Una società della cura

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Cura

Cura è una parola piuttosto diffusa, parte del nostro linguaggio quotidiano. Ce ne serviamo continuamente in contesti vari e disparati: per descrivere oggetti, relazioni, persino spazi che in qualche modo rimandano all’idea di premura, dedizione e attenzioni nei confronti di qualcosa o qualcunә. Situazioni quasi sempre associate ad una dimensione privata e personale.


Ma quali sono i confini di questa definizione? Quanto può estendersi e quale potenziale racchiude? Che cosa vuol dire davvero aver cura di qualcosa e di qualcunә?


Guidatә da questi interrogativi, alcunә personaggә del mondo accademico e politico si sono recentemente interrogatә sulla questione, ragionando sugli effetti che l’atteggiamento di cura potrebbe avere se divenisse pratica collettiva, se si facesse strumento politico per plasmare modelli alternativi di società.  

Per approdare ad una definizione che possa essere fondamento per trasformazioni sociali e progetti politici, conviene considerare innanzitutto il ruolo e lo spazio che attribuiamo oggi al tema della cura e alle attività ad esso connesse. Le considerazioni sull’importanza e sul bisogno umano di cura sono spesso state lasciate ai margini della riflessione filosofica mainstream, così come nel dibattito pubblico le problematiche legate alle professioni e ai sistemi di cura non hanno mai davvero ottenuto grande centralità.


La cura sembra essere un argomento periferico, al di fuori dei confini che delimitano l’urgente e il prioritario, a cui si preferisce riservare uno sguardo sminuente e oscurante. Essa è stata a lungo delegittimata e svalutata, soprattutto perché associata al concetto di donna, di femminilità, di “etnie” e classi svantaggiate.


Nel corso della storia occidentale e ancora oggi i compiti di cura continuano a essere svolti in misura sproporzionata dai ranghi economicamente inferiori della società, di cui ә membrә più avvantaggiatә possono beneficiare in virtù della loro posizione di superiorità e potere socioeconomico. Non sorprende quindi che l’attività di cura sia divenuta nel tempo espressione di debolezza e subordinazione, soggetto di minor retribuzione e prestigio sociale.

Quando non è sminuita e confinata, la tematica in questione viene tendenzialmente evitata o nascosta, e la ragione è piuttosto intuitiva: parlare di cura, concedendole spazio e risonanza, significherebbe affrontare i problemi che essa solleva. Costringerebbe a riconoscere le gerarchie ancora presenti e gli squilibri di potere, forzerebbe a considerare i bisogni reali delle persone e a riflettere su ciò che riteniamo meritevole di valore nella vita quotidiana, e poi a fare i conti con tutto ciò che ne deriva. 


Questo tipo di narrazione ha favorito la crescita e il rafforzamento di quella che potremmo definire l’attuale “società dell’incuria”, di cui il collettivo inglese Care Collective ha cercato di descrivere limiti e criticità.


Il Manifesto della cura, appassionato invito alla pratica della cura universale, ci ricorda che lo schema neoliberista su cui sono modellati gli assetti sociali del nord del mondo ci ha privato della capacità di fornire e ricevere cura. Reggendosi quest’ultimo sull’immagine dell’individuo indipendente ed autonomo che non coopera, ma che entra in relazione con l’altrә solo per migliorare la propria posizione, siamo statә gradualmente spintә ad una rimozione delle umane vulnerabilità e invitatә ad una competizione continua, ad una difesa estenuante dei nostri interessi. Questo ha causato isolamento, svalutazione dell’interdipendenza e in definitiva ha ridotto la cura ad una questione individuale che riguarda solo noi stessә e i nostri benefici personali e che al massimo possiamo rivolgere alle “persone come noi” che ci stanno a stretto contatto.

La società neoliberista, che progressivamente privatizza servizi sanitari, sociali e alla persona, ci parla di cura come di un bene di consumo da comprare sul mercato, che privilegia i profitti sulle vite di tuttә. Quando la cura viene ridotta a questo, le conseguenze sono devastanti, come è oggi evidente sia a livello globale e statale, sia nel microcosmo delle singole comunità e dei legami affettivi.


Basti pensare alla crisi ambientale, all’ascesa di regimi autoritari e retoriche nazionaliste, alla costruzione di muri e all’inasprimento dei confini. Basti notare il progressivo indebolimento dei sistemi di welfare, sempre più trascurati e privati di risorse, così come gli spazi pubblici di aggregazione dove poter condividere e creare qualcosa di collettivo. 


