Topless per la libertà

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Ragazze in topless sul lago di Como: una famiglia chiama i carabinieri. Il video diventa virale (1)

Questo è il titolo di un articolo di “Qui Como”  che ho avuto modo di leggere qualche settimana fa e che ha fatto discutere parecchio gli abitanti della zona in cui è avvenuto il fatto. Il video in questione mostra due giovani ragazze che decidono di togliersi la parte sopra del costume per farsi un bagno, a quanto pare attraendo molto l’attenzione dei presenti.

C’è chi le riprende e invia il loro video su gruppi WhatsApp (forse nella totale inconsapevolezza che questa azione possa costituire un reato) e c’è chi è talmente tanto infastidito dalla loro azione che decide addirittura di chiamare i carabinieri (in questo caso nella totale inconsapevolezza che il topless non costituisca un reato). La vicenda termina con l’invito, da parte dei due agenti, verso le due bagnanti, di rimettersi la parte superiore del costume da bagno, seppur non esista alcun regolamento comunale che specifichi il divieto di rimanere a seno scoperto


La notizia è la perfetta sintesi della considerazione che assume ancora oggi il corpo femminile: se una donna mostra il proprio corpo chiunque può decidere al posto suo se questa scelta sia giusta o meno.


Non solo. Se una donna mostra il proprio corpo deve aspettarsi che da questa sua scelta possa scaturire la reazione di terzi, come se il mostrarsi possa legittimare a compiere qualsiasi tipo di azione nei propri riguardi (ad esempio filmare e inviare il video a chiunque). Questo accade per un motivo sostanziale: il corpo della donna subisce da sempre una costante sessualizzazione, ossia una reificazione che lo riduce a mero oggetto sessuale, per cui, essendo visto semplicemente come una cosa agli occhi dei terzi, chiunque può esercitarvi diritto di scelta. Il topless, nello specifico, risulta uno degli atti più “osceni” all’interno del sistema patriarcale, in quanto scopre una delle parti del corpo maggiormente sessualizzate per una donna ed è stato forse proprio per questo motivo che esso è diventato uno dei più potenti simboli femministi nel corso della storia.

Il primo scatto in topless nella storia sembra risalire al 1964 e ritrae la modella Peggy Moffitt in monokini, un costume che prevedeva unicamente lo slip e lasciava il seno scoperto. Qualche anno dopo fu Brigitte Bardot a mostrarsi in topless durante una sua vacanza estiva, aiutando ad allentare la pudicizia verso la possibilità di scoprire il seno.


Proprio nello stesso periodo nasceva la cosidetta seconda ondata femminista, il femminismo della liberazione sessuale che fondava le sue battaglie contro l’oppressione e la schiavitù del corpo femminile da parte di una società patriarcale, che ha plasmato l’immagine della donna secondo i suoi canoni. 

‹‹Nell’autunno del 1968 la prima comparsa pubblica del nuovo femminismo fu scandalo: un gruppo di giovani donne ad Atlantic City contesta chiassosamente il concorso annuale di Miss America con slogan che denunciano lo sfruttamento dell’immagine femminile voluta dai maschi e con atti dimostrativi di aperto rifiuto di tale immagine (buttano in un cassone della spazzatura la biancheria intima più “apprezzata” dagli uomini e dalle donne che accettano tale ruolo imposto).›› (2)

Se da un lato il reggiseno diventa un simbolo dell’oppressione sociale per le femministe degli anni settanta, il topless è la risposta visiva più immediata che comunica la libertà di mostrarsi. Tali dimostrazioni simboliche vengono rafforzate dalle teorie femministe nascenti, che riescono ad avvalorare i messaggi portanti di tali manifestazioni. La filosofa Luce Irigaray, per esempio, all’interno del suo testo Speculum, riesce a carpire le ragioni della passività della donna all’interno del sistema patriarcale (e di conseguenza del suo corpo), scardinando l’intero sistema filosofico occidentale a partire da Platone, passando per Freud e arrivando a Hegel. 

‹‹Della donna c’è da chiedersi perché si sottometta tanto facilmente, perché “mimi” tanto bene (al punto da dimenticare che sta facendo “come se”), i progetti, le proiezioni, le produzioni con cui l’uomo reagisce alle fobie relative a suo desiderio. In particolare, il fatto limitante e riduttivo dell’ “invidia del pene”. Da quale difetto, carenza, sottrazione, rigetto, rimozione, censura di rappresentazione della propria sessualità, proviene una simile soggezione al desiderio-discorso-legge dell’uomo sul suo sesso? Una simile atrofia della sua libido? La quale non viene mai fuori, non è mai consentita se non come sostegno del desiderio maschile.›› (3)


Irigaray mette in luce come le teorie psicoanalitiche e filosofiche occidentali costituiscano la legittimazione della visione patriarcale che mette la donna in secondo piano e la rende passiva, vuota, negativa e legata alla descrizione che gli uomini hanno scelto per lei.


La mancanza di decisione e di libertà teorizzate dalla filosofa belga ci riportano ai giorni d’oggi e al tema dal quale siamo partiti. Il topless oggi risulta ancora essere un simbolo di trasgressione o di stravaganza perché il pensiero sistemico patriarcale, per cui il seno può essere solo un simbolo sessuale, è ancora ben radicato nella società occidentale.

Tale considerazione non è limitata unicamente a un paesino del comasco: ad oggi, infatti, i topless sono ancora censurati da piattaforme come Instagram o Facebook, che pongono le foto di capezzoli femminile al pari di contenuti sessuali espliciti. Anche in questo caso è la società che decide per le donne, quei soggetti passivi che Irigaray ci raccontava e per i quali auspicava una presa di coscienza, attraverso la quale esse si potessero autodefinire in autonomia, ribaltando la descrizione che la società patriarcale aveva loro imposto. Il desiderio di Irigaray è solo a metà del suo compimento.





(1) Redazione QC, “Qui Como”, Ragazze in topless sul lago di Como: una famiglia chiama i carabinieri. Il video diventa virale https://www.leccotoday.it/cronaca/bagno-toppless-mandello-carabinieri.html?fbclid=IwAR2n6xqZ8Wh1uzwnrfe8fBUvtwtmwVOVo92vK2w2by9fNyExGuwBfHY68EI#_ga=2.136164465.1716459430.1626638013-955652321.1625913325.

(2) Cavarero, F. Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 33.

(3) L. Irigaray, Speculum. L’altra donna. trad. it di L. Muraro, Feltrinelli, Milano 1975, p.47.