Dopo il progresso

Si può ancora credere al nostro mito più concreto?

La seconda parte del titolo della nuova uscita edita da Castelvecchi anticipa al lettore l’assetto filosofico del saggio di Chabot: pone una domanda.


Chi meglio della filosofia può assumere il ruolo di stimolatore del pensiero?


Dopo il progresso – la prima parte del titolo – nondimeno, con il suo “dopo”, preannuncia un’analisi che vada oltre al progresso concepito secondo il senso comune. Innanzitutto: possiamo parlare di un unico Progresso “con la maiuscola”? Il filosofo sostiene che il Progresso non esista (più): esso è figlio delle circostanze ed è molteplice. Si deve allora parlare di progressi, cambiamenti di vari settori della vita umana, che si distinguono da un avanzamento imposto e dall’interpretazione univoca, figlio invece del dogmatismo.

Inoltre, se ci fermiamo un attimo a pensare a cosa nell’immediato associamo al termine, ci renderemo conto che diamo per scontato che progresso indichi un marciare avanti, un movimento lineare nel tempo che si muove da un prima a un dopo che necessariamente sarà migliore. Eppure, pensatori del divenire come Bergson, Simondon e Deleuze hanno proposto una visione diversa della vita, concepita non come una marcia, ma come un insieme di passi avanti e indietro, deviazioni, sorprese, imprevisti. Ciò comporta che il progresso non sia più sinonimo di miglioramento: esso è capace di perfezionare come di deteriorare.

«La questione fondamentale che va posta a proposito del progresso è quella relativa al suo senso. Il progresso non può essere pensato, come spesso accade, indipendentemente dalla questione della vita» (1).

Come la vita non ha un significato intrinseco se non siamo noi a conferirglielo, spetta all’uomo dotare di senso e di valore il progresso: non hanno torto i nichilisti – afferma Chabot – nel sostenere che la tecnica non possiede senso connaturato, se non il progredire stesso. Anche la sua funzione, lo scopo per cui una tecnica viene creata, non è monosemica: è ambipotente: può essere utensile, può essere arma; può migliorarci, può renderci “carnefici qualificati”.


Ci si potrebbe domandare quale sia il più grande dei progressi: ebbene, è quello che riguarda la relazione.


Non solo il progresso va a rappresentare proprio la relazione tra la vita e il suo senso – tra di loro permane una distanza figurata ed enigmatica, senza la quale resterebbe solo il desiderio di sopravvivenza – ma è anche rappresentato dalla nostra capacità di relazionarci con il mondo.

Queste sono solo alcune delle riflessioni e delle premesse che il saggio mette a disposizione, con l’obiettivo di reinventare il progresso, dal momento che ci troviamo nella difficoltà di godere dei suoi effetti, senza disporre del linguaggio per controllarlo. Progresso, un tempo termine simbolico, è giunto per svuotarsi di significato, dopo essere stato elevato a bandiera in nome della quale giustificare così tante azioni da averla consumata, da averle assegnato la maiuscola, ma senza la capacità di saper definire cosa sia contenuto tra la prima e l’ultima lettera.


(1) P. Chabot, Dopo il progresso. Si può ancora credere al nostro mito più concreto?, Castelvecchi, 2019, p.17.

Grazie a Castelvecchi Editore!

Martina Sargenti

Author: Martina Sargenti

Redattrice di Filosofemme. Laureata prima in Filosofia con una tesi in Bioetica all’Università di Bologna, si è poi specializzata in Editoria e Giornalismo presso l’Università di Verona.

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