La necessità di semplificare

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Semplificare

Abbiamo sempre guardato la realtà come una rete intricata di fili, una massa di eventi tra loro intrecciati che si posano gli uni sugli altri, rendendo il mondo un’entità complessa e stratificata; e sebbene questa immagine si avvicini molto al tessuto della quotidianità in cui siamo immersi, non bisogna sottovalutare l’importanza della semplificazione.


Viviamo in un complesso circuito sorretto da idee e discorsi che si influenzano vicendevolmente, generando una quantità indefinita di eventi e di risposte impreviste.


Ogni accadimento, cioè, è il frutto di molteplici micro eventi che si sono susseguiti in un ordine casuale in cui, spesso, diventa quasi impossibile stabilirne il principio. E più si scava a fondo, più emergono sfumature e causalità impreviste, il cui contributo, seppur minimo, alle sorti dell’evento, è tanto influente da cambiare la rotta di tutta la fila di conseguenze che ne risultano. 

E ciò diventa più facile se si prova ad analizzare un accadimento a ritroso: il nostro modo di vivere il reale come una successione di eventi quasi deterministica, così come la nostra tendenza a trovare sempre una ragione a ciò che stiamo vivendo, ci porta a percepire un legame tra un evento così come lo stiamo vivendo e tutte le possibili alternative che avrebbero potuto modificarne il corso. Cosa, invece, che risulta ben più complicata se si guarda al futuro: prevedere i risultati di una determinata azione è più complesso e contiene sempre una variabile nascosta che si rivela solo quando l’azione, ormai, si è chiusa alle nostre spalle.

Anche la fantascienza e il cinema hanno da sempre giocato con questa visione fitta e complessa della realtà, descrivendoci scenari di salti indietro nel tempo e di ritorno al passato in cui persino un evento infinitamente minuscolo può determinare, sulle sorti del futuro, il completo stravolgimento del reale così come era prima.


E se, alcune volte, andare oltre la semplice e spontanea spiegazione che diamo agli eventi è necessario per comprenderne davvero la logica, pretendere di trovare sempre una causa altra e altrove a ciò che sta accadendo può portarci verso strade sbagliate.


La filosofia è, d’altronde, la disciplina della complessità e della stratificazione: distinguere, discernere, nominare, sono tutte operazioni che sminuzzano il reale permettendo di vedere oltre il semplice dato materiale per trovarne una ragione altra da quella apparente. Ma si dà il caso che, spesso, è proprio nella volontà di chiarificare, di indagare nel dettaglio, di non accontentarsi mai di risposte all’apparenza semplici, che si cade in errore.

Fu proprio per scongiurare questa proliferazione di idee e di modelli del reale, che si allontanano dalla datità del fatto per trovare risposte sempre più ingegnose e complesse, che il filosofo e frate francescano del XIV secolo Guglielmo di Occam espresse questo principio, caposaldo delle scienze e della filosofia: «Pluralitas non est ponenda sine necessitate» (1), le pluralità non dovrebbero essere postulate senza necessità

La richiesta di complessità, la voglia di andare oltre la banalità per guardare le cose per come sono, rischia di farci cadere nell’errore opposto: quello di stravolgere i fatti, intellettualizzando la realtà e tradendo il dato reale. Se, in altri termini, non fermarsi alle apparenze è una buona pratica, allo stesso modo bisogna ricordarsi di non allontanarsi troppo dai fenomeni della quotidianità, impelagandosi in supposizioni e intellettualismi che, pretendendo di dare una spiegazione al reale, se ne allontanano.




(1) Dizionario di filosofia, Treccani, 2009, consultabile al link: https://www.treccani.it/enciclopedia/guglielmo-di-occam_%28Dizionario-di-filosofia%29/