Migrazione: cosa significa essere un bambino?

È il 2 settembre 2015, spiaggia di Bodrum in Turchia, la fotoreporter Nilüfer Demir scatta una foto che in poco tempo rimbalza sulla rete e sulle prime pagine dei principali giornali del mondo: un bambino di 3 anni, Aylan Kurdi, giace morto a faccia in giù tra la schiuma delle onde. Scappato dalla guerra in Siria, Aylan lotta aggrappandosi alla vita e alla speranza di un futuro migliore.

Sulla piccola imbarcazione, riempita in modo eccessivo rispetto alle norme di sicurezza, era con i genitori e il fratello più grande, Galip. A salvarsi dal naufragio è solo il padre Abdullah al-Kurdi, riuscito, dopo vari tentativi, a racimolare soldi e organizzare il viaggio che li avrebbe portati finalmente via da Kobane. Aylan viaggiava con l’intera famiglia: è morto tra le braccia del padre, che per ore ha cercato di tenere in vita i suoi piccoli.

Molti i bambini più fortunati di Aylan, che riescono a poggiare i piedi sulla fresca sabbia e assaporare la gioia di una vita nuova. Di questi, però, molti viaggiano senza alcun riferimento familiare adulto: partono soli per ricongiungersi con parenti già emigrati oppure per cercare opportunità di educazione e di lavoro, senza un progetto migratorio ben preciso.


Il diritto internazionale li definisce “minori stranieri non accompagnati” (MSNA).


Per MSNA intendiamo quei minori che si ritrovano, ad esempio in Italia, privi di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili in base alle leggi vigenti del Paese di accoglienza. Secondo Unicef, nel 2017 sono giunte in Italia via mare 119.369 persone; tra queste, 17.373 minori. La maggior parte di loro, ovvero 15.779, ha viaggiato da sola. Nel 2018 si assiste a un forte calo; si stima, infatti, l’arrivo di soli 3.536 minorenni stranieri non accompagnati. A cambiare sono anche le principali nazionalità di provenienza: nel 2017 la massima parte dei MSNA arrivava da paesi dell’Africa Subsahariana occidentale, nel 2018 le nazionalità di provenienza sono state Albania ed Egitto (1).

Si tratta di un fenomeno storico importante e molto difficile da gestire. I bambini, infatti, sono uno dei gruppi più vulnerabili della migrazione e necessitano di interventi mirati.


Cosa succede a un minore non accompagnato una volta arrivato in Italia?


I minorenni che arrivano nel nostro Paese, come in altri Paesi europei, non possono essere espulsi e vengono, quindi, sistemati in centri di accoglienza. Molti di loro, però, scappano poco dopo rendendosi totalmente invisibili e irreperibili. A incoraggiare la fuga sono le reti criminali, che promettono ai bambini una vita migliore. Si spiega, così, l’alta percentuale delle ragazze fuggiasche, contattate e prelevate da un sempre più vivo mercato della prostituzione.

I motivi che spingono alla fuga sono diversi. In primis, si registrano falle all’interno dei centri di accoglienza, fonte di sofferenza per i bambini arrivati in condizioni davvero precarie. Si tratta, spesso, di strutture non adeguate, lontane dal garantire possibilità educative e dall’offrire strumenti di integrazione sociale. La vita all’interno del centro di accoglienza diventa, di conseguenza, insopportabile e non permettere ai minori di fidarsi delle istituzioni e degli operatori. È un sistema che, pur non violando apertamente i diritti dei bambini, non è ispirato a «procedure child-friendly (2)», rischiando di trasformarsi in una vera prigione fisica e psicologica.

Molte le denunce e le testimonianze di maltrattamenti perpetrati a danno dei minori: di recente la polizia francese, ad esempio, è stata accusata di aver utilizzato la violenza sui minori migranti all’interno di un centro di accoglienza (3).


Un altro fattore che sembra favorire le sparizioni dei minori riguarda il loro status giuridico.


I minori non possono essere espulsi prima dei 18 anni, ma compiuta la maggiore età sì: il loro, quindi, è uno status di ospiti solo temporaneo. Allora, molti, sapendo che diventeranno irregolari nel giro di pochi anni, preferiscono esserlo subito, dandosi a una vita più divertente ma alquanto pericolosa.

Inoltre, alcuni Paesi operano nell’ottica del rimpatrio: favoriscono, cioè, il ricongiungimento del minore con la famiglia di origine. Tuttavia, il bambino, spesso in accordo con la famiglia, era partito in cerca di un futuro migliore oppure, caso più grave, era semplicemente scappato da violenza e povertà.

È evidente che, affinché i minori non accompagnati siano protetti e valorizzati, sono necessarie delle strutture più consone, che mirino alla tutela e non al controllo repressivo. Manca, in altri termini, un impegno delle istituzioni a rendere effettivi i diritti dei minori stranieri non accompagnati. Il sistema di accoglienza non dovrebbe essere considerato come un passaggio obbligatorio, un ostacolo al sogno del bambino, ma un luogo di aiuto e sostegno al fine dell’integrazione nella nuova società.

Quest’ultimo obiettivo risulta dirimente e spaventa i bambini, che si sentono catapultati in una dimensione completamente altra, con cui non riescono immediatamente a comunicare.


L’impatto col nuovo mondo, dunque, è un momento delicato, che segna il futuro del bambino.


Per questa ragione, l’offerta dei servizi sociali dovrebbe aderire maggiormente alla legislazione nazionale e internazionale, offrendo ai minori non accompagnati la tutela e i diritti che spettano loro, sanciti da numerosi documenti, quali la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo del 1989, la Convenzione di Lussemburgo del 1980, la Convenzione Europea sull’esercizio dei Diritti dei Fanciulli del 1996, la Direttiva 2003/9/CE del Consiglio dell’Unione Europea del 2003.

Si tratta, però, di un impegno che coinvolge l’intera società ospitante. Lasciare i bambini in balìa di mercati criminali e circuiti di corruzione mette a rischio l’assetto democratico e sociale. Cambiamento istituzionale ma anche culturale. Decostruendo il mito dell’invasione, possiamo studiare le dinamiche delle migrazioni, cercare strumenti per tutelare le persone migranti e per contrastare le reti criminali.



(1) Dati consultabili su https://www.unicef.it/doc/8878/unicef-e-minori-migranti-in-italia-i-risultati-di-un-anno-di-lavoro.htm.
(2) Per approfondimenti, Luca Barbari, Francesco De Vanna, Il “diritto al viaggio” Abbecedario delle migrazioni, Giappichelli Editore, Torino, 2018, pp. 9-16.
(3) Oxfam International, Se questa è l’Europa. La situazione dei migranti al confine italo-francese di Ventimiglia, Giugno, 2018.

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