La retrotopia esistenziale

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Come afferma Zygmunt Bauman (1), c’è una particolare malattia di cui soffre l’uomo occidentale: la retrotopia, ovvero un’utopia rivolta al passato. Si tratta dell’incapacità di guardare al futuro con speranza e fiducia, preferendo rivolgere lo sguardo verso un passato idealizzato, che appare ai nostri occhi come qualcosa di confortante e in cui rifugiarci, un tempo dotato di straordinarie potenzialità inespresse o negate.


Questa retrotopia di cui siamo affetti deriva dall’enorme quantità di violenza presente nella società attuale che si manifesta in varie forme, ad esempio la disuguaglianza sociale ed economica, la xenofobia, e l’individualismo più sfrenato.


Questa violenza si esprime attraverso atti di terrorismo il cui carattere non mirato e la scelta casuale delle vittime tendono ad essere deliberatamente ostentati e amplificati per ottenere il massimo impatto traumatico, per diffondere il messaggio che nessuno può sentirsi al sicuro, protetto (2).

Stiamo insomma assistendo allo spettacolo di una guerra di tutti contro tutti, e quindi di una guerra condotta da – e contro – nessuno in particolare (3), che è poi la versione contemporanea dell’ “homo homini lupus” di Hobbes, senza neppure l’esito del Leviatano che riporta l’ordine e la legge. 

Siamo di fronte a un ritorno ai tribalismi (4) del passato, quel passato percepito come utopico, ma che in realtà sappiamo bene non essere così, basti solo pensare al Novecento caratterizzato da due guerre mondiali con lo sterminio di milioni di persone per ricredersi su questo passato così tanto idealizzato.


Nella società odierna la solitudine, l’isolamento, la separazione caratterizzano ogni sfera della vita.


Se si osserva bene, si potranno vedere ogni giorno migliaia di persone incollate al cellulare o al tablet, prese da un tentativo disperato di rimanere connesse, di essere ascoltate da altre persone che nemmeno si accorgono della loro presenza e che a loro volta non riescono a far percepire la loro presenza da altri, in un’infinita spirale di incomunicabilità.

Questa solitudine non è soltanto un sentimento largamente diffuso, ma è un dato di fatto del nostro tempo, saldamente ancorato nell’esperienza della vita moderna. Non a caso tutte le relazioni umane odierne, principalmente quelle d’amore, presentano tutti i segni di questa precarietà. L’amore è ormai diventato un rimedio in tempi di solitudine (5).


Ora, come possiamo invertire questa tendenza retrotopica e di disgregazione del tessuto sociale? Cosa può determinare un cambio di rotta verso un inevitabile declino del genere umano?


Per Bauman il rimedio è solo uno ed è rappresentato dal dialogo

Dialogare significa insegnare a imparare, è l’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore.

Entrare nel dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi nella diversità dell’altro. Nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori.

Solo promuovendo una cultura basata sulla comunicazione possiamo ricomporre la società e i rapporti umani, e nessuno, in questo processo, può limitarsi a essere spettatore o mero osservatore, tutti devono essere parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata.


Bisogna creare un punto comune, disintegrare la logica divisiva del “noi contro loro” ed essere pronti all’ascolto dell’altro, in un contesto di crescita reciproca e di rispetto.


Si tratta insomma di fare appello alla responsabilità sociale e personale.

È un compito arduo, faticoso e impegnativo, ma nel caso di insuccesso, la sconfitta sarà definitiva; come afferma Bauman «noi, abitanti umani della terra, siamo come mai prima d’ora, in una situazione di aut aut: possiamo scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune» (6).






(1) Zygmunt Bauman, Retrotopia, Editori Laterza, Bari-Roma 2017, p.XII.

(2) Marco Ventura, La società liquida guarda al passato, Il Messaggero, 26 ottobre 2017, pagina 1+21.

(3) Zygmunt Bauman, Retrotopia, cit., p.36.

(4) “TRIBALISMO”: nel linguaggio socio-politico, con connotazione per lo più negativa, indica il prevalere della mentalità tribale e degli interessi etnici sugli interessi nazionali e collettivi o anche il comportamento particolaristico di piccoli gruppi.
Treccani. Treccani.it. Web. 25 novembre 2020.

(5) Zygmunt Bauman, Retrotopia, cit., p.141.

(6) Ivi, p.169.