Il volto oscuro del Welfare State svedese

Il volto oscuro del Welfare State Svedese

Svezia, estate del 1997: Maciej Zaremba, giornalista del «Dagens Nyethere», pubblica una serie di articoli sull’applicazione sistematica, da parte di alcuni enti nazionali svedesi, con l’inequivocabile beneplacito dello stesso governo, di sterilizzazioni coatte attuate in base a presupposti di matrice chiaramente eugenetica. È subito scandalo.

Gli articoli e le successive pubblicazioni di Zaremba (1) si basavano sulle indagini effettuate da Maija Runcis, una giovane dottoranda impiegata all’epoca dei fatti, presso il Riksarkivet di Stoccolma.

La studiosa era venuta in possesso di alcuni carteggi riservati, contenuti nel fondo del Rättpsykiatriska nämden (Comitato di psichiatria legale): un insieme di pratiche di richieste di sterilizzazione a carico di pazienti ospitati da enti pubblici o privati, come ad esempio orfanotrofi, ospedali, enti appartenenti all’apparato dell’assistenza sociale, da inoltrare o inoltrate all’autorità pubblica (2).


I fascicoli, che ricoprivano sorprendentemente un arco temporale che si snoda dal 1935 al 1975 (3), testimoniano una precisa volontà istituzionale di isolare e neutralizzare sistematicamente individui emarginati, considerati inutili e “indesiderabili” dal corpo sociale, fino al punto da limitarne la capacità riproduttiva.


Tali documenti – e questo, forse, ci sorprende un po’ meno – pur essendo sotto gli occhi di tutti, sono rimasti, fino alla pubblicazione degli articoli del «Dagens Nyethere», praticamente ignorati dal cosiddetto “mercato della ricerca”, così come dalla stampa specialistica e dal mondo accademico in generale (4).

Il focus dell’indagine si concentrava su alcuni casi in particolare, come ad esempio quello di una giovane donna di quindici anni di nome Lisa: la sterilizzazione della ragazza era stata richiesta dal pastore del suo villaggio, poiché ritenuta “idiota”. Tale “diagnosi” veniva motivata dalla scarsa concentrazione che la giovane avrebbe dimostrato durante le lezioni di catechismo.

In un altro caso inquietantemente simile al precedente, invece, il ricorso alla pratica, sempre a carico di una giovane donna, veniva giustificato da una generica quanto nebulosa propensione della ragazza a “frequentare sale da ballo”.

Questi due semplici esempi riescono a fornire un indizio ben preciso su come una buona dose di soggettività fosse connaturata alla base delle procedure attuate dallo Stato svedese in merito alle richieste di sterilizzazione, riuscendo a mostrare perfettamente alcuni dei punti critici del sistema in cui si muovevano le istituzioni socio-sanitarie preposte alle pratiche di sterilizzazione coatta.

Sterilizzazione, pare quasi superfluo precisarlo, applicata in maniera statisticamente significativa su donne giovani, orfane (o comunque abbandonate dalla famiglia d’origine), nubili e di condizione povera o poverissima, accompagnate spesso e volentieri da cartelle cliniche che riportavano, tra l’altro, argomentazioni di natura moralistica, più che puramente medica e psichiatrica.


Il risultato più concreto ed immediato della bagarre mediatica scatenata da Zaremba fu la quasi fulminea istituzione di una Commissione d’Inchiesta ad hoc, da parte di Margot Wallström – all’epoca Ministro della Sanità e, successivamente, Commissario Europeo per l’Ambiente – seguito a ruota dalla promessa di un risarcimento pecuniario destinato alle vittime involontarie del programma di sterilizzazione in vigore fino al 1975.


Nonostante l’implicita ammissione di colpa, testimoniata dall’apertura di un’inchiesta ufficiale e soprattutto dallo stanziamento di fondi per gli indennizzi, era più che evidente una certa ritrosia, da parte degli esponenti del partito socialdemocratico svedese, verso il riconoscimento di un coinvolgimento diretto dell’establishment all’interno della vicenda; quasi un rifiuto, volontario o meno, ad accettare quelle macchie che, inevitabilmente, avevano finito per compromettere l’idea mitica di folkhemmet (5), tanto cara al partito, macchiandone indelebilmente l’immagine di correttezza e rispettabilità.

La documentazione rinvenuta dalla Runcis (6) e il frutto delle sue ricerche riuscirono, quindi, a dimostrare il volto oscuro della politica di welfare applicate in Svezia da quasi mezzo secolo, andando a minare, in questo modo, i presupposti stessi di un modello analizzato, ammirato ed “esportato” da politici, economisti e politologi di tutto il mondo.

Un triste episodio (e troppo presto dimenticato) che ci mostra come il razzismo, la discriminazione, la violenza sul più debole possa, a volte, finire per nascondersi subdolamente dietro la facciata della razionalizzazione – qui portata alle sue estreme conseguenze – del paradigma dell’efficienza e dell’utilità sociale e, cosa ancora più inquietante, dell’istituzione stessa.


  1. Si veda, a mero titolo di esempio, sull’ampio dibattito sul caso svedese scatenato dagli scritti di Zaremba, De Rena och de andra, Bokförlaget DN, Stockholm, 1999.
  2. Cfr. Colla P.S., Per la nazione e per la razza. Cittadini esclusi nel “modello svedese”, Carocci Editore, Roma, 2000, p. 43.
  3. Op. cit., p. 9.
  4. Fa eccezione a questo discorso generale il lavoro di Broberg, antecedente di qualche anno, privo in ogni caso della dettagliata documentazione di cui sopra. Cfr. Broberg G., Roll-Hansen N., Eugenics and the Welfare State. Sterilization policy in Denmark, Sweden, Norway, and Finland, East Lansing, Michigan, Michigan State University Press, 1996.
  5. Letteralmente “casa del popolo”. Termine utilizzato dall’ideologia socialdemocratica svedese per definire il concetto di Stato-casa. Secondo tale modello, una volta eliminata la dicotomia delle lotte di classe, un governo centrale avrebbe dovuto garantire accoglienza, rispetto, uguaglianza e comprensione reciproca a tutti i suoi cittadini, nel contesto di un “format politico”, semplificando molto per motivi di spazio, a mezza via tra comunismo e capitalismo.
  6. Per approfondire, Cfr. Dotti L., L’utopia genetica del welfare state svedese (1934-1975). Il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2004, p. 8, nota 1.

Maria Vittoria Cristiano

Author: Maria Vittoria Cristiano

Laureata in Filosofia e Comunicazione all’Orientale di Napoli, si specializza in Scienze Filosofiche a Bologna con una tesi in Bioetica, quindi si diploma alla Scuola Parresia. Vincitrice del premio nazionale di filosofia, pubblica alcuni componimenti per Sillabe di Sale (antologia). Attualmente è Consulente Filosofico, responsabile di APPF per la sua città e redattrice presso Phronein.