Influencer, Identità e Storytelling: il caso Caroline Calloway

La storia che vi voglio raccontare è smaccatamente pop.

La sua protagonista, Caroline Calloway, è una influencer americana, pressocché sconosciuta in Italia, che conta circa 800mila follower. Un numero tutto sommato modesto, considerato che la nostrana Giulia De Lellis, con le sue comparsate televisive e la sua edificante condotta in reazione al tradimento del fidanzato, ne ha circa 4 milioni. Eppure, nelle ultime settimane, Caroline è apparsa sul «New York Times», sul «Washington Post» e su «Business Insider» – per citare solo alcune delle testate giornalistiche che hanno parlato di lei. Perché?


Andiamo con ordine.


Nel 2012 Caroline, che sogna di fare la scrittrice ed è studentessa di Storia dell’Arte alla NYU, apre un profilo Instagram in cui racconta, attraverso dettagliatissime caption alle foto che posta, la sua vita di ventenne — i viaggi in Europa, la sofferta decisione di rompere con il fidanzato, il trasferimento a Cambridge. Caroline sfrutta il fascino posh della prestigiosa università inglese nel migliore dei modi e il suo account comincia ad avere un certo seguito. La narrazione è avvincente, molto appetibile per un pubblico giovane, abituato ai social network e a ricercare nei profili altrui la vita perfetta che vorrebbe per sé.

Nel 2016, alla luce del successo social, la Flatiron Books propone a Caroline un contratto editoriale da $375.000. Lei accetta, riceve un anticipo, ma passano i mesi e il libro, alla fine, non esce. Era una menzogna, non la rappresentava. I soldi vengono restituiti, il progetto naufraga e tutto si risolve in un nulla di fatto.


I post su Instagram continuano, ma meno frequenti.


Nel Dicembre 2018, il fenomeno Calloway torna alla ribalta con un tour di workshop creativi. Anche questi si rivelano essere un buco nell’acqua: cattiva organizzazione, date cancellate e scontento generale — il tutto alla modica cifra di $165 a biglietto. Il tour viene cancellato e Caroline entra nel recentemente aggiornato novero degli scammer (truffatori): dal Fyre Festival al caso Anna Delvey, il motto fake it ‘til you make it si è rivelato, negli ultimi anni, un’inquietante realtà del mondo degli influencer.

Fama, identità, social. Quanto esposto sarebbe sufficiente per riflettere su questi temi.

Tuttavia, la storia non finisce qui.

A inizio settembre, esce per «The Cut» un articolo intitolato I Was Caroline Calloway. Seven years after I met the infamous Instagram star, I’m ready to tell my side of the story (1). L’autrice, Natalie Beach, ex amica di Caroline, dichiara di aver contribuito alla scrittura dei post che l’hanno resa famosa, oltre che alla realizzazione di quel libro mai apparso sugli scaffali; racconta che Caroline non è riuscita portare a termine il progetto perché dipendente da Adderall (2); dipinge l’influencer come una ragazza viziata e sola, narcisista e incapace di altruismo – una versione molto diversa da quella proposta su Instagram.


Lo scarto tra realtà e apparenza è una costante del mondo social: i dati possono essere filtrati, le informazioni centellinate, gli aspetti positivi messi sotto ai riflettori e quelli negativi celati.


Il medium digitale esacerba quel meccanismo che ognuno di noi mette in atto nel quotidiano: scegliamo in che modo proporci agli altri, evitiamo di mostrarci vulnerabili, costruiamo delle narrazioni coerenti di noi stessi e di quello che ci succede. Sosteneva il biologo Jay Gould:

«Siamo creature che raccontano storie; la nostra specie avrebbero dovuto chiamarla homo narrator (o forse homo mendax per riconoscere l’aspetto fuorviante che c’è nella narrazione di storie) anziché con il termine spesso non appropriato di homo sapiens. La modalità narrativa ci riesce naturale, come uno stile per organizzare pensieri e idee.» (3)

Il Calloway gate, potrebbe rientrare nei consueti meccanismi di auto-narrazione, se non ci fosse un ulteriore sviluppo della vicenda.

Due giorni dopo l’uscita dell’articolo di Natalie Beach, Caroline annuncia ai followers che suo padre è morto per cause sconosciute.


Si ha, a questo punto, un turn inaspettato nello storytelling del suo profilo Instagram: l’influencer comincia a raccontare, senza filtri, qualsiasi cosa.


La morte del padre si rivela essere suicidio, Caroline parla con freddezza della di lui depressione, di quanto fosse un uomo intelligente ma anaffettivo. Documenta il suo lutto e la sua notorietà: pilates, psicoterapia, interviste, funerale, appuntamenti. Il tutto, riflettendo allo stesso tempo sui suoi stessi procedimenti di storytelling: ammette di aver mentito per omissione, così come ha mentito per omissione la sua amica Natalie. Entrambe hanno creato dei personaggi credibili, ma Caroline, che alla fama tiene parecchio e lo dichiara senza peli sulla lingua, sta portando il suo personaggio alle massime conseguenze esponendosi completamente, rompendo con violenza la quarta parete.

C’è da chiedersi, a questo punto, se narrare se stessi al grande pubblico, attraverso un medium come Instagram, fatto ad hoc per introdursi neanche troppo surrettiziamente nel quotidiano, non porti con sé il rischio di diventare quella stessa narrazione. Caroline, la ragazza con le orchidee tra i capelli, è ora diventata Caroline, l’ambiziosa influencer capace di sfruttare la sua fama e di vendere, nel periodo più difficile della sua vita a livello emotivo, i diritti perché la sua storia diventi un film. Di quale Caroline dobbiamo fidarci?


Elemento fondamentale di questa storia, comunque, è il grande pubblico che è riuscita ad attirare: come una serie tv, ma più reale.


Al pari del caso Pamela Prati & Mark Caltagirone, la narrazione piace di più quando qualcuno, una persona in carne e ossa, si immola per farsene portatrice. Gradevole o sgradevole, l’importante è che sia reale — che non richieda un grosso sforzo di “suspension of disbelief”. La finzione, dopo un po’ annoia. La realtà tiene sempre sull’attenti. Mescolare l’una e l’altra, però, rischia di produrre mostri di Frankenstein che aggiustano la propria vita in funzione dell’appetibilità.


(1) N. Beach, I Was Caroline Calloway. Seven years after I met the infamous Instagram star, I’m ready to tell my side of the story, The Cut.
https://www.thecut.com/2019/09/the-story-of-caroline-calloway-and-her-ghostwriter-natalie.html
(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Adderall
(3) S.J. Gould, So Near and Yet So Far, in The New York Review of Books.

Martina Peruzza

Author: Martina Peruzza

Laureata triennale in Filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi in Storia dell’Estetica e laureanda magistrale presso la stessa università. Scrive di quello che capita, ma la sua grande passione è la letteratura. (Non si prende tanto sul serio e spera un giorno di poter realizzare la sua più grande ambizione intellettuale: sceneggiare Un posto al sole.)