemi sono uniti da un intimo e profondo accordo”. Per sistemi qui si intendono l’idealismo kantiano-schopehaueriano, le Upaniṣad (ultima delle quattro parti principali in cui sono divisi i Veda, testi sacri indiani risalenti al 1500 – 600 a.C. e rappresentano i trattati dedicati alla spiegazione delle verità supreme) prodotte dalla sapienza indiana, la filosofia platonica e il Nuovo Testamento.

Deussen dichiara, per raggiungere il suo proposito, di voler intraprendere un percorso che gli permetta di conciliare “le esigenze innegabili della scienza con i diritti, non meno giustificati, del sentimento religioso”. È la prima volta che viene tentato un approccio eclettico, dopo Schopenhauer, tra la tradizione occidentale e quella orientale ma con una modalità estremamente netta e di parte, non intimorita dall’arroccamento accademico detentore del pensiero che dalla Grecia approda ai lidi prussiani.

Il procedere filosofico di Deussen coincide con lo schema proposto ne Il mondo come Volontà e rappresentazione di Schopenhauer, ma con maggiore meticolosità. Attraverso un’analisi scientifica, procede seguendo due prospettive per investigare l’essenza delle cose: partendo dal punto di vista empirico e da quello trascendentale,egli compie un percorso analitico che dal sistema fisico  approda al sistema metafisico.

Il percorso della metafisica è ulteriormente suddiviso in altri quattro settori: teoria della conoscenza, metafisica della natura, metafisica del bello e metafisica della morale. Partendo dalla percezione, Deussen risale, con l’ausilio di una serie di prove, alle forme a priori dell’intelletto: spazio, tempo e causalità. La fisica si occupa del mondo fenomenico, ovvero del mondo della rappresentazione. La metafisica, presupponendo che l’oggetto della fisica non sia altro che un insieme di rappresentazioni della nostra coscienza, indaga la natura in sé delle cose. I risultati di queste indagini e le loro applicazioni all’ambito della natura, dell’arte e dell’agire costituiscono il sistema della metafisica, che si contrappone al sistema della fisica.

La teoria della conoscenza illustrata nella prima parte propone ordinatamente le tesi schopenhaueriane circa gli elementi a priori della facoltà conoscitiva, passando sotto silenzio le significative differenze che essa presenta rispetto al modello kantiano.

L’approdo delle sue speculazioni riprende il caposaldo di Schopenhauer, ossia “il mondo è una mia rappresentazione” e pertanto consiste nel riconoscere la Volontà come la “cosa in sé”.

L’innovazione di Deussen avviene nella metafisica della morale. In questa sezione dichiara che l’universo così come si manifesta, ovvero così come noi lo percepiamo nel principium individuationis, è l’affermazione della Volontà, mentre il vero essere della Volontà è la sua negazione. Solo dopo aver negato la Volontà, noi siamo in grado di compiere significativamente azioni altruistiche comprendendo che non esiste limite tra Io e non-Io. L’azione egoistica muta e diventa azione verso l’altro.

A differenza di Schopenhauer, Deussen non considera l’agire altruistico come mezzo ascetico per sopprimere e mortificare la Volontà, ovvero eliminare in noi la radice del male. La sua concezione è capovolta rispetto a quella di Schopenhauer: per Deussen l’azione nasce da una predisposizione d’animo che, a sua volta, nasce dalla negazione della Volontà. Agire altruisticamente vuol dire aver negato la Volontà. L’agire altruistico diviene, dunque, l’espressione della negazione della Volontà.

Da qui compie il balzo verso l’”Oriente”. Innanzitutto, mostra di conoscere da esperto l’interpretazione di Śaṅkara  (commentatore del sistema del Vedānta -letteralmente “ultima parte dei Veda” – secondo l’interpretazione non dualistica), delle Upaniṣad e della Bhagavad-gītā (testo fondamentale del pensiero religioso indiano, episodio del VI Libro del poema epico del Mahābhārata risalente al II sec.a. C.). Ne ravvisa i punti salienti con numerose citazioni all’interno degli Elementi. Utilizza con scioltezza la terminologia in sanscrito e la affianca a termini di matrice occidentale. Alla fine espone coerentemente gli argomenti in comune tra gli Elementi e il sistema del Vedānta. L’argomentazione di Deussen poggia principalmente su due grandi dichiarazioni.

La prima riguarda l’identità di Volontà e Brahman, nella seconda, invece, dichiara di avere in comune con la Bhagavad-gītā il riconoscimento di una sola essenza (il supremo Signore-Brahman) in tutti gli esseri manifesti. Il mondo è illusorio dice Śaṅkara, il mondo è una mia rappresentazione dice Deussen sulla scia del suo maestro.

Deussen viaggiando attraverso la tradizione sapienziale occidentale e orientale riallaccia le fila di un discorso che sottende l’Uomo: noi siamo una parte del tutto e pertanto siamo il tutto, ogni caratteristica esperienziale e contingente è illusione-rappresentazione, una concretizzazione dell’Essere che nell’Essere torna. Noi siamo quell’Essere. Restituisce armonia e profondità all’Uomo e alla divinità ad esso intrinseca armonizzandolo nelle apparenti diverse concezioni filosofiche che hanno un nucleo di base comune.