
Nei pressi di Copenhagen, il Louisiana Museum of Modern Art ospita le installazioni ed esposizioni di Kaari Upson, artista americana la cui produzione artistica ruota per la gran parte intorno all’identità e alla relazione.
I suoi lavori sono costellati da corpi ingranditi, deformi, che appaiono come presenze invasive a chi osserva: occupano lo spazio, si piegano, si decompongono, costringendo a un confronto fisico disturbante.
Tale presenza irrompente può essere considerata una rappresentazione fisica del concetto di “volto dell’Altro” teorizzato dal filosofo Emmanuel Levinas, che non è solo oggetto o immagine, ma chiama a un atto di responsabilità. Nella filosofia post bellica di Levinas, in cui è l’etica ad essere centrale e non più l’ontologia, quando un soggetto incontra l’altro si rende conto di non poterlo oggettivare o possedere, anzi si trova di fronte a un’alterità che chiede rispetto.
In questo senso l’io si caratterizza come tale in quanto risponde all’appello di responsabilità verso l’altro.
La pesantezza che Upson dà al corpo dell’altro nello spazio espositivo, con la sua invadenza, è di fatto la traduzione artistica dell’idea levinasiana per cui l’Altro ci chiama in causa, appena dopo l’incontro con esso, prima ancora di come decidiamo di rispondere.
«Muovendosi tra il personale e il concreto, Upson analizza i numerosi strati nascosti, i traumi e la complessità della società americana moderna. Allo stesso tempo, cerca di dare una risposta alla domanda su cosa significhi essere umani in generale alla fine del XX e all’inizio del XXI secolo» (1).
Le installazioni di Upson, infatti, possono essere lette come “epifanie” del volto dell’altro: la decomposizione, la malattia, la deformazione presente nel modo in cui l’artista mette in scena i corpi sono presenze che sfidano il modo in cui l’osservatore si relaziona a loro; Upson costringe il nostro sguardo a interrogarsi su se stesso e su come percepiamo ci che è intorno a noi. Un punto cruciale dell’indagine che Upson esegue sull’esperienza umana relazionale è visibile in The Larry Project, uno dei nuclei più significativi della sua produzione.
Nato dall’incontro con le storie origliate sul vicino di casa mai incontrato direttamente, il progetto mette in scena un rapporto con l’altro che non è mai completamente accessibile. L’opera comprende oggetti, che l’artista ha ritrovato, appartenenti a questo vicino sconosciuto e aggiunte personali, come l’installazione di un materasso:
«Solo dopo aver iniziato il lavoro ho capito che si trattava di una logica estensione delle mie precedenti riflessioni: un altro oggetto abbandonato che portava con sé le persone e gli eventi che lo avevano attraversato e toccato. Era stato realizzato sulla base dei miei ricordi e di una foto che avevo scattato a casa di Larry prima che andasse a fuoco. L’installazione era un calco in lattice del suo spazio domestico, composto da frammenti e squarciato, come una pelle o della carne» (2).
L’identità emerge così come un processo relazionale, costruito attraverso un puzzle di immaginazioni e proiezioni.
Qui l’oggetto diventa un archivio sensibile: il materasso e lo spazio domestico si trasformano in una sorta di corpo aperto, che conserva e rivela le tracce di chi lo ha abitato. L’immagine della superficie “scorticata” suggerisce una vulnerabilità radicale, in cui interno ed esterno si confondono.
Questa concezione del sé come apertura ed esposizione trova una forte risonanza nel pensiero di Emmanuel Levinas. In Totalità e infinito, Levinas scrive di come il soggetto diventi tale solo nel momento in cui incontra l’altro. Caratteristico di questo incontro è un atto di rispetto e responsabilità etica reciproco:
«Il volto si sottrae al possesso, al mio potere. Nella sua epifania, nell’espressione, il sensibile, che è ancora afferrabile, si muta in resistenza totale alla presa» (3).
In questo senso l’altro è sempre un qualcosa di irriducibile, di infinito che non può essere racchiuso in una rappresentazione oggettivante. Con la sua presenza, l’altro comanda al soggetto rispetto e responsabilità.
In Altrimenti che essere, questa idea viene radicalizzata: il soggetto è descritto come costitutivamente esposto e vulnerabile, “per l’Altro”. La relazione infatti non è descritta come simmetrica, anzi il soggetto è sempre in debito con l’altro: non potendolo ridurre a qualcosa che è da oggettivare in semplice comprensione, deve riconoscere che la responsabilità verso l’altro è prioritaria anche sulla propria libertà. Tra l’io e l’altro si stabilisce una relazione di prossimità basata sulla fragilità dell’io, in debito, e dell’altro a rischio di oggettivazione.
Questa stessa tensione si riflette nei corpi di Upson anche nella serie di Doll House, opera che comprende video, disegni, installazioni e che evidenzia questa dinamica: lo spazio domestico diventa un luogo psichico, in cui le identità si mischiano fino a perdersi. Il sé non è mai isolato, ma sempre attraversato da presenze, memorie e proiezioni.
Le forme frammentate che compongono Doll House sembrano suggerire che l’incontro con l’altro comporti il rischio di una sfocatura di confini. Incontrare l’Altro, come suggerisce anche Levinas, significa esporsi a qualcosa che non può essere controllato. È in questa tensione tra esposizione all’altro e scomparsa di sé che risiede la carica emotiva del lavoro di Upson: incontrare l’Altro significa sia essere distrutti che diventare più pienamente umani.
Note:
(1) Louisiana Museam website, on Kaari Upson, trad. mia. Nell’originale: «by moving between the personal and material, Upson examines the many hidden layers, traumas and complexity of modern American society. At the same time, she is looking for answers to what it means to be human in general at the end of the 20th and the beginning of the 21st century», disponibile al link: https://louisiana.dk/en/exhibition/kaari-upson/
(2) Fogle, D. Try Again. Fail Again. Fail Better. In memory of Kaari Upson, trad. mia. Nella versione originale: «only after beginning the work did I understand it as a logical extension of my earlier preoccupations — another abandoned object that carried with it the people and events that had passed across and through it. It was made from memory and from a snapshot I took in Larry’s home before it burned down. The installation was a latex cast of his domestic space, which is comprised of fragments and flayed open, like a skin or meat», disponibile al link: https://flash—art.com/article/try-again-fail-again-fail-better/#
(3) E. Lévinas, Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 1980, p. 85.
The image is used solely for contextual clarity for the reader. No profit is made from its use. The editorial team remains available for any needs or requests. Source: https://en.wikipedia.org/wiki/File:Untitled,_2009,_from_The_Larry_Project,_Kaari_Upson_at_Rubell_DC_2022.jpg
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