Marxismo e femminismo in Gayatri Spivak

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Spivak

Tra le figure che hanno profondamente segnato lo scenario delle teorie femministe degli anni Ottanta va annoverata quella di Gayatri Chakravorty Spivak, che fa del marxismo e del postcolonialismo gli assi portanti della sua riflessione filosofica.

La grande peculiarità di Spivak è quella di riprendere le teorie marxiane da una prospettiva diversa: non da quella “tradizionale” eurocentrica, che vede protagonisti gli uomini bianchi della classe operaia, ma da una posizione marginale, considerata subalterna, che prende in esame il Terzo mondo, e, ancora più nello specifico, le donne del Terzo mondo.


Spivak, infatti, è una filosofa di origine bengalese, che, dopo essersi laureata all’Università di Calcutta nel 1959, si trasferisce negli Stati Uniti d’America per conseguire un dottorato in letteratura.


L’interesse prettamente letterario si fonde con quello filosofico grazie alle traduzioni dal francese dell’opera di Jacques Derrida, che le permettono di portare in auge nelle università americane il pensiero decostruzionista (1), del quale si serve per individuare i punti controversi e contraddittori della società nella quale vive e formulare sia un’originale critica della società del capitale, sia una forte presa di posizione femminista-transnazionalista

L’originalità di Spivak sta nel fatto che proponga una doppia lettura di Marx: nella prima, l’opera del filosofo tedesco viene analizzata mettendo in rilievo «il ruolo del valore d’uso nel processo di accumulazione del capitale» (2); nella seconda cerca di superare Marx definendo per le donne un ruolo preciso all’interno del sistema di produzione capitalistico.


Un buon punto di partenza per esplorare il pensiero di Spivak è il fatto che lei si definisca marxista, quindi anche hegeliana.


Riprendendo l’assunto hegeliano secondo cui il vero è l’intero, Marx e di conseguenza Spivak pensano che la realtà non sia composta di una serie di parti autonome, ma che sia un organismo unitario e per comprenderla sia necessario analizzarla da ogni angolazione.

Questo principio comporta che il capitalismo non riguardi solo il settore prettamente economico, ma anche i rapporti sociali che da esso scaturiscono. Tuttavia, la totalità di cui parla Spivak non è uniforme, bensì è radicalmente eterogenea, ed è possibile cogliere a pieno questa diversificazione solo partendo da una prospettiva subalterna: quella della donna del Terzo Mondo.


Grazie all’influenza decostruzionista, Spivak si domanda cosa accade al discorso marxiano se la forza lavoro viene sessualizzata.


Il problema che emerge è quello del protagonismo fallocentrico che vede l’uomo maschio bianco al centro e la donna ai margini o menzionata in relazione all’uomo. Decostruire la storia affinché anche la donna occupi un ruolo da protagonista indipendente è uno degli obiettivi che si pone Spivak (3).

Perciò la filosofa analizza il Capitale, in cui Marx attribuisce alle merci un valore di scambio, ovvero la possibilità di essere scambiate con altre merci, e un valore d’uso, ovvero il valore dell’oggetto in quanto utilizzabile per un certo scopo. Il capitalismo, inoltre, definisce i soggetti come «forza-lavoro», cioè alla stregua di merci che hanno la capacità di produrre plusvalore e, anche da questo, profitto per il capitalista, il quale si appropria del pluslavoro operaio perché il salario «paga al lavoratore solo ciò che gli è necessario per riprodursi come forza-lavoro» (4).


Spivak rileva che il valore d’uso non è strettamente necessario alla produzione di capitale, anche se è necessario nel momento in cui questo si origina.


Questa condizione di inutilità e marginalità in cui si trova il valore d’uso entro il sistema capitalistico serve alla filosofa per instaurare un parallelismo con lavoro domestico delle donne (che si articola nella dialettica parto, crescita dei figli e vita familiare): anche questo non genera di per sé plusvalore, quindi non può essere a pieno titolo inscritto nel sistema di produzione capitalistico, ma è necessario all’origine, in quanto genera nuova forza-lavoro. Il lavoro domestico, così come il valore d’uso, esiste all’interno del capitalismo, che, essendo eterogeneo, si dà in modi diversi a seconda della posizione geografica in cui si colloca, «differenziando la posizione delle donne anche alla luce della loro razza e classe» (5).


