Ecologia queer: Greta Gaard

Il futuro è green, giovane e donna, lo si sente ripetere sempre più spesso soprattutto alla luce dei nuovi movimenti mondiali contro il cambiamento climatico. 

Che il futuro sia giovane è una condizione scontata per sua costituzione, che debba essere green è un’esigenza necessaria per la sua continuità e salvaguardia, che debba essere anche “donna” è però un evidente segnale del cambiamento di paradigma culturale, sociale e politico che si deve necessariamente compiere.

Ancora oggi, la donna è oppressa dalla società patriarcale piegata al capitalismo ed è vittima consapevole di stereotipi e discriminazioni.


Il futuro ci può salvare (e si può salvare) ma è necessaria una educazione culturale forte e potente che agisca fin dalle generazioni più giovani.


Il libro edito da Edizioni Sonda Le avventure della Filosofia, di cui stiamo approfondendo i profili delle principali pensatrici e filosofe trattate, cerca di fare proprio questo: affrontare una nuova narrazione di pensiero che sia inclusivo e diretto alle giovani menti curiose e in formazione.

In questa prospettiva non poteva mancare il capitolo dedicato alla natura e alla relazione simbiotica e armonica che nel corso della storia hanno inteso, vissuto e raccontato alcuni pensatori.

Nel capitolo In Armonia con la natura continuiamo a conoscere il pensiero di alcune femministe tanto importanti quanto taciute nella consegna classica della storia.

Tra queste, Greta Gaard emerge nella sua figura poliedrica: professoressa (insegna alla University of Winsconsin-River Falls) attivista (è tra i membri fondatori del Minnesota Green Party), documentarista (ha ideato e diretto diversi video a tematica sociale e ambientale) e filosofa (ha scritto e pubblicato numerosi contributi nel campo della critica letteraria, del femminismo, della liberazione animale).

Nasce in California nel 1960, ereditando in qualche modo i principi dell’eco-femminismo di Françoise d’Eaubonne di cui vi abbiamo parlato nell’approfondimento dedicatole.

La premessa di base è sempre la stessa: l’ideologia che autorizza l’oppressione basata su razza, classe, genere, sessualità, capacità fisiche e specie è la stessa che legittima l’oppressione della natura. Il modo in cui le donne e la natura sono state storicamente concettualizzate nella tradizione occidentale ha condotto a una svalutazione di tutto ciò che è natura — il femminile, l’animale, il corporeo — e a una parallela esaltazione di ciò che è ragione — il maschile, l’umano, il culturale.


L’eco-femminismo di Gaard si propone di far saltare questo dualismo, in favore di una prospettiva letteralmente più inclusiva che la porterà a parlare di ecologia queer: la prospettiva che è rivolta a ripensare natura, biologia e sessualità alla luce delle teorie queer (1).

«Una prospettiva intersezionale, un approccio queer, femminista e postumanista all’analisi dei cambiamenti climatici e alle strategie di soluzione è inclusivo e più efficace nell’affrontare i sentimenti anti-femministi e anti-immigrazione, l’ecofobia, e l’aumento del militarismo» (2).


Nel 1993 Gaard cura l’antologia Ecofeminism. Women, Animals, Nature, che raccoglie alcuni interventi dell’incontro della National Women’s Studies Association del 1989. L’intenzione è quella di promuovere la comunicazione tra coloro i quali e le quali, in discipline diverse, si impegnano nella liberazione delle donne, degli animali e della terra.

Gaard insiste particolarmente sull’attivismo – non a caso il secondo articolo della raccolta, di Janis Birkeland, si intitola Ecofeminism: Linking Theory to Practice. Teorizzare le logiche di dominio è fondamentale, ma deve esprimersi in una lotta concreta — fatta di azioni e di empatia.

Quella di Gaard è una visione olistica: il complesso degli esseri viventi va considerato come un intero, senza subordinazioni e gerarchie interne. Tale prospettiva, però, deve essere applicata anche all’educazione e a questo proposito si deve la sua intuizione più famosa: l‘eco-composizione


Per eco-composizione, si intende il modo di “leggere”, di criticare il testo e concepire l’alfabetizzazione usando concetti mutuati dall’ecologia. 

«Così come la scrittura femminile, anche la scrittura ambientale è stata marginalizzata. […] La critica letteraria eco-femminista legge i testi letterari attraverso le lenti della teoria e della pratica eco-femminista e si chiede quali elementi del testo, precedentemente sconosciuti, sono resi visibili da questa prospettiva. Può, questa prospettiva, suggerire qualcosa di nuovo sui tradizionali elementi di stile e struttura, metafora e narrativa, forma e contenuto? In che modo, attraverso uno sguardo eco-femminista, si esplorano le connessioni e le differenze tra i “personaggi” di un testo — tra umani e animali, tra cultura e natura, classe, genere e orientamento sessuale?» (3).

Analizzare un testo utilizzando un paradigma diverso da quello standard cui siamo abituati è un esercizio importante perché ci costringe al pensiero e alla ricerca di nuove categorie narrative, di cui il bisogno di un sostanziale ripensamento ci viene chiesto urgentemente dalla realtà stessa. 





Le avventure continuano offline qui, e online tutti i mercoledì su Filosofemme!



(1) All’inizio degli anni ’90, nel pieno degli studi di genere ormai avviati e alla teoria femminista, si sviluppa la teoria Queer. Questa teoria sostiene che le identità di genere e le identità sessuali siano costruite socialmente mettendo in discussione la loro origine “naturale” sostenuta fino a quel momento. Alla luce di questo, emerge la necessità di ripensare alle categorie prestabilite (donna, uomo, etero) rifiutando l’idea stessa di categoria. Nella storia del pensiero filosofico, affonda le sue radici nelle tesi di alcuni pensatori. Tra i più importanti ricordiamo: Michel Foucault, Jacques Derrida, Julia Kristeva, Lauren Belant, Judith Butler. 

(2) G. Gaard, Ecofeminism, Women, Animals, Nature, 1993


(3) G. Gaard, Ecofeminist Literary Criticism: Theory, Interpretation, Pedagogy, 1998

Immagini fornite da Edizioni Sonda

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