Madri, mostri, macchine

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Madri mostri macchine

I saggi contenuti in Madri, mostri, macchine (1), di Rosi Braidotti e a cura di Anna Maria Crispino, rappresentano un tentativo filosofico di rispondere alla domanda sull’identità del corpo femminile nell’orizzonte postmoderno. Se, da un lato, il sapere contemporaneo assume il corpo come suo obiettivo, visualizzandone i dettagli, e le pratiche sociali incoraggiano il raggiungimento di un corpo ideale, dall’altro lato una vera e propria teorizzazione del corpo, nella sua portata etica, epistemica e politica, sfugge a definizione


Pensare il corpo è un abito del pensiero relativamente recente, che deve molto alla psicanalisi e all’inconscio.


Superando il dualismo cartesiano, il corpo si impone come nuova possibilità per il soggetto: non più incatenato alla sua coscienza razionale, ma molto più complesso e articolato, svincolato dalle leggi logiche e dalla linearità che contraddistingue i discorsi sull’essere disincarnato. 

Rosi Braidotti sceglie, come punto di partenza, il pensiero della differenza, proprio del femminismo della seconda ondata: la asimmetria tra i sessi indica la radicale differenza che divide donne e uomini, nella quale, però, si innesta la possibilità di un divenire aperto a metamorfosi impreviste, che procedano oltre l’identità.


Il corpo femminile, accomunato alle altre diversità, è caratterizzato dalla sua distanza dal corpo normale: è mostruoso e deforme, Altro dall’Uno nel suo esistere, nel suo posizionamento politico e nell’esperienza della maternità. 


Braidotti prende in considerazione la letteratura e il cinema di fantascienza per esemplificare la mostruosità del corpo femminile, individuando la portata sovversiva di questo genere. Da una parte, per i suoi scenari immaginifici sull’umano e per la capacità di ibridazione dell’umano all’alieno e alla macchina; dall’altra, perché le sue narrazioni rimandano e al contempo diventano catarsi della paura del mostro.

«L’alterità rappresentata nella fantascienza con figure di mostri identificati al femminile esprime innanzitutto la paura del soggetto-Maggioranza che considera queste rappresentazioni come una minaccia al Suo stesso potere patriarcale». (2).


Sul solco del cyberfemminismo, il pensiero di Braidotti immagina il mostro come possibilità, la realizzazione di un «desiderio prorompente di uscire dall’immaginario putrefatto del vecchio patriarcato: un immaginario che la bellezza del corpo mostruoso non l’aveva proprio concepita» (3).


Il suo approccio è inter e transdisciplinare perché nomadico: al di là delle convenzioni accademiche e intellettuali, il suo pensiero percorre una strada plurale, per affrancarsi dalla visione monologica del fallologocentrismo. Il sapere si priva dei suoi limiti, sconfinando oltre l’umano.



R. Braidotti, Madri, mostri, macchine, Castelvecchi, Roma, 2021.

Grazie a Castelvecchi!




(1) R. Braidotti, Madri, mostri, macchine, Castelvecchi, Roma, 2021. 

(2) Ivi, p. 56.

(3) Ivi, p. 18.