Eloisa: storia di un peccato

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Eloisa è uno dei punti luminosi del Medioevo: intellettuale, amante, sposa e badessa.

Cresciuta nel monastero benedettino di Saint Marie di Argenteuil, la sua educazione viene affidata dallo zio Fulberto ad Abelardo, illustre teologo e filosofo, nel quale la fanciulla appena ventenne suscita interesse intellettuale (1). Eloisa e Abelardo intraprendono una relazione, protagonisti di un amore dedito alla cura reciproca e che verrà condannato da zio Fulberto. Inizia così la loro lunga fuga, e, alla proposta di matrimonio di Abelardo, la donna rifiuta con decisione, «preferendo essere l’amante di colui che ama, che non la sposa che ne comprometterebbe la carriera filosofica; il matrimonio le sembra incompatibile con l’ideale della vita spirituale che ella si era formata; il legame coniugale è un ostacolo permanente» (3).

Durante il Medioevo, Eloisa rema contro la rigidità delle imposizioni sociali e religiose, e diventa colei che reclama per prima il diritto della donna al piacere sessuale.

La donna vede il suo amore rivendicabile come completo, che si nutre di anima e corpo, di desiderio e passione. Ed è proprio la passione che Eloisa percepisce come qualcosa di non istituzionalizzabile. Infatti, passione per la filosofa è un dare assoluto, che non richiede una pretesa, come il matrimonio, in cambio.

In questo senso Eloisa è portavoce di un’ideologia anti matrimoniale, che certo era presente nel Medioevo, seppur in modo minoritario. Basti pensare che la Chiesa impose il legame matrimoniale come un’unione indissolubile e monogama, un sacramento al quale la donna doveva contribuire con la propria verginità in cambio del dono del mattino, ossia il riconoscimento ufficiale come moglie da parte del marito.

La sessualità che reclama Eloisa, dunque, è una sessualità libera da costrizioni e riconoscimenti, è un diritto della donna in quanto avente corpo.

Ella non distingue tra contesto sociale o monastico, ma si limita a parlare di una dimensione intima e personale, in cui le esigenze del corpo non vanno ignorate, poiché fanno parte del sentimento amoroso.
Non passa molto tempo prima che l’ira di Fulberto separi i due amanti: Eloisa prenderà i voti ad Argenteuil, pur non di sua sponte, mentre Abelardo, diventato monaco a Saint Denis, continuerà la propria carriera da precettore (4). Durante la lontananza, i due mantengono una fitta corrispondenza, confrontandosi su argomenti di stampo filosofico, teologico, morale. 

Oltre alla parte dell’Epistolario, a Eloisa vengono attribuiti i Problemata e la Lettera a Pietro il Venerabile. Nei Problemata Eloisa tratta, tra le altre, questioni etiche in cui ricerca il senso della vita monastica e il valore delle azioni devote prescritte dalla religione, che ella cerca di rifondare al di là di gesti e preghiere.

Sostiene infatti, in netta antitesi con la moralità cristiana del tempo, che il significato morale di un’azione non sia da ricercare nel comportamento, ma nell’intenzione, nell’animus che muove colui che agisce. Il peccato si identifica, allora, con una «precisa volontà del male; le conseguenze dell’azione non possono essere imputate a chi non esprima una volontà di male; e il giudizio di responsabilità deve guardare unicamente all’intenzione, non alle conseguenze esterne» (5), poiché «nulla può inquinare l’anima se non ciò che viene dall’anima». (6)   

La medesima concezione la si ritrova anche nelle lettere ad Abelardo, quando Eloisa afferma: «Io che ho molto peccato sono completamente innocente». (7) Infatti, il peccato sessuale, simbolo dell’impurezza per la religione cristiana, perde la connotazione peccaminosa di fronte all’amore puro per Abelardo. (8) 

Nel momento in cui Eloisa prende i voti, rinuncia a tutto: non solo alla sua vita di donna libera, ma anche a quell’amore passionale condiviso con Abelardo, per salvarne la reputazione. Ella ha dunque lasciato all’amato il compito non solo di indirizzare la sua vita, ma anche di giudicarla.

«Solo tu che hai vissuto insieme a me la nostra vicenda puoi sapere l’intenzione che io avevo. Sottometto tutto il mio passato al tuo esame, e me stessa completamente al tuo giudizio».

