Contraccezione sì contraccezione no


Che cos’è un contraccettivo (e che cosa non è)?


Un metodo anticoncezionale – o contraccettivo – è uno strumento utilizzato con l’intenzione di prevenire il concepimento: contrasta la acceptio, l’accoglienza. Ciò si riferisce in particolare agli anticoncezionali che agiscono su base ormonale (pillola, cerotto, anello), mentre i contraccettivi cosiddetti “meccanici” (preservativo) fungono anche da barriera contro le MST – Malattie Sessualmente Trasmissibili.

La seconda funzione dei contraccettivi ormonali è invece terapeutica nei confronti di altre patologie che possono affliggere l’apparato genitale femminile (endometriosi e ovaio policistico per citare le più note).

Nel momento in cui si parla di prevenire una gravidanza, è necessario operare una distinzione, di facile comprensione se ci si focalizza su uno degli anticoncezionali più gettonati: la pillola. Questa piccola pastiglia ha una funzione anovulatoria: le sostanze contenute fanno in modo di impedire l’ovulazione. In altri termini, simulano gli ormoni naturali e la fase di espulsione del ciclo, non lasciando però fuoriuscire un ovulo che possa essere fecondato. Non si tratta, allora, di farmaci o di strumenti che vanno ad agire su un concepimento già avvenuto, interrompendolo: non sono mezzi abortivi.


Abbiamo sempre avuto diritto alla contraccezione?


Fino al 1971, in Italia era in vigore l’articolo 553 del codice penale(1), intitolato “Incitamento a pratiche contro la procreazione” e inserito nei delitti “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. L’articolo era stato introdotto dal Codice Rocco negli anni Trenta, ossia nel periodo in cui il fascismo propagandava la propria politica sulla natalità e la crescita demografica: lo zeitgeist (spirito culturale) del tempo, infatti, vedeva in un popolo fecondo una delle fonti della potenza di stato e lo stesso Rocco riteneva che ogni azione atta a “isterilire” le fonti procreative fosse un attentato alla razza. Le ragioni sottese all’articolo, dunque, non sono da spiegare oltre.

Nel 1971 la Corte Costituzionale vota per l’abrogazione dell’articolo: i mezzi contraccettivi che già esistevano (e venivano venduti e utilizzati di contrabbando) iniziano ad essere sfruttati come mezzo di emancipazione – in particolare femminile – nella scelta di abbandonare la visione gravidanza come evento fisiologico “capitato” e a cui doversi adeguare, in favore di una maggiore organizzazione personale della vita e della famiglia, non più gestita dalla sorte, bensì dalla propria volontà. Così recita la proposta di legge del 1968 – una delle tante mai deliberate – spostando il focus di interesse da quello collettivo a quello individuale:

«In tal modo libertà per i mezzi di controllo delle nascite, libertà di conoscenza e di informazione vuole significare un passo avanti sulla strada che elimina il fortuito, l’accidentale dalla vita degli uomini e vi sostituisce coscienza, decisione e responsabilità nell’ambito di nuovi rapporti tra l’uomo e la donna e di una famiglia fondata sugli affetti e intesa come centro di solidarietà morale».(2)


Il dibattito sulla liceità della contraccezione


Nonostante non siano strumenti abortivi, gli anticoncezionali hanno sollevato una fervente discussione circa la legittimità del loro utilizzo: il mondo cattolico addita la contraccezione come illecita, gravitando attorno al dubbio se e quando la procreazione possa essere controllata o esclusa. Storicamente, la condanna morale delle pratiche anticoncezionali si rifà al concetto di “contro natura”, in quanto l’atto contraccettivo agisce contro il solo fine unitivo-procreativo insito nel rapporto sessuale – quindi escludendo la possibilità che possa essere praticato come pura espressione della sessualità, come manifestazione affettiva o come ricerca del piacere. Si susseguono encicliche papali – dall’Humanae vitae di Paolo VI all’Evangelium vitae di Giovanni Paolo II – dove si ribadisce l’opposizione a ogni atto che contrasti la vita. Ma non disperiamo, la soluzione alle gravidanze indesiderate e alla trasmissione di malattie esiste ed è una: seguire metodi naturali, altrimenti detti astinenza e remissione alle scelte del padre onnipotente. È previsto, infatti, che non ogni unione (coniugale, si intende) porti alla generazione di una nuova vita – tuttavia non perché si scelga di perpetrarlo per altri fini che non la contemplino:

«Infatti, come l’esperienza attesta, non da ogni incontro coniugale segue una nuova vita. Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite. Ma, richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita».(3)

Risulta chiaro, allora, perché non servirebbe l’utilizzo di metodi contraccettivi: se è Dio a stabilire le leggi di fecondità e i ritmi delle nascite, sarà lo stesso Dio a elargire o meno la vita. Potrebbe farlo, come potrebbe non farlo. Perché lasciare che sia l’uomo – povero servo del Signore – a decidere se la desidera?