Ed è proprio in questo contesto eterogeneo che entra in gioco la figura della donna del Terzo Mondo, ritenuta subalterna, appunto.


Il contesto storico in cui Spivak opera è quello della globalizzazione degli anni Ottanta e Novanta: le politiche neoliberiste messe in atto in precedenza cambiano profondamente l’organizzazione dei sistemi produttivi e ciò permette alle aziende di delocalizzarsi, cioè spostare alcune fabbriche in Paesi diversi da quello “madre”. Si scelsero soprattutto Paesi del Terzo Mondo, dove le normative sindacali avevano poco peso e soprattutto i costi di produzione erano nettamente più bassi rispetto all’Occidente. Inoltre, grazie anche alla rivoluzione informatica e alla nascita di Internet i singoli computer potevano comunicare tra loro anche se si trovavano a notevoli distanze. Il capitalismo diffuso si va a incontrare, quindi, con Paesi diversi tra loro con differenti culture: il “Primo Mondo” non costituisce più l’ottica privilegiata da cui leggere la realtà.

Guardare la realtà dal punto di vista del Terzo Mondo significa osservare gli effetti negativi del capitalismo, prendere coscienza della logica dello sfruttamento che rende possibile l’accumulazione di ricchezze enormi da parte dell’Occidente. Ciò si percepisce ancora meglio se ci si mette dalla parte della donna, che essendo ritenuta subalterna è taciuta dalla società due volte: la prima volta dal capitalismo stesso, che non considera la vita familiare come produttrice di plusvalore; la seconda volta dalle culture di quei Paesi del Terzo Mondo che hanno vissuto per anni sotto il giogo europeo (l’India ne è un esempio calzante) senza poter sviluppare una propria identità, in cui gli uomini hanno giocato da padroni appropriandosi del ventre femminile come luogo di produzione (6).


Da questa prospettiva Spivak critica anche lo stesso femminismo occidentale principalmente per due ragioni: sia perché, de facto, non ha mai messo in discussione la dinamica di sfruttamento posta in essere dal capitalismo verso i Paesi più poveri, sia perché le donne occidentali si sentono «privilegiate» e guardano le donne del Terzo Mondo dall’alto, giudicandole arretrate.


Il rapporto sociale capitalistico è formato da innumerevoli realtà che andrebbero comprese a pieno, per questo la prospettiva in cui si pone il femminismo di Spivak è transnazionale, perché mira alla rottura di quell’idea di supremazia culturale che l’Occidente pensa di avere sugli altri popoli e opporsi all’oppressione e allo sfruttamento.






(1) Il termine “decostruzionismo” trova le sue origini nella filosofia di Heidegger, che, riprendendo Husserl, aveva l’obiettivo di distruggere la metafisica al fine di ripensare autenticamente l’essere. Il filosofo francese Derrida recupera il termine calandolo in un nuovo contesto, quello post-strutturalista, in cui introduce la problematica storica nello strutturalismo e richiamare un’accezione positiva della decostruzione. Ciò comporta un nuovo modo di intendere il testo che diventa in questo modo una realtà plurale (Cfr. Abbagnano, Dizionario filosofico, Roma, Utet, 2013, pp. 256-257; cfr. all’url: https://www.treccani.it/enciclopedia/decostruzionismo_%28Enciclopedia-Italiana%29/ ).

(2) Paola Rudan, Gayatri Spivak e il femminismo come critica globale, in Marx nei Margini, a cura di Miguel Mellino, Andrea Ruben Pomella, Alegre, 2020, Roma, pp. 115-131. Si veda più avanti per il significato di “valore d’uso”.

(3) Cfr. Ibidem.

(4) Ibidem. Per ulteriore chiarezza è importante spiegare cosa Marx intenda per pluslavoro e plusvalore: il pluslavoro corrisponde alle ore che l’operaio dà gratuitamente al capitalista, cioè quelle ore in più non necessarie alla produzione del salario; il plusvalore, che deriva dal pluslavoro, altro non è che il valore del lavoro aggiuntivo dell’operaio. 

(5) Cfr. Ivi, p. 120.

(6) Gayatri Chakravorty Spivak, Feminism and Critical Theory, pp. 57 e 70.