Come la coda delle lucertole

Novembre 1998. La rivista americana «Science» pubblica un editoriale in cui si illustrano incredibili prospettive nel mondo medico-scientifico, dovute al magistrale ingresso delle cellule staminali nella biotecnologia. In realtà, già negli anni Cinquanta del secolo scorso era stata presentata la prova sperimentale della presenza di cellule staminali nell’uomo, ma solo alla fine degli anni Novanta è stato possibile isolarne una particolare tipologia: cellule staminali embrionali.
Facciamo un passo indietro.


Che cosa sono le cellule staminali?


Ogni parte del nostro organismo è composto da varietà di cellule specializzate, ognuna per assolvere ai compiti richiesti da quel particolare organo o tessuto. Le cellule staminali sono le loro capostipiti: sono ancora indifferenziate e capaci di autorinnovarsi. Un po’ come la coda delle lucertole.

Le staminali rivestono un ruolo cruciale: a differenza delle cellule “normali”, possono differenziarsi e trasformarsi nelle cellule dell’organo in cui si trovano, rigenerandolo, oppure restare indifferenziate e costituire un “magazzino” di cellule atte al rinnovamento dell’organismo (1). A loro volta, esse possono essere totipotenti – in grado di divenire parte di qualsiasi tessuto organico; pluripotenti – in grado di divenire parte di molti dei tessuti organici; unipotenti – in grado di mutare in una sola tipologia di cellule.


Dove si trovano?


Sono reperibili nel midollo osseo, nel sangue, nel cordone ombelicale e nel liquido amniotico. Tuttavia, il vero serbatoio di cellule staminali totipotenti è l’embrione umano. Le staminali ricavate da embrioni nel primo stadio di sviluppo possiedono le potenzialità maggiori e proliferano in laboratorio con più efficienza e omogeneità rispetto a quelle adulte, che è più difficile indurre a differenziarsi nelle diverse fattispecie cellulari.


Che cosa permettono di fare?


Sappiamo che gran parte delle patologie che affliggono l’uomo contemporaneo sono dovute alla morte – per vecchiaia, trauma o azioni tossiche – delle cellule che costituiscono tessuti e organi. Le staminali (tutte) garantiscono un ricambio delle cellule danneggiate, consentendo di conseguenza un intervento nel caso di varie disfunzioni. Vengono già utilizzate staminali ematopoietiche (staminali adulte presenti nel midollo osseo e nel sangue) per far fronte a leucemie, linfomi, grandi ustioni, riparazioni della cornea, immunodeficienze, eccetera.

Sembrano avverabili risultati anche nel caso di malattie considerate incurabili, come la distrofia muscolare o il morbo di Alzheimer (2). Tuttavia, perché la ricerca possa esplorare le possibilità di guarigione di un maggior numero di patologie, dovrebbe approfondire lo studio delle cellule staminali embrionali, in grado, ad esempio, di differenziarsi in cellule ematiche, prospettando una soluzione al problema delle banche del sangue. Perché ciò non è possibile?


Le controversie etiche relative alle cellule staminali


Nel 2004 entra in vigore in Italia la Legge 40, che normatizza la fecondazione assistita. Alcuni tra i numerosi divieti imposti al momento della firma sono stati smantellati (3), ma ne resta in vigore, tra gli altri, uno: non possono essere utilizzati ai fini della ricerca scientifica gli embrioni sovrannumerari – quelli non impiantati in utero al fine di una gravidanza (4) – i quali non possono essere distrutti, bensì devono essere conservati a tempo indeterminato.

Sotto il profilo etico, è accettabile l’utilizzo degli embrioni in esubero al fine di ricavarne cellule staminali? È contemplabile l’idea che essi ritrovino una sorta di seconda vita nell’utilità scientifica, al fine di intervenire nei confronti di patologie ad oggi incurabili? Potrebbe, ma non per tutti. La controversia, dal punto di vista ideologico, rimanda al dibattito sullo status dell’embrione: è esso già vita da considerare persona titolare di diritti o è legittimo disporre delle sue potenzialità?

«Qualunque soluzione non potrà accontentare tutti e, d’altro canto, questo non può tradursi in una paralisi. Autorizzare o meno l’uso degli embrioni a scopo di ricerca non è la solita questione teorica intorno alla quale il dibattito accademico può andare avanti all’infinito senza che la vita reale venga minimamente turbata. È una questione che riguarda la vita di milioni di persone.» (5)




(1) Cfr. G. Milano, C. Palmerini, La rivoluzione delle cellule staminali, Feltrinelli, Milano, 2005. Ciò avviene perché le staminali agiscono nel processo di duplicazione cellulare dividendosi in modo asimmetrico: una staminale dà origine a una cellula uguale a se stessa – che andrà nel “magazzino” – e una che si differenzierà, spostandosi verso il luogo in cui si rende necessario il suo intervento.
(2) Le cellule staminali implicano non solo vantaggi, ma anche rischi: esse possono dare luogo a organismi completi, ma anche a teratomi, altrimenti detti tumori benigni che sono però dotati di una certa “dose di malignità”. In questo articolo è importante soffermarsi principalmente sul problema etico.
(3) Crollano, ad esempio: l’obbligo di produrre non più di tre embrioni e di impiantarli contemporaneamente; il divieto di effettuare diagnosi di screening genetico sugli embrioni da impiantare, in contrasto con quelli permessi dalla legge 194 nel caso di una gravidanza ottenuta tramite fecondazione non assistita; il divieto di fecondazione eterologa, il quale impediva il raggiungimento della gravidanza nei casi di sterilità grave.
(4) Nel caso di procreazione medicalmente assistita, vengono prodotti più embrioni: nel caso in cui il primo tentativo di far attecchire l’embrione non dovesse andare a buon fine, si può intraprendere un altro impianto senza ripetere la procedura da capo. Venuta meno l’illegittima imposizione di impiantare nello stesso momento tutti gli embrioni fecondati, si pone il problema della gestione di quelli non impiantati.
(5) D. Neri, La bioetica in laboratorio, Laterza, Roma, 2005.

FONTI:
D. Neri, La bioetica in laboratorio, Laterza, Roma, 2005.
G. Milano, C. Palmerini, La rivoluzione delle cellule staminali, Feltrinelli, Milano, 2005.
www.camera.it
www.associazionelucacoscioni.it

Martina Sargenti

Author: Martina Sargenti

Redattrice di Filosofemme. Laureata prima in Filosofia con una tesi in Bioetica all’Università di Bologna, si è poi specializzata in Editoria e Giornalismo presso l’Università di Verona.