Diotima e la femminilità

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Diotima

Potrebbe essere straniante scoprire che è una donna, alla fine del Simposio, quella che ha il ruolo di fornire l’insegnamento corretto rispetto alla pratica erotica dichiaratamente maschile della pederastia, che caratterizza l’antichità greca. Eppure, è Diotima a farci avventurare nella scala amoris e a parlarci dell’amore informato dalla filosofia come miglior tipo di amore.

Dato che Platone non produce spiegazioni per questa sua scelta, ma rimarca in vario modo l’essere-donna della sacerdotessa, ad esempio attraverso il ruolo centrale che dà alla terminologia connessa al tema della gravidanza, sta a noi chiederci il perché della particolare decisione.


È Halperin (1) ad aver tentato di definire al meglio la ragione della presenza di Diotima in questo dialogo platonico.


A suo parere, il filosofo ha bisogno che sia assolutamente una donna a presentare la sua visione dell’eroticità perché vede nell’eros femminile la funzione riproduttiva, di cui egli si vuole appropriare nella teoria. Diotima definirà infatti l’eros come “il partorire” nel bello, dando al generare un ruolo di primo piano. 

Platone vuole opporsi al tradizionale modello pederastico che stabilisce una gerarchia di ruoli nelle relazioni omoerotiche, in cui uno dei due membri della coppia “possiede” l’altro, esplicitando la propria superiorità, senza avere alcuno scopo se non il possesso stesso e il piacere. Ma per gli antichi il modo migliore di fare filosofia è dialogare (tra uomini) alla pari, per generare conoscenza.

Ecco perché ha necessità di mutuare la capacità generatrice ascrivibile alla femminilità e quindi la possibile ragione per cui è Diotima – che in quanto donna è eros come riproduzione – a esplicitare quale sia la modalità corretta di praticare la pederastia. Non a caso viene fatta esprimere circa le relazioni omoerotiche: una volta che esse saranno caratterizzate dalla capacità generatrice femminile, potrà continuare a generarsi conoscenza nel dialogo sì tra pari, non gerarchico, ma tra uomini. 


In sostanza, l’opinione di Halperin è che Platone si sia impossessato dell’essere-donna, attraverso la figura di Diotima, per i suoi scopi personali, coerenti con la maieutica e la settorialità di genere della conoscenza, non per un’anacronistica vicinanza agli interessi femminili.


Il disinteresse del filosofo per il genere femminile è confermato dal fatto che opera un doppio trasferimento: trasferisce sugli uomini la potenza di generare e sulle donne l’incapacità di scindere piacere e riproduzione, quando quest’ultima è una caratteristica fisiologica del tutto fallica. Egli si getta dunque in un convoluto gioco di attribuzioni, perché la caratteristica di cui si appropria rappresenta per lui un cavallo di troia per rendere coerente la pratica amorosa e quella filosofica. Non a caso, è idea del mondo antico che l’uomo non nasca tale, ma lo diventi quando è reso tale, pederasticamente, da un altro uomo, che in qualche modo, dunque, “lo genera”.


Allora, la verità è che Diotima è donna non perché lo sia, ma perché Platone l’ha costruita così, definendo sulla base della propria mascolinità, e in contrapposizione ad essa, la femminilità della sacerdotessa.


Femminilità che risulta quindi essere vuota, funzionale, in ultima analisi, a esigenze che restano maschili in contesto maschile, siano esse sessuali o di conoscenza. Essa è solo un gioco dell’autore che non smuove le acque delle prospettive sui generi, ma le rinforza: una mascolinità sotto mentite spoglie.






(1) D. M. Halperin, Why is Diotima a woman? Platonic Eros and the figuration of gender, in D.M Halperin, J.J. Winkler, F.I. Zeitlin (eds.), Before Sexuality: the Construction of Erotic Experience in the Ancient Greek World, Princeton University Press, Princeton, 1990, pp. 257-308.

Nota dell’autrice: nel contesto di questa analisi, anche sulla base delle indicazioni fornite da Halperin, si parla dei generi relativamente a quello che, suppostamente, ne poteva pensare Platone, ergo si dividono sulla base del criterio dei genitali. Tuttavia, questa classificazione biologistica dei generi non è affatto l’opinione dell’autrice, che anzi la critica.