Perché odiamo chi ci smuove la coscienza?

È successo il 7 ottobre a Roma: è stato rinvenuto, appeso sotto il ponte in via Isaac Newton, il fantoccio raffigurante Greta Thunberg impiccata. Il tutto accompagnato da un cartello recante la scritta «Greta is your God».


Ecco, perché odiamo chi ci smuove la coscienza?


Non è certo la prima volta che gruppi più o meno organizzati si schierano contro qualcuno che sta prendendo posizioni forse scomode e, nel farlo, sta anche riuscendo a ottenere il consenso di molte persone. Pensiamo solo ai gesti e alle campagne di odio mosse contro l’Onorevole Laura Boldrini, la cui colpa viene indicata nell’aver posto il problema dell’immigrazione da una prospettiva umana e non burocratico-numerica. O riflettiamo anche su tutti gli attacchi denigratori contro i movimenti per i diritti civili: Martin Luther King, il Gay Pride o la Women’s March per fare degli esempi. Qualsiasi dei casi elencati si vada a scrutare, si troveranno sempre gruppi di odio, insulti e azioni violente messe in atto nei loro confronti.

Al fine di rispondere alla domanda iniziale credo possa essere utile una riformulazione del quesito  stesso – perché, alla fine, la filosofia è un perpetuo riformulare e cercare di assumere prospettive differenti –: anziché chiederci perché si odia chi smuove le nostre coscienze, dovremmo chiederci perché si odiano coloro che ci fanno sentire responsabili.
Ecco, allora, che ponendo la nozione di responsabilità come elemento di interesse centrale, viene più facile rispondere alla domanda. 


Responsabilità, dal latino respondere, ovvero essere chiamati a rispondere, ma anche dall’inglese responsability come dover rendere conto di qualcosa.


Il termine responsabilità come lo conosciamo noi contemporanei, nasce proprio nel contesto giuridico istituzionale inglese e in tale accezione comincia la sua diffusione: Hart, in Punishment and Responsability, definisce il senso originario della responsabilità come il «dover rispondere ad accuse che, se verificate, implicano la possibilità di pena o biasimo» (1).
Ecco allora qual è la colpa di cui si è macchiata Greta Thunberg, il motivo per cui si odiano coloro che cercano di smuovere le nostre coscienze: l’averci chiamato a rispondere di qualcosa che sta accadendo. L’averci ricordato che se ci sono il cambiamento climatico, lo scioglimento dei ghiacciai, il gender gap e le aggressioni omofobe, è perché noi, in qualche modo contribuiamo al loro essere. 

Si odia chi fa sentire responsabili perché ci addossa la causa di quel determinato avvenimento e quindi la conseguente possibilità di esserne chiamati a rispondere e di incorrere in pene o biasimi.

Con i discorsi ricorrenti della giovane svedese, le apparizioni pubbliche, gli ostinati scioperi del venerdì davanti al parlamento, il cambiamento climatico e le sue conseguenze non sono più qualcosa di cui lamentarsi a vuoto, in quei classici discorsi da ascensore o da bara stra maledire le donne, il tempo ed il governo (2) – ma divengono qualcosa di cui siamo partecipi, per la quale possiamo agire, che sia in senso negativo o in senso positivo.


Così si impicca il pupazzo con le fattezze di Greta Thunberg, perché ha attribuito a tutti noi una responsabilità per i cambiamenti climatici.


E alla fine, si sa, che se da grandi poteri derivano grandi responsabilità, è anche vero che da grandi responsabilità derivano grandi oneri – e, in qualche modo, anche grandi poteri.
Quello che dovrebbe consolare, di questa attribuzione di responsabilità, è il fatto che si sappia anche a chi rivolgersi affinché la situazione muti. Non è più un vuoto imprecare che rimbalza contro l’azzurro del cielo, ma un individuare chi viene chiamato a rispondere, e quindi ad agire.

Eppure, anziché consolare, questo aspetto, questa consapevolezza della possibilità di avere il potere di mutare le cose, di avere un controllo della situazione, tende a gettare nel panico. O forse no, non nel panico, ma nell’insofferenza di sentirsi attribuiti degli oneri, di essere esposti alla possibilità di biasimo. Perchè occorre altresì considerare che, questa chiamata alla responsabilità, può essere avvertita con urgenza maggiore o minore a seconda dei soggetti considerati.

Ecco allora che qualcuno potrà avvertire fortemente tale onere del quale arriva a percepire anche gli onori, gioendo del fatto che l’aver individuato la causa rechi con sé la possibilità del cambiamento. E questo qualcuno agisce in funzione della possibilità di cambiamento e arriva a biasimare coloro che, ugualmente coinvolti da tale investitura alla responsabilità, non agisce come ci si aspetterebbe che agisca.


Doveri, imputabilità, biasimo, prospettive differenti: tutti termini che riconducono e che derivano dal concetto di responsabilità.


Quel concetto che come una lunga mano ci afferra mentre ci allontaniamo lentamente e, riportandoci indietro, ci ricorda che la causa è in noi e con ciò anche il preciso dovere di agire al cambiamento.
Si odia chi smuove le nostre coscienze perché richiama all’ordine, rende imputabili e padroni di quello che accade.

Non al denaro, non all’amore né al cielo… (3)


1)  H.L.A Hart, Punishment and Responsability: Essay in the Philosophy of Law, pg. 19
2) Fabrizio De Andrè, Città Vecchia; canzoni, 1974
3) Fabrizio De Andrè, Non al denaro, non all’amore né al cielo, 1971

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