Donne e conflitti armati

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Conflitti

Difficilmente la copertina di un libro di guerra ritrarrà una donna, difficilmente un’intera lezione di storia si concentrerà sul ruolo che le donne hanno avuto nei conflitti mondiali, difficilmente una fiaba per bambini racconterà le grandi gesta di qualche donna in battaglia. È invece molto più probabile che la parola guerra ricordi figure maschili ed evochi immagini di forza, virilità, brutalità, caratteristiche incompatibili con quell’universo di delicatezza e fragilità da cui, secondo lo stