Frankenstein e i suoi temi ancora attuali

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Frankenstein

«Stringevo ora in pugno quello che era stato il fine e il sogno degli uomini più saggi dall’epoca della creazione […] Una nuova specie mi avrebbe benedetto come sua origine e creatore.» (1) 

È con la speranza di una benedizione che hanno inizio le imprese di Victor Frankenstein, il protagonista umano del racconto di Mary Shelley. Frankenstein prende letteralmente vita a partire dal 1816, pubblicato anonimo nel 1818, il romanzo passerà alla storia come la narrazione gotica del mostro Frankenstein, confondendo il nome del padre – il dottor Frankenstein – con quello della creatura orfana e senza nome.

Victor è un giovane ambizioso che decide di dedicarsi alla scoperta delle cause dell’origine della vita: «una cosa era quando i maestri della scienza miravano all’immortalità e al potere: tali intendimenti, per quanto folli, erano grandiosi; ma ora l’ambizione del ricercatore sembrava limitarsi all’annientamento di quei miraggi sui quali principalmente si fondava il mio interesse per la scienza» (2).


Non si dà per vinto, studia il lato mortifero del vivente e, finalmente, scopre «le cause della generazione della vita» (3). 


Ma quando il nascituro – o resuscitato – animandosi getta lo sguardo sul suo creatore mostra tutta la sua lontananza dal genere umano, un «essere demoniaco» (4) – come lo chiamerà – ed è proprio in questo istante che i due Frankenstein si deludono a vicenda, decretando così il finale tragico del racconto: l’uomo abbandona il mostro e – si illude – le sue responsabilità; l’altro si ritrova orfano, incapace di parlare e di orientarsi.

Questo rifiuto – insieme a tutti quelli che la comunità non mancherà di elargire – cambieranno l’anima della creatura che, da inesperto nuovo arrivato bisognoso di cure, farà poi giuramento di odio verso il suo creatore e l’umanità tutta.

L’intero libro tenta di mettere in mostra l’intreccio di dilemmi morali, gli scrupoli religiosi e vicissitudini personali che hanno toccato l’autrice; in particolare emergono le influenze culturali del suo tempo, la morte della madre Mary Wollstonecraft, il vegetarianismo e la sua vita coniugale.


La scienza del XIX secolo


Nella prima metà del 1800 il sogno della vita artificiale è intensamente sentito, chimica ed elettricità sono sulla bocca di tutti, i vecchi sogni degli alchimisti sembrano tornare nell’immaginario collettivo; gli studiosi in questo periodo iniziano a liberarsi di molti dei dogmi sull’umanità: da un passato in cui l’essere umano era considerato più divino che parte della natura – e per questo intoccabile – si giunge pian piano a una riscoperta delle possibilità del corpo umano; si sezionano cadaveri, si fanno esperimenti sui condannati a morte e si sviluppano organi artificiali rudimentali.

È probabile che Mrs. Shelley conoscesse le scoperte scientifiche, così come i tentativi fatti dal nonno di Darwin, Erasmus Darwin, per ricreare la vita in modo artificiale, inoltre aveva accesso alle dimostrazioni pubbliche – e private – che al tempo si tenevano in materia di scienza e progresso; sappiamo che ascoltava tutte le speculazioni dei suoi contemporanei e osservava con entusiasmo ogni strumento che prometteva di mostrarle i meccanismi della natura.

Come lei, ancora oggi ci troviamo affascinati dalle scoperte scientifiche, seguiamo le novità in materia di trapianti di organi sperando in una cura per la morte, studiamo i geni e adottiamo protesi con l’unico scopo di migliorare e aumentare la durata della nostra esistenza.


Ma allo stupore fa seguito anche una certa paura, una diffidenza per una tecnologia che non sappiamo quale destino ci riserverà né come ci modificherà nel tempo.


Dolly, la pecora clonata negli anni Novanta del secolo scorso, rese evidente il segreto che l’umanità – o meglio, alcuni membri di essa – avevano scoperto; subito tra lo scalpore dei media e lo stupore generale si affacciarono i primi interrogativi: era lecito dare artificialmente la vita? Quali rischi si correvano nel liberalizzare tale pratica? Queste domande sono tuttora aperte, il dibattito è lontano dall’estinguersi e, come l’autrice di Frankenstein, anche noi cerchiamo di orientarci in una società sempre più satura di tecnica, convivendo con speranze e paure.

