Chi sono io?

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Una delle domande che da sempre accompagna gli individui è: chi è l’uomo (1)? 

La filosofia su questo interrogativo ci ha costruito la sua storia e, ancora oggi, prova a trovare delle risposte che possano avvicinarsi a una definizione più soddisfacente possibile.

In Radici dell’umano, la docente universitaria Annalisa Caputo offre un interessante spunto su questa questione fondamentale, illustrando una prospettiva che consente di osservare l’essere umano all’interno di un contesto plurale, frammentato ed ermeneutico.


Da sempre gli uomini si sono dati un nome e hanno dato dei nomi, sia per riconoscersi sia per riconoscere ed entrare in relazione; unica maniera, questa, per potersi distinguere dagli altri esseri. 


La differenza dall’essere-animale o essere-vegetale gioca su questa particolarità: per l’uomo è fondamentale il logos perché gli consente di avere un’identità, comunicare e rispondere al nome che si è dato. 

Ma non basta, perché sebbene la necessità di definirsi faccia parte di se stesso, d’altro canto, l’uomo è un di più rispetto a questa stessa definizione. È e sarà sempre altro, un enigma, un nuovo inizio, un cambiamento e una contraddizione. 

Per questo l’uomo più che un essere-rispondente è un essere-domandante, perché non si accontenterà mai delle risposte,non avrà mai definizioni assolute e sarà sempre in cerca del suo vero nome


Quindi, l’essere umano diventa un quesito abissale, un punto interrogativo che si gira su se stesso e diventa una lama che taglia e lacera. Perché scavare dentro sé significa scovare la personale ferita. 


Lo stesso Kant si chiede che cos’è l’uomo, dando inizio a quella ricerca antropologica che diverrà fondamentale per costruire una storia dell’uomo; Heidegger, poi, in Lettera sull’umanismo, riprenderà questo stesso interrogativo per affermare che si è intrapresa una strada verso l’umano perché questa riflessione era ancorata a un passato ormai antiquato, in cui l’essere-uomo era ormai deformato e alienato. 

Il filosofo, infatti, si domanda se è necessario interrogarsi ancora sull’uomo, se abbia ancora senso restituirgli un significato, piuttosto che trovare nuove strade. 

Qual è la nuova strada da percorrere che sembra suggerirci Heidegger? Quella che Kant ha avuto paura di intraprendere, quella che porta all’inquietudine e alla paura.

Non esiste strada verso l’uomo che non sia verso e attraverso la fragilità e la precarietà dell’anima. 

Kant aveva intuito l’importanza della domanda, ma allo stesso tempo si era reso conto della difficoltà di attraversarla. Perché di fronte a tale quesito l’uomo è un essere limitato. 


Quindi, l’essenza umana è un’essenza di finitezza, questo concetto lo recupera Heidegger. Questa finitezza non è il limite, ma è il potere di porsi domande, soprattutto, perché l’uomo è quesito di se stesso. 


Con Heidegger si pongono le basi per una nuova ricerca teoretica in cui ripensare l’uomo e si aprono le porte per un’antropologia ermeneutica. 

L’uomo non è un oggetto. L’uomo può essere un Wer, un chi e non un Was, una cosa, come ci suggerisce il filosofo tedesco in Essere e tempo, creando una metamorfosi nella domanda che non sarà più che cos’è l’uomo, ma chi è l’uomo.

Il quesito così posto suggerisce sicuramente una risposta assoluta e universale, tanto però da non definire più l’uomo stesso perché non tiene conto che l’uomo è legato alla sua particolarità.

La vera differenza tra qualcosa e qualcuno è data dalla singolarità dell’esistente.

Forse, allora, la domanda da porre dovrebbe essere: chi sono io? 

Per rispondere bisogna fare affidamento a una propria narrazione filosofica, che esclude un’universalità che dovrebbe includere tutti. 

Si fa autobiografia. L’uomo parla di se stesso, della sua vita, ma scrive anche della bios di un io con le sue tante personalità. Un’autentica narrazione è impossibile, perché implicherebbe l’esistenza di un io dato e certo, cosa che l’uomo non è.

Così il singolo è frantumato in una pluralità di sé. L’uomo è l’uno, il nessuno e i centomila, per citare Pirandello.


La conseguenza è che ogni soggetto è storico: quali sono le diverse visioni di uomo che si sono date nel corso della storia?


Citando Nietzsche, l’uomo non potrebbe chiedersi più nulla, esistono solo interpretazioni di interpretazioni, quindi esistono solo interpretazioni personali dell’uomo.  

La domanda ultima sarà: che cosa fa sì che l’uomo sia uomo?

Dire uomo, persona, soggetto, esistenza significa passare per tutte le interpretazioni che sono state date di questi termini. Quando si avvia una riflessione sull’uomo bisogna tener conto della sua storia, di quello strato in cui l’uomo può solo esserci, con se stesso, il mondo, le relazioni e l’altro.


Nessuna definizione ultima dirà mai cos’è l’uomo ma tante definizioni si avvicineranno alla sua essenza. 





(1) Il termine uomo è stato scelto per rendere l’articolo più scorrevole e leggibile ma va inteso come essere umano, quindi in una visione plurale e inclusiva.

BIBLIOGRAFIA

A. Caputo, Radici dell’umano. Per un’antropologia ermeneutica del mondo antico, Edizioni centro volontari per la sofferenza, Roma, 2015.

M. Heidegger, Lettera sull’umanismo, Edizioni Adelphi, Milano, 1995.

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