Il lato nascosto del contratto sociale

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Le teorie contrattualiste sono forse tra le più note della filosofia.

Queste ricostruzioni congetturali della nascita della civiltà ci affascinano perché ci permettono di grattare la superficie dei motivi per cui siamo riuniti in società, di darci qualche spiegazione, seppur ipotetica e fantasiosa, su una delle caratteristiche fondamentali della nostra esistenza umana.

Nonostante le relative differenze, questi racconti condividono una caratteristica: parlano di un unico soggetto neutro che stringe il contratto e che ne gode. Questo elemento comune è sintomo di una grave esclusione eseguita in questa narrativa: quella delle donne

È Carole Pateman (1) a spiegarci che i contrattualisti avrebbero omesso un tratto fondamentale del contratto sociale originario, un altro contratto che sta alla sua base, e contemporaneamente lo rende possibile e lo definisce nelle sue caratteristiche.

Si parla del contratto sessuale, cioè di quello che definirebbe il ruolo di inferiorità della donna nella società.

Si esplica in due sensi, perché è sia propriamente sessuale, cioè stabilisce il possesso da parte degli uomini del corpo delle donne, sia patriarcale, nella misura in cui sancisce il diritto politico che gli uomini hanno sulle donne. Potrebbe sembrare che questi due elementi non abbiano alcuna influenza sulla nascita del diritto politico in sé, ma al contrario questo ha un essenziale carattere patriarcale, ed è garantito all’interno della società patriarcale che per mezzo del contratto sociale nasce.


In sostanza, sono gli uomini a godere della libertà civile proprio in quanto uomini.


Quando si parla del contratto sessuale è fondamentale riconoscere che questo non forma, con il contratto sociale, una dicotomia corrispondente a quella sfera privata-sfera pubblica. Innanzitutto, perché il diritto patriarcale è fondativo di quello politico, e non ha quindi effetto solo sulla dimensione familiare, ma è la conditio sine qua non affinché gli uomini possano esercitare il proprio diritto politico.

Se è vero che il diritto patriarcale, nell’immediato, li favorisce decretando la loro supremazia nel rapporto matrimoniale, è proprio quest’ultima a renderli uomini, a trasformarli nei soggetti principi della società civile.

In secondo luogo, non si può accettare la dicotomizzazione dei contratti e quella delle sfere perché non esiste affatto una separazione tra queste.

Esse sono costantemente interrelate, tanto da essere quasi indistinguibili, e uno dei motivi per cui i contrattualisti non hanno riconosciuto la presenza del contratto sessuale all’interno di quello sociale è proprio che essi non sono stati abbastanza lungimiranti da badare alla cosiddetta “sfera privata”, considerandola insignificante perché priva di valore politico. 


È tanto interessante quanto cruciale indagare i crismi delle teorie sul contratto sociale in quanto questo viene individuato come l’origine della libertà nella nostra società.


Ma se è davvero così, non è chiaro perché gli uomini godano di una libertà tanto più grande rispetto alle donne.

Necessariamente, si deve pensare che c’è qualcosa di nascosto nel contratto stesso, che sta all’origine di questa differenza, ossia il contratto sessuale, appunto. Il contratto sociale, allora, non solo consegna il diritto politico agli uomini, ma al tempo stesso opprime attivamente le donne, privandole di un ruolo pubblico rilevante.

C’è stato, in sostanza, un accordo volontario che ha stabilito che la società avesse carattere patriarcale. Quindi, se come dice Weber (2) ogni associazione politica ha come caratteristica essenziale è l’uso della forza e della violenza, è chiaro che uno dei gruppi che più la subisce nella nostra società è quello delle donne.

Eppure, divergendo dalle idee di Pateman, la sua ricostruzione congetturale può aiutarci anche ad andare oltre il problema specifico delle donne, per riconoscere che tutte le categorie sociali che non rientrano nei canoni della mascolinità bianca, ricca, eterosessuale e cis non erano destinate, nella teoria e nella pratica politica, a diventare le protagoniste della vita pubblica (3), ma a rimanere nell’ombra, non nel regno della libertà, ma in quello della necessità.


Questo implica, naturalmente, un’oppressione nei loro confronti che permetta di tenerle in posizione di inferiorità. 


Per quanto ipotetiche, le ricostruzioni dei contrattualisti non vivono in una bolla a sé, ma sono il riflesso della società che le ha ispirate, della nostra storia e della nostra politica.

Rileggere con un occhio critico le idee fondative del nostro attuale sistema può davvero aiutarci a rimetterle in discussione, a capire che forse l’inclusione in regole e pratiche stabilite in funzione della nostra oppressione non basta: c’è bisogno di rivedere il sistema alla sua base





(1) C. Pateman, Il contratto sessuale. I fondamenti nascosti della società moderna, Bergamo, Moretti & Vitali, 2015.

(2) M. Weber, La politica come professione, Roma, Armando editore, 1997.(3) W. Brown, Manhood and politics. A feminist reading in political theory, Totowa, Rowman & Littlefield, 1988.

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