Ma il dottor Frankenstein, a differenza di Mary Shelley e noi, non è semplicemente un appassionato; fa della creazione una mania e diviene un ossesso nel significato letterale di persona posseduta dal demonio. Dal momento in cui nel suo eremo tutt’altro che scintillante, in totale solitudine, orla tra loro le membra di diversi cadaveri e – con una procedura che mai rivelerà al lettore – infonde la vita a un essere appartenente a una nuova specie, compie il tragico errore di legare il suo destino alla creatura demoniaca.

È questa paternità che farà sì che i due Frankenstein condivideranno la medesima colpa, quella di aver sfidato le leggi naturali – e quindi divine – l’uno volendosi creatore, anziché mera creatura e l’altro esistendo senza benevolenza.

Tra le righe del racconto Mary Shelley tenta di mettere in guardia l’uomo che, preso dalla brama di gloria, cerchi di oltrepassare la conoscenza per avventurarsi nell’ignoto, affidandosi a tecnologie e strumenti difficilmente controllabili, le cui conseguenze sarebbero – soprattutto a lungo termine – incomprensibili e potenzialmente dannose per tutti.


Il vegetarianismo del Moderno Prometeo


Interessante da notare – come ha fatto Carol J. Adams (5) – è anche che durante il Romanticismo il vegetarianismo conobbe una certa notorietà. Lo stesso Percy Shelley, marito dell’autrice, si era convertito a questa etica, influenzato dagli autori allora in voga – Ovidio, Plutarco, Milton, Rousseau – aveva dato alle stampe A Vindication of Natural Diet, convincendo inoltre la moglie a nutrirsi senza sofferenze animali.

Il Frankenstein mostruoso, a scapito delle apparenze, si ciba di ghiande e radici. Forse il fatto di essere composto anche di carcasse ritrovate nei mattatoi – e quindi di animali erbivori – potrebbe averlo in qualche modo plasmato con tale sensibilità; purtuttavia pare che l’animo puro e buono – sottolineato a più riprese dalla stessa creatura – sia dimostrato anche nella scelta di non nuocere ad altri animali umani e no

A questo tema si lega il sottotitolo del libro Il moderno Prometeo: Prometeo diviene, nel Romanticismo di Mary Shelley, il fautore della dieta carnea – nonché simbolo dell’umanità intera – che, scoprendo il fuoco ha indirizzato gli uomini a nutrirsi di cadaveri, altrimenti non appetibili.


In questo senso la punizione con cui l’avvoltoio strazia l’eroe greco per l’eternità è legittimata non solo dalla sua ribellione a Zeus, ma anche dalla rovinosa deformazione che ha causato al genere umano, rendendolo carnivoro.

«[…] il mio cibo non è quello dell’uomo, non rubo agnelli e capretti per saziare il mio appetito: bacche e ghiande mi offrono nutrimento sufficiente.» (6) 

Frankenstein, il mostro appena venuto al mondo e privo di cure, girovagando tra la boscaglia trova degli avanzi di carni animali cotte, resti dell’escursione di qualche combriccola; i sensi lo avvertono immediatamente del sapore gustoso di queste carcasse e, tuttavia, anziché procedere per questa strada decide di usare la scoperta del fuoco per cuocere i suoi alimenti vegetali.

Anche quando il cibo scarseggia e la notte, il freddo e la solitudine incalzano, piuttosto che abbandonarsi alla caccia preferisce migrare in altre zone, in cerca di piante commestibili; in questo spostamento sa di perdere il fuoco – prezioso strumento e fonte di calore – e senza conoscere come ricrearlo abbandona i suoi vantaggi a favore della vita altrui.


L’esclusione e la vulnerabilità entro il patriarcato


Inoltre, non è questo l’unico aspetto in cui il mostro e Mary Shelley si somigliano; così come Mary anche Frankenstein è escluso dalla società patriarcale e come lei è costretto a scontrarsi con convinzioni arbitrarie, retaggio di un potere che tenta di mascherarsi come naturale. Sebbene più razionale e amorevole dello scienziato, la creatura si vede respingere tutte le argomentazioni a favore della sua richiesta di poter avere una compagna.

