Rosa Luxemburg e la riflessione animalista

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È certo che la personalità e la portata storica di una figura come quella di Rosa Luxemburg richiedono una tensione non indifferente alla ricerca e all’analisi.

L’attività rivoluzionaria – che la porterà alla morte nel gennaio del 1919 per mano dei Freikorps (1) – e l’elaborazione della revisione alla concezione economica marxista esposta nel testo L’accumulazione del capitale non rendono giustizia alla complessità della sua persona.

Luxemburg, infatti, è stata anche una donna di immensa umanità che ha elaborato – seppur senza averne l’intenzione – un’ampia riflessione sul rapporto essere umanə-natura e sulla necessità di mettersi in ascolto del mondo.

La sua capacità di entrare in sintonia con tutti ciò che è “vivo” ha fatto sì che, in particolar modo di recente, le sue considerazioni venissero intese come un’anticipazione quasi profetica delle teorie ambientaliste e animal-friendly che oggi rivestono un ruolo centrale nel dibattito internazionale. Pertanto, si è azzardata l’ipotesi che Rosa Luxemburg sia stata anche una proto-animalista ed ecologista (senza tuttavia poterla ricondurre pienamente sotto questa categoria) (2) capace di sentire il mondo e coglierne ogni sfaccettatura.

Il carteggio costituisce una fonte inestimabile per ricostruire il pensiero e la sensibilità di Luxemburg rispetto alle condizioni dell’ambiente e degli animali.

È celebre la lettera indirizzata all’amica Sonja Liebknecht e scritta nel dicembre del 1917 mentre si trovava nel carcere femminile di Breslavia; dopo alcune riflessioni sulla situazione politica in Russia (dove da poco era occorsa la rivoluzione bolscevica) e delle raccomandazioni per lə compagnə fuori dal carcere, Luxemburg sente il bisogno di raccontare uno spiacevole episodio che le fece provare un «dolore immenso» (3): 

«Qualche tempo fa è arrivato un carro tirato da bufali anziché da cavalli. […] I soldati che conducono il carro raccontano di quanto sia stato difficile catturare questi animali bradi, e ancor più difficile farne bestie da soma, abituati com’erano alla libertà. Furono presi a bastonate in modo spaventoso. […] Vengono frustrati senza pietà, per trainare tutti i carichi possibili, e assai presto si sfiancano» (4). 

Già da questo breve passo è possibile mettere in risalto un tema focale del pensiero della rivoluzionaria tedesca e a cui ancora oggi si fa spesso appello quando si parla di sfruttamento animale: i bufali vivevano prima in un modo assolutamente libero e da questo sono stati sottratti brutalmente, ridotti in catene e usati per il trasporto delle merci.

La libertà costituisce la condizione nella quale tutte le creature nascono e nelle quale dovrebbero vivere, e da ciò deriva che: da un lato, tutti gli animali vengano investiti dello stesso grado di dignità e le loro vite non sono considerate di minor valore; dall’altro, si sottolinea come per Luxemburg solo nella totale libertà vi è la vera felicità.

È solo nell’eliminazione di ogni forma di oppressione, di violenza, di sopraffazione che si può pensare di realizzare le condizioni necessarie per trovare la «vera vita» (5). 

Gli insegnamenti di Luxemburg e il suo ardore animalista si palesano in modo più chiaro qualche passo oltre, in cui racconta di come alcuni bufali vennero picchiati da un soldato in modo brutale perché non avevano abbastanza forze per trainare il carro: 

«Gli animali infine si mossero e superarono l’ostacolo, ma uno di loro sanguinava […]. Gli animali se ne stavano esausti, completamente in silenzio, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo […]. Gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza» (6).

L’impossibilità di agire per salvare l’animale picchiato vissuta così intensamente dalla filosofa – che affermava di appartenere più alle cinciallegre che ai “compagni” (7) – costituisce uno degli elementi emotivi primari di tutte le persone che non sanno quali mezzi adoperare per liberare dalle gabbie dei macelli gli animali prima sfruttati e poi uccisi.

Ma vi è anche un altro elemento che permette di cogliere l’immensa solidarietà di Luxemburg: quello di essere capace di percepire l’animale maltrattato realmente come un fratello. 

Il grado di decostruzione che emerge da queste poche righe ci porta necessariamente a riflettere su quella gerarchia interiorizzata secondo cui l’essere umanə è superiore (bisognerebbe chiedersi sulla base di cosa) rispetto agli altri viventi, tanto da convincersi che sfruttarli sia non solo legittimo ma anche giusto. 

La sua riflessione costituisce dunque uno spunto di partenza tanto dal punto di vista politico quanto umano, e del resto non potremmo aspettarci altro da una donna per cui restare umanə «significa gettare con gioia la propria vita sulla grande bilancia del destino, quando è necessario farlo, ma nel contempo gioire di ogni giorno di sole e di ogni bella nuvola» (8). 

(1) Con il termine Freikorps si designano i gruppi paramilitari tedeschi della Repubblica di Weimar attivi nel primo dopoguerra e che vennero adoperati per reprimere nel sangue diverse rivolte, tra cui quella spartachista capeggiata propria da Luxemburg.
(2) È ovvio, ma è bene precisarlo, che Rosa Luxemburg non può né deve essere ritenuta una ecologista e/o annoverata tra i fondatori di questo movimento. Ciò che è possibile ricavare dagli scritti luxemburghiani è la grande capacità di mettere in risalto la cattiveria umana in ogni sua forma, compresa quella verso le altre specie. In questo modo viene individuato un argomento efficace per chiunque, ancora oggi, dubiti della validità e della necessità di un movimento ambientalista, animalista e antispecista.
(3) R. Luxemburg, Lettere ai Kautsky, a cura di L. Basso, Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 251.
(4) Ibidem. 
(5) Ivi, p. 122.
(6) Ibidem. 
(7) R. Luxemburg, Lettere 1893-1919, a cura di L. Basso e G. Bonacchi, Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 231. 
(8) R. Luxemburg, Lettere ai Kautsky, ivi, p. 212.