Altri detrattori della contraccezione ritengono che essa sia figlia di una cultura volta a sfavorire le nascite, alle volte assimilandola alla politica del figlio unico attuata dai successori di Mao Zedong in Cina (poi abolita in quanto violava i diritti fondamentali dell’uomo): essa prevedeva l’obbligo per ogni famiglia di generare un solo figlio – è chiaro che si tratta di una misura autoritaria tanto quanto l’imposizione di accettare che sia il caso a decidere. Appare inverosimile l’affermazione che questa sia la tendenza europea: più realistica è l’ipotesi che le condizioni socio-economiche e lavorative – e, fuor di dubbio, una cultura più individualista(4) –  inducano le nuove generazioni a ritardare e limitare la prole rispetto ai secoli precedenti, anzi a organizzarla. Perché di questo si tratta: la liberalizzazione dei metodi anticoncezionali non deriva dalla volontà di imporre una mentalità denatalista, ma dal permettere che l’individuo, la coppia, la famiglia possano organizzare e programmare l’eventuale momento in cui prolificare, in base al proprio personale progetto di vita.


E allora?


Di nuovo, non sembra possibile un punto di incontro: i presupposti – libertà individuale vs. bene collettivo (?) e remissione alla volontà divina – viaggiano su rette parallele, più rette e parallele che mai e lo scontro morale non trova risoluzione. La conclusione? Come si può pretendere che argomentazioni che si rifanno a ragioni di fede possano valere in modo ineluttabile e universale in un contesto in cui convivono laici e credenti? È evidente che, dal punto di vista normativo, debba essere contemplata l’opzione più inclusiva e tollerante.




(1) “Chiunque pubblicamente incita a pratiche contro la procreazione o fa propaganda a favore di esse è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire quattrocentomila. Tali pene si applicano congiuntamente se il fatto è commesso a scopo di lucro”. A esso si lega a doppio nodo l’articolo 115, che vietava la pubblicizzazione sui giornali di notizie e nozioni circa i metodi contraccettivi.
(2) Atti parlamentari, Camera dei deputati, V legislatura, n. 725, Proposta di legge d’iniziativa dei deputati Coccia, Re Giuseppina e altri, presentata il 27 novembre 1968.
(3) Enciclica Humanae vitae, Papa Paolo VI, 25 luglio 1968. Stesso anno della proposta di legge a favore della contraccezione, n.d.r.
(4) Rispetto ai secoli precedenti, quello contemporaneo è caratterizzata dalla lotta per i diritti dell’individuo. Tra di essi si annovera quello alla programmazione della gravidanza, che ad oggi comporta la prevalenza di nuclei familiari in cui è presente un numero di figli inferiore rispetto a quello delle generazioni precedenti. Il rischio è che questa sia considerata la normalità in un’ottica omologante, considerando le famiglie numerose come extra-ordinarie. È bene tenere a mente che la lotta per i diritti individuali implica nello stesso termine “individuo” che ognuno conduca il proprio progetto di vita come più lo reputa soddisfacente. Ottenere il diritto di gestire la prole vuol dire poterne avere uno, due, dieci, non averne affatto. Nessuna scelta è condannabile, purché non vi sia imposizione intransigente di alcun genere: religiosa, politica o “da bar”.



FONTI:
Betta E., Note sulla storia dell’articolo 553 del Codice penale italiano, elaborato scritto per la facoltà La Sapienza, Roma.
Prosperi A., Dizionario storico dell’Inquisizione, Edizioni Scuola Normale, Pisa, 2010, pp. 400-402.
Loconsole M., Storia della contraccezione in Italia tra falsi moralisti, scienziati e sessisti, Pendragon, Bologna, 2017.
www.scienzaevita.org
www.informasalus.it
www.uaar.it/laicita/contraccezione
www.brocardi.it per i riferimenti legislativi http://w2.vatican.va per le enciclic

Martina Sargenti

Author: Martina Sargenti

Redattrice di Filosofemme. Laureata prima in Filosofia con una tesi in Bioetica all’Università di Bologna, si è poi specializzata in Editoria e Giornalismo presso l’Università di Verona.