«Sono tua creatura, e voglio essere docile e sottomesso con il mio naturale signore e padrone […] Oh Frankenstein, non essere equo con gli altri unicamente per calpestare me a cui maggiormente devi non solo giustizia, ma anche clemenza e affetto […] Dappertutto vedo benedizioni dalle quali io solo sono irrimediabilmente escluso.» (7) 

«Se una sola creatura provasse nei miei riguardi sentimenti di benevolenza, mille e mille volte la ripagherei; per amor suo farei la pace con tutto il genere umano […] domando una creatura dell’altro sesso che sia orrenda come me […].» (8)

Cure e relazioni amorose saranno un altro dei motivi di malessere per l’autrice, infatti Percy Shelley più volte cerca di indurre Mary a un amore tutt’altro che a due, arrivando a incoraggiare una sua unione con un amico di famiglia e intrattenendo una relazione a più riprese con Claire, la sorellastra della moglie. Mary, innamorata e libera, accetta ogni proposta con l’animo di chi vuole comprendere prima di giudicare, ma con l’andare del tempo il rapporto tra i due si fa difficile e altalenante, più per lo spasmodico desiderio di lui di non avere legami e responsabilità, che non per i suoi amori.

Ad ogni modo la relazione profonda e intima che Frankenstein vorrebbe avere con una mostruosa compagna, sarà una relazione che verrà preclusa a entrambi. Non vi saranno amori a due né per la donna, né per il mostro, così come femminismo e vegetarianismo saranno discorsi che rimarranno – ancora ai giorni nostri – esclusi e silenziati.


La condizione dell’essere orfani


Infine, la condizione degli orfani torna in molte opere di Mary Shelley – Frankenstein, Maurice, Falkner, L’ultimo uomo – così come in opere di altri autori, si pensi ad esempio a Oliver Twist, Jane Eyre e Tom Sawyer; era un argomento ricorrente in quegli anni, dove spesso le madri non sopravvivevano al parto e gli orfani avevano ben scarse probabilità di divenire adulti senza le cure materne. I personaggi, e in particolare il mostro Frankenstein, sono isolati e vulnerabili, costretti a cercare di orientarsi materialmente ed emotivamente in un mondo che li respinge.

La stessa condizione di abbandono Mary Shelley, come la sorella Fanny, l’ha provata con la morte della madre Mary Wollstonecraft. È un tempo questo che non conosce ancora molti dei problemi legati alle infezioni, né ha cura per l’igienizzazione delle mani, tantomeno dispone di antibiotici e anestetici; il rischio di morire per setticemia durante il parto è molto elevato e sarà proprio questo a porre fine alla vita della filosofa.

Alla morte della moglie, William Godwin, padre di Mary Shelley, decide di ergere un monumento tombale per la consorte ed è proprio sulla lapide della madre che Mary impara a leggere qualche anno più tardi, ripetendo il nome della defunta sopra inciso, mentre segue le lettere con l’estremità del dito.


Questi brevi accenni vogliono essere un invito alla lettura di Frankenstein attraverso la vita della sua autrice, avendo come riferimento il clima culturale del suo tempo con tutto il carico di interrogativi morali e religiosi che implica e che non smette di interessarci.


Perché se è vero che il libro vanta duecento anni di storia è altrettanto importante interrogarlo rispetto al presente, dove l’immaginario dell’elisir di lunga vita si è fatto più concreto attraverso la genetica, nel quale temi come il veganismo e i diritti degli animali sono all’ordine del giorno; tempi, i nostri, in cui si può parlare di una medicina incentrata sul corpo maschile e dove la tecnologia si è fatta avanti a una velocità tale da rendere necessaria una riflessione immediata sul futuro che coinvolga tutti senza pretese di mostruosità. 







(1) M. Shelley, Frankenstein, BUR, 2019, p. 66.

(2) ivi, p. 59.

(3) ivi, p. 64.

(4) ivi, p. 70.

(5) C.J. Adams, The Sexual Politics of Meat: A Feminist-Vegetarian Critical Theory, Bloomsbury Publishing Inc 1990, p. 108-119.

(6) M. Shelley, Frankenstein, Classici BUR, 2019, p. 172.

(7) ivi, p. 117.

(8) ivi, p. 171.



F. Sampson, La ragazza che scrisse Frankenstein, UTET, 2018.

Immagine di copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:FRANKENSTEIN.jpg