Alla luce di tutto ciò appare evidente la necessità di ripensare la cura, a partire dalle nostre pratiche quotidiane, e di collocarla al centro della vita umana a tutti i livelli. Una narrazione alternativa è quella proposta da Joan Tronto, che, ne I confini morali, arriva a definire la cura «una specie di attività che include tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro mondo in modo da poterci vivere nel modo migliore possibile. Questo mondo include i nostri corpi, noi stessi e il nostro ambiente, tutto ciò che cerchiamo di intrecciare in una rete complessa a sostegno della vita» (1).

La politologa ritiene che impegnarsi in un processo attivo che ponga le condizioni per la prosperità ed il benessere della maggior parte delle persone, delle creature viventi e del pianeta implicherebbe una rivalutazione dei bisogni, che andrebbero compresi e interpretati considerando le differenze dei soggetti e in relazione alle loro capacità e conseguenti doveri. In aggiunta, richiederebbe una certa “disposizione mentale” verso la cura, che permetta di approcciarsi ad essa con determinate qualità e valori, quali attenzione, responsabilità, empatia, competenza e reattività.


La cura intesa in questo modo, «mettendo gli ideali morali in azione» (2), spingerebbe inoltre ad interrogarsi sulle forme e i soggetti della democrazia, fornendo nuovi strumenti per disegnare i processi politici e la vita collettiva.


Seguendo un meccanismo che muove dal basso verso l’alto, praticare la cura, partendo dalle relazioni sociali e dai comportamenti quotidiani può, secondo Tronto, arrivare a modellare le pratiche della cittadinanza democratica e persino a trasformare le istituzioni. Se si assimilano le pratiche del prestare e ricevere cura e se ne diventa espertә, «allora non solo si diventa persone più solidali e morali, ma anche cittadini migliori di una democrazia» (3). L’adozione delle qualità connesse all’attività di cura conduce ad una politica più inclusiva, che dà forza e voce anche ai soggetti tenuti ai margini della sfera pubblica, e pone al centro una discussione e una valutazione onesta sui bisogni e sugli interessi.

Vi sono, tuttavia, dei rischi che possono derivare dall’approccio di cura da cui occorre mettersi in guardia alla luce di questo risvolto politico: il paternalismo di chi presta cura e ritiene di conoscere i bisogni dell’altrә meglio di quest’ultimә; e il particolarismo di chi è coinvoltә in relazioni di cura e tende a vedere la propria realtà come l’unica e la più importante. 


Sicuramente il passaggio dal piano teorico descritto da Tronto a quello pratico-applicativo rappresenta una sfida complessa, che è stata però accettata di buon grado da chi ha redatto il Manifesto della cura.


Il collettivo londinese propone la creazione di società fondate sul principio pratico e organizzativo della cura universale non mercificata, grazie alla realizzazione di infrastrutture e servizi socializzati, forme di beni comuni e legami di cura reciproci ed egualitari.

Si tratterebbe di sperimentare comunità basate su «quattro cardini fondamentali: il mutuo soccorso, lo spazio pubblico, la condivisione di risorse e la democrazia di prossimità. Quindi di fare tesoro delle molte pratiche di mutuo soccorso sviluppatesi durante la pandemia» (4) e dell’esperienza di reti di cura ampie, espansive delle relazioni affettive e dei rapporti di parentela sperimentate nel corso della storia, per esempio durante la lotta contro l’AIDS negli anni Ottanta e Novanta.

Tutto ciò necessiterebbe del supporto dello stato, che «dovrebbe farsi carico di garantire spazi pubblici, infrastrutture architettoniche e ambientali, di risorse materiali e sociali equamente distribuite e condivise, di servizi socializzati basati sull’autogoverno e, infine, di forme partecipative di governance democratica» (5). Quest’ultimo dovrebbe quindi contrastare privatizzazioni e attuare una nuova regolazione dei mercati, riorganizzando i settori chiave dell’economia al di fuori delle logiche capitalistiche. 


Questa proposta sembra promettere un programma rivoluzionario, ma allo stesso tempo appare estremamente ambiziosa, poiché implicherebbe un cambiamento radicale dei paradigmi socio-politici.


Pur lasciando spazio a numerose domande, questo brillante lavoro ci fornisce un potenziale antidoto all’incuria generalizzata in cui siamo immersi e uno sguardo alternativo sul mondo, da cui poter partire per progettare un futuro diverso, forse migliore.  






(1) J. Tronto, I confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura, Diabasis, 2006, p. 118.

(2) T. Casadei, Etica della cura come etica pubblica: la tesi di Joan Tronto, notizie di POLITEIA, XXIII, 87, 2007, p. 185. 

(3) Ivi, p. 186.

(4) Manifesto della cura | inGenere

(5) Ibidem.