Harriet Taylor, la filosofia è femminismo

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Quando si parla di filosofe del passato, spesso è difficile scollegare la loro storia da quella degli uomini.

Accade per questioni di fonti (la storia è maschile), ma anche per la società di svariate epoche.

Con Harriet Taylor Mill questa particolarità si nota ancora di più, ma in modo differente.

Educata fin dalla nascita al libero pensiero, la filosofa inglese del primo ottocento si distingue per la floridità del suo punto di vista, pur avendo dato pochissimo alle stampe.

La maggior parte dei testi è uscita sotto il nome della penna del marito, John Stuart Mill, che non ha però mai smesso pubblicamente di sottolineare il lavoro svolto a quattro mani.

In effetti l’unico testo che ad oggi riconduciamo esplicitamente alla sua penna esclusiva è The Enfranchisement of Women, pubblicato nel 1851. (1)

In questo breve pamphlet si evince il vero e proprio cuore della riflessione filosofica di Harriet Taylor Mill: la libertà delle donne è la libertà di tutte e tutti.


Includere le donne nella discussione sociale rendendole partecipi dello sforzo economico è l’atto dovuto dalla classe politica ottocentesca inglese, la stessa che come le altre comunità occidentali ha per secoli deciso che la donna era naturalmente inferiore, a partire proprio dai grandi e vecchi filosofi.

Questo aspetto in particolar modo si riflette anche nell’istituzione del matrimonio, dove la donna sembra essere, da copione, addetta alla cura della casa. A differenza del marito.

Con uno sbarramento educativo e sociale, la donna è artificialmente schiava del dominio maschile.

E con un colpo di spugna Aristotele perde la sua forza argomentativa discriminatoria.

«Neghiamo il diritto di qualunque parte della specie di decidere per qualunque altra parte, o di ogni individuo per ogni altro individuo, cos’è e cosa non è il loro “proprio ambito”. L’ambito proprio di tutti gli esseri umani è il più grande ed elevato che riescano a raggiungere. Quale esso sia, non può essere accertato senza una completa libertà di scelta.» (2)

È chiaro dunque il messaggio della filosofa inglese: quando le Dichiarazioni sui diritti parlano di “diritti dell’uomo” parlano di appartenente al genere maschile.

Il grido è altrettanto semplice: è ora di cambiare le cose.


Iniziamo a parlare di donne, creiamo una discussione sull’inclusività del linguaggio politico parlando di “persone” prima che di mister e miss.

Le donne dovranno essere libere e indipendenti, paritarie e non discriminate in un programma politico, sociale, filosofico e storico che prima di tutto è condiviso.

Non c’è alcun vincolo di naturalità, alcun grande spettro di filosofi passati che possano porsi in controtendenza rispetto a questo movimento. Nessun “si è sempre fatto così” indisponibile all’ inclusività.

Il femminismo di Harriet Taylor Mill ancora oggi ci ricorda che sì, dovremmo essere tuttə femministə.
  1. Sul rapporto tra Harriet Taylor Mill e John Stuart Mill la discussione e la ricerca sono ancora accese. Non esistono, nel momento in cui questo articolo viene scritto, fonti precise sul chi-abbia-scritto-cosa o su quale fosse l’influenza reale di una sull’altro.
  1. «We deny the right of any portion of the species to decide for another portion, or any individual for another individual, what is and what is not their “proper sphere.” The proper sphere for all human beings is the largest and highest which they are able to attain to. What this is, cannot be ascertained without complete liberty of choice.»  (trad. mia) http://www.laits.utexas.edu/poltheory/jsmill/diss-disc/eow.html 

Immagine di copertina: Harriet Taylor Mill, unknown painter, National Portrait Gallery, London