Ida Dominijanni: soggetto politico, soggetto dell’inconscio parte I

Eccoci di nuovo qui a parlare del nuovo incontro di CONTRA/DIZIONI che ha avuto come protagonista la giornalista e filosofa Ida Dominijanni. Nello specifico, la discussione si è svolta attorno a due suoi testi: Soggetto dell’inconscio, inconscio della politica e Pratica dell’inconscio, inconscio della pratica (1).


Il primo testo nasce da una domanda molto antica: che cosa la politica apprende e cosa invece non riesce ad apprendere dalla psicoanalisi?


In che rapporto stanno questi due saperi che, pur condividendo per certi versi una storia di interessante parallelismo nella modernità, non si parlano?

C’è infatti una sordità della politica, sia come prassi che come filosofia politica (ma anche della filosofia in generale) alla questione molto perturbante della costituzione anche inconscia del soggetto. La politica, infatti, lavora da sempre sul presupposto di un soggetto interamente razionale che si associa razionalmente agli altri soggetti attraverso la costituzione di un patto sociale: in questo modo prende vita la Politica stessa, considerata però come il prodotto razionale e artificiale di un soggetto a sua volta razionale e dotato di volontà. Questa concezione del soggetto è però incompatibile con quella freudiana, che a quello razionale aggiunge l’elemento essenziale dell’inconscio, del desiderio, delle pulsioni: non sempre positive e non del tutto dominabili razionalmente.


Se negli anni ’70 c’era un’apertura del pensiero politico verso l’inconscio e la psicoanalisi, essa si è poi paradossalmente chiusa con l’avvento del capitalismo neoliberale.


È questo un paradosso, perché è proprio questo tipo di capitalismo ad essersi accorto della pluridimensionalità del soggetto, cominciando a sfruttarla a suo vantaggio e investendo non più solamente sul soggetto razionale, ma soprattutto su quello dell’inconscio: il sistema capitalistico, infatti, funziona facendo leva sui desideri individuali e traducendoli in desideri consumistici – ovvero di un oggetto o dell’altro, ma sempre inteso come oggetto e mai come persona – per proporre infine una soddisfazione mercificata del desiderio. Lo si vede bene guardando al funzionamento dei social network: essi lavorano infatti facendo leva sull’elemento emozionale, istintuale e irriflessivo dei loro utenti, che si esprime attraverso la modalità del like o delle reazioni, ovvero emozioni molto primarie che spesso rispondono a istanze non consapevoli (inconsce o preconsce, ma quasi mai razionali). 

Un primo interrogativo che lega dunque i due testi di Dominijanni è come il rapporto con la dimensione inconscia del soggetto sia stato spesso mancato dalla politica della trasformazione (quella che in teoria dovrebbe essere rappresentata dalla sinistra), e come esso sia stato invece utilizzato dalla parte opposta, che ben si adatta alle ideologie capitaliste contemporanee, e come allora questa dimensione inconscia della soggettività operi nella politica.


Per spiegare meglio che cosa ciò implichi nel concreto, Dominijanni propone una riflessione sull’attualità: a fronte della situazione inedita creatasi a causa di questa pandemia, sarebbe infatti interessante interrogarsi sul futuro (e sarebbe bene che lo facessero soprattutto le pratiche politiche) tenendo in considerazione le conseguenze che questa situazione ha causato sull’inconscio.


Questo significa, per esempio, indagare le paure e le fobie profonde che sono emerse da questa condizione di pericolo, che molto probabilmente avranno a che fare con l’impatto con la morte ridotta a un problema di smaltimento dei cadaveri, che ci ha privato della possibilità di avere un compianto pubblico e un’elaborazione adeguata del lutto. In che modo tutto ciò ha cambiato in profondità noi stessi? Secondo Dominijianni, questa è una dimensione che andrebbe indagata per capire come si potrebbe renderla produttiva politicamente; altrimenti essa diventerà sì produttiva, ma in modo “selvaggio”, causando atti sociali di rancore, rabbia e colpevolizzazione nei confronti dell’ordine costituito a cui in parte abbiamo già assistito in questi mesi. In altri termini, una ribellione nei confronti del potere.


A questo proposito è utile chiederci: qual è la vita psichica del potere e quali sono i dispositivi psicologici e inconsci attraverso i quali noi accettiamo il potere? Perché e in base a cosa accettiamo di essere governati oppure ci ribelliamo al potere?


Per rispondere bisogna prima di tutto uscire dal dualismo che contrappone un potere delle dinamiche sociali positivo, estroverso e riconoscibile, a una dimensione oscura e criptata dell’inconscio. Si tratta di capire attraverso quali dispositivi psichici e inconsci noi accettiamo o contestiamo la normatività sociale: questa è la forza dell’inconscio. Basti pensare al ruolo fondamentale che esso ha avuto nell’adesione ai totalitarismi, come ha fatto notare la psicoanalisi ma anche altre studiose, tra cui Hannah Arendt e Simone Weil: perché, in determinate circostanze storiche, gli esseri umani accettano di sottostare a un dominio che li mortifica, li reprime e li violenta? Attraverso quali dispositivi? E, parallelamente, perché a un certo punto ci si ribella? 

Se vogliamo iniziare a ragionare e a lavorare sulla soggettività politica come soggettività fatta sia di ragione che di processi inconsci, possiamo cercare di capire in che modo l’inconscio è coinvolto nelle dinamiche sociali e politiche. Questo vuol dire, per esempio, cercare di capire come mai la normatività eterosessuale è stata ed è ancora dominante: cosa ce la fa accettare e cosa invece ci fa ribellare? Qual è la capacità di ribellione creativa che ha il nostro inconscio per far sì che noi ci ribelliamo alla norma? Anche di questo si occupano le pratiche femministe:  di questo, però, parleremo meglio nel prossimo articolo.




(1) Per chi fosse interessato, entrambi i testi sono disponibili in modalità lettura sul cloud di CONTRA/DIZIONI (potete trovare il link sulla loro pagina Facebook).