Non è Dio che, dall’alto dei cieli, ha ragione di giudicare le loro scelte, ma sono Abelardo ed Eloisa stessa, che avendo vissuto quella passione, sanno nel profondo del loro animo che hanno agito l’un l’altra solo in nome dell’amore. (9) Ma non solo: Eloisa, così persa in se stessa, chiede ad Abelardo di istituire per lei una regola “equilibrata” a cui potersi aggrappare durante la vita monastica, non concependo l’austerità delle imposizioni medievali, che tendono a fare una persona “più che cristiana”. (10)

Eloisa percepiva la vita monastica distante dalla propria natura, e riteneva necessaria una regola conforme a ragione, proporzionata alla disposizione e alla forza del destinatario: pensava che fosse più efficace e meno austera delle regole assolute e senza tempo che venivano imposte dalle istituzioni. Con perspicacia Eloisa percepisce la decadenza della Chiesa, che si poneva lontana dalla reale natura e inclinazione umana. Ella invece, vedeva il mondo pieno di cose “intermedie tra il bene e il male”.

Ed è nel silenzio del monastero che riflettendo sulla sua esperienza sofferta, Eloisa percepisce la propria persona come annullatasi in favore di Abelardo.

Avendo rinunciato a tutto per lui, se durante la loro relazione tormentata Eloisa si sentiva libera di esprimere la sua passione per l’amato, nel momento in cui prende i voti rinuncia anche a quell’amore carnale, espressione della sua libertà, in favore di una vita di clausura.

«Dio sa bene che in te non ho mai cercato altro che te solo […] E se il nome di moglie appare più sacro e più valido, per me è stato sempre più dolce quello di amica, o, se non ti scandalizzi, di concubina, o prostituta». (12)

Appella se stessa “prostituta” in nome di un amore, senza però mostrare segni di rimpianto riguardo alla propria passionalità.
Con la medesima concezione della moralità esposta nei Problemata, e che poi sarà quella trattata nel più fortunato Scito te ipsum abelardiano, Eloisa giudica senza merito unicamente la propria vita monastica:

«Non posso aspettarmi nulla da Dio per la vita che ho seguito e le sofferenze patite, perché non ho compiuto nulla per Suo amore ma soltanto per obbedire a te, Abelardo, che me lo ordinavi» (14).

Perché Eloisa sa che se ha peccato, ha peccato di amare: forse ha amato troppo, tanto da rinunciare alla propria libertà in favore di lui, ma mai abbastanza per tradire la sua indole ostinata e passionale. E soprattutto mai intendendo fare il male.

(1)  «Eloisa aveva tutto ciò che più seduce gli amanti», cit. Abelardo ed Eloisa, Epistolario, a cura di I. Pagani, ed. UTET, 2015, p. 135.

(2) Eloisa in Ereticopedia, disponibile al link: https://ereticopedia.wikidot.com/eloisa.

(3) M. Dal Pra, Idee morali nelle lettere di Eloisa in Rivista di Storia della Filosofia (1946-1949) , 1948, Vol. 3, No. 2 (1948), pag. 124.

(4) Cfr. Eloisa in Ereticopedia, disponibile al link: https://ereticopedia.wikidot.com/eloisa.

(5) M. Dal Pra, Idee morali nelle lettere di Eloisa in Rivista di Storia della Filosofia (1946-1949) , 1948, Vol. 3, No. 2 (1948), pag. 125. 

(6) Eloisa in Ereticopedia, disponibile al link: https://ereticopedia.wikidot.com/eloisa.

(7) Abelardo ed Eloisa, Epistolario, a cura di I. Pagani, ed. UTET, 2015 pag. 250.

(9) Abelardo ed Eloisa, Epistolario, a cura di I. Pagani, ed. UTET, 2015 pag. 251.

(10) Cfr. M. Dal Pra, Idee morali nelle lettere di Eloisa in Rivista di Storia della Filosofia, 1948, Vol. 3, No. 2 (1948), pag. 126 – 127.

(12) Ibidem.

(13) M. Fumagalli B. Brocchieri, Parole al posto di cose, in Rivista di Storia della Filosofia, 2016, Vol. 71, No. 4, pp. 23-34, pag. 31.

(14) Abelardo ed Eloisa, Epistolario, a cura di I. Pagani, ed. UTET, 2015 pag. 251.