La loro ora di libertà

Uno dei tanti problemi messi in luce dal Covid-19 è sicuramente quello dell’emergenza carceraria. Poco più di un mese fa, infatti, sono scoppiate proteste e rivolte che hanno coinvolto numerose carceri, che hanno interessato indistintamente tanto il nord quanto il sud Italia: sono state molte le segnalazioni e le denunce di violenti pestaggi e abusi (1).

Questo è stato sicuramente un evento impattante e destabilizzante, perché raramente sentiamo parlare di carceri.


Il casus belli è stato sicuramente la paura del contagio, al quale nemmeno il carcere è immune: ci sono operatori che entrano ed escono dalle prigioni, che non sono quindi ambienti sigillati, e, inoltre, non sono attrezzati per l’eventuale scoppio di un focolaio.


La prima risposta del governo è stata quella di sospendere i permessi, il regime di semilibertà e i colloqui, tuttavia queste misure si sono rivelate non abbastanza efficaci: nel carcere di Bologna, lo scorso 2 aprile, è morta la prima vittima per Covid-19 e la preoccupazione continua a crescere (2). È chiaro che l’apprensione per il contagio è solo la punta dell’iceberg di una situazione di degrado che si protrae da più di un decennio, di cui lo Stato non è esente da responsabilità. 

I detenuti, così come le associazioni a difesa dei loro diritti, come Antigone, da anni denunciano le condizioni di sofferenza all’interno delle carceri italiane e viene sollecitata con urgenza una riforma del sistema penale.

Uno dei problemi maggiori è il sovraffollamento: lo ripete Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, in un’intervista a Radio Radicale. In Italia il numero dei detenuti è superiore ai sessantunomila, per un totale di posti disponibili di circa cinquantamila, e questo genera inevitabilmente disagio (3). Un disagio che ha delle ripercussioni fisiche, quali lo spazio minimo che i detenuti hanno a disposizione: le celle sono sovraffollate, gli spazi adibiti alle passeggiate risultano sovraffollati, c’è carenza di personale medico e anche le condizioni igieniche lasciano a desiderare (si pensi che in alcune carceri i bagni sono all’interno della cella, senza un minimo di privacy).


Altrettanto da evidenziare sono le conseguenze psicologiche, perché il detenuto si trova in un ambiente dove i servizi sono quasi del tutto assenti e non c’è possibilità di miglioramento delle proprie condizioni.


I reclusi della maggior parte delle carceri italiane passano in cella quasi tutta la giornata, molti escono solo per la passeggiata. In una situazione dove non si riesce a impiegare il proprio tempo in maniera produttiva perché si vive una quotidianità negativa e poco stimolante diventa normale deprimersi.

Il 27% dei carcerati, denuncia sempre Patrizio Gonnella, assume psicofarmaci e le probabilità di suicidarsi diventano molto alte rispetto a una situazione di libertà (18-25%). Anche quei detenuti che non soffrono di patologie psichiatriche in qualche modo finiscono per risentire di una situazione pesante, perché si vive come animali in gabbia. E per evitare i suicidi vengono aumentati i controlli: il farmaco stesso diventa lo strumento per eccellenza del controllo, perché calma, intontisce, creando così un circolo vizioso che di certo non guarisce da uno stato di depressione o da una patologia. Antigone ha avanzato una serie di proposte emendative del decreto Cura-Italia volte a cercare di decongestionare il più possibile le carceri, come il ricorso agli arresti domiciliari, la liberazione anticipata e l’affidamento al servizio sociale (4).  


Il problema delle carceri è molto spinoso: è facile per noi, persone libere, liquidare la questione con un “se la sono cercata”, ed è altrettanto facile scegliere di non pensare a come possa essere la vita carceraria o a vederla come un qualcosa di talmente tanto lontano da poter girare la testa dall’altra parte.


In realtà, il problema ci tocca molto da vicino perché se i detenuti vivono in un ambiente che non dà la possibilità di migliorarsi, una volta usciti, reintegrarsi nella società diventa complicato e aumenta il senso di inadeguatezza, che genera automaticamente la probabilità della recidiva. Inoltre, volendo aggiungere qualche dato, circa il 25% dei detenuti è tossicodipendente e teoricamente queste persone non dovrebbero stare in carcere, ma in un centro di disintossicazione, dove intraprendere un percorso di riabilitazione (5). In carcere qual è la loro prospettiva se non iniziare a delinquere? 

Un grande paradosso è che la legge e la Costituzione italiana pongono al centro la dignità umana, anche per quanto riguarda i regimi detentivi: è previsto che i carcerati abbiano a disposizione uno spazio di sette metri quadrati in una cella singola ciascuno, quando in realtà le celle sono talmente tanto piccole e sovraffollate che nemmeno riescono a stare tutti in piedi. Il problema è che, investendo pochissimo nelle carceri, vengono messi in atto una serie di meccanismi di segregazione al posto di programmi di cura e riabilitazione, che fomentano l’odio e la frustrazione sia dei detenuti, ma anche delle stesse guardie, e questo genera un conflitto perenne, che sfocia spesso nell’abuso di potere e nella violenza. 


Le carceri italiane allo stato attuale sono una macchina che crea delinquenza, come un circolo vizioso.


La prigione dovrebbe essere il luogo dove, grazie allo Stato, i detenuti si riscattano; dovrebbe essere un mezzo per avere una seconda possibilità, invece è il luogo dove i criminali continuano a fare i criminali, dove chi soffre di un disagio continua a soffrirne ed è abbandonato a se stesso. Forse bisognerebbe iniziare a pensare che la ricetta della ginnastica d’obbedienza, come la chiama De André, e la retorica del “carcere duro”, non siano efficaci perché, oltre a rendere il carcere una vera e propria discarica sociale, non fanno altro che generare rabbia e risentimento e rendono difficile, se non impossibile nella maggior parte dei casi, l’integrazione nella società dei detenuti scarcerati.

Bisognerebbe investire nelle carceri affinché diventino dei luoghi di apprendimento e preparazione al reinserimento sociale, dove i detenuti riscoprono o scoprono delle passioni, che possono diventare potenzialità per imparare una professione, o per acculturarsi, intraprendere o terminare un percorso di studi. Il carcere di Bollate è un esempio molto virtuoso in questo senso, ma è un’eccezione su una realtà troppo vasta di modelli degradanti. Difficilmente con l’obbligo e la coercizione si risolvono i problemi o si curano i mali della società: spesso e volentieri la violenza genera violenza, quindi mettere al centro l’umanità è un buon punto di partenza per riflettere su quanto accade per poter migliorare.




(1) https://www.antigone.it/news/antigone-news/3285-antigone-tante-segnalazioni-di-violenze-dalle-carceri-presentati-esposti

(2) https://www.lastampa.it/cronaca/2020/04/02/news/nel-carcere-di-bologna-c-e-il-primo-detenuto-morto-per-coronavirus-1.38670356

(3) http://www.radioradicale.it/scheda/594383/carcere-e-disagio-psichiatrico-i-dati-di-fine-anno-di-antigone-intervista-a-patrizio

(4) https://www.antigone.it/news/antigone-news/3289-carceri-antigone-il-parlamento-emendi-il-decreto-cura-italia-c-e-bisogno-di-agire-subito 
https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/EmendamentiCuraItalia.pdf

(5) http://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/droghe-e-dipendenze/

Foto stock by Pixabay. Nessun utilizzo commerciale.
https://pixabay.com/it/photos/prigione-cella-di-prigione-carcere-553836/