Zero, uno. Donne digitali e tecnocultura

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Quanto c’è di donna nella tecnologia?

“Davvero poco”, ci hanno raccontato per fin troppo tempo.

Tutto“, ci dice invece Sadie Plant nel suo Zero, Uno. Donne digitali e tecnocultura, testo risalente sì al 1997 – quando la rete era ancora un mondo tutto da scoprire e non da decostruire, come accade invece oggi – ma ancora estremamente significativo.

Infatti, la ricercatrice del CCRU (1) ci accompagna in una contro-storia delle macchine completamente al femminile, che permette finalmente di comprendere l’utilità della tecnologia nella lotta per la liberazione di genere e di conseguenza l’importanza dell’approccio del cyberfemminismo.

Capiamo che la storia della tecnologia è indissolubilmente intrecciata alle donne sin da quando Plant ci racconta della matematica Ada Lovelace e del suo fondamentale lavoro teorico sulla Macchina Analitica di Babbage, che la contessa portò avanti soprattutto apponendo delle annotazioni al lavoro dell’uomo, senza costruire effettivamente nulla.


Ciò, secondo la nostra filosofa, equivale a dire che «cento anni prima che l’hardware venisse costruito, Ada aveva prodotto il primo esempio di quella che sarebbe stata chiamata programmazione informatica» (2).


Tuttavia, per dimostrare davvero quanto il femminile sia intrinseco alle macchine, non basta la storia di una sola, per quanto straordinaria, studiosa, ma è necessario trovare un punto di incontro tra le due dimensioni che abbia una valenza sociale, collettiva. 

A questo proposito, Sadie Plant ci spiega che la tecnologia è sempre stata donna, in quanto l’attività della tessitura, che per molto tempo è stata giudicata socialmente come un’esclusiva femminile, è stata la vera protagonista dell’industrializzazione a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, che fiorì e prosperò proprio grazie al settore tessile.

Tuttavia, la tessitura è tornata a reclamare il suo ruolo nella storia delle macchine anche con la nascita della rete internet, che al momento della scrittura di Zero, Uno era ancora associata alla dimensione della possibilità, della potenzialità infinita, della fissità mai raggiungibile.


Nella rete non esiste un centro, un’origine, esistono solo pagine che riportano ad altre che ne linkano altre e così via.


Quindi non c’è un inizio ma neanche un punto d’arrivo, ed è proprio questa la lezione che internet ha impartito alla società, che dopo averla appresa non è stata più la stessa.

Se già in generale la tecnologia ha sempre avuto un certo ruolo di rottura, «di tutti i media e le macchine emersi alla fine del ventesimo secolo, la rete è quella che più coincide con la forma di questo nuovo mondo distribuito e non lineare […]. Ora che non ci sono limiti ai nomi che possono essere utilizzati sulla rete, un singolo individuo può essere un’intera popolazione: infiniti sessi, infinite specie» (3).


Ecco che torna in tutta la sua forza l’indissolubile legame tra il femminismo e la rete, che serve a mettere in discussione il paradigma dominante della necessarietà dell’ordine, fornendo un supporto importantissimo a tutte le donne che lottano contro il binarismo di genere e contemporaneamente ci spiegano il valore, umano e sociale, della fluidità, della mancanza di imposizioni, della libertà di definizione ed espressione di se stessi.


Ci troviamo così davanti a una rete che poteva potenzialmente alienare gli individui, mettendoli davanti a uno schermo che li avrebbe allontanati sempre di più dalle loro comunità, ma che ha invece avuto l’effetto opposto di far proliferare la connessione, piantando i semi di una nuova forma di comunicazione, forse ancora più autentica di quella tradizionale faccia a faccia, perché «[…] le tastiere connettono gli utenti a un piano sconfinato composto non solo di computer, utenti e linee telefoniche, ma anche da tutti gli zeri e gli uno del codice di macchina, i circuiti elettronici, le onde fluttuanti dell’attività neurochimica, energia ormonale, pensieri, desideri…» (4).


La rete permette, in sostanza, di abbattere le barriere corporee e materiali, portandoci in una dimensione completamente nuova e insegnandoci che anche gli esseri umani, come tutti i sistemi viventi, non sono mai chiusi, che equivale a dire isolati, mai davvero in equilibrio, ma anzi sempre aperti e in connessione con gli altri sistemi, e dunque sempre tendenti alla riorganizzazione e al cambiamento.


Nonostante possa sembrare che l’obiettivo degli esseri umani sia quello di rimanere immutati, ben presto diventa chiaro che «fin dall’inizio il sistema stava proprio cercando di andare fuori controllo» (5) e che questo processo va necessariamente assecondato, pena il fallimento del sistema stesso

Grazie Luiss University Press!

Sadie Plant, Zero, Uno. Donne digitali e tecnocultura, Luiss University Press, Roma, 2021.

(1) CCRU sta a indicare la Cybernetic Culture Research Unit, fondata proprio da Sadie Plant, con Nick Land, all’inizio degli anni Novanta.

(2) Sadie Plant, Zero, Uno. Donne digitali e tecnocultura, Luiss University Press, Roma, 2021, p. 50.

(3) Ivi, p. 87.

(4) Ivi, p. 193.

(5) Ivi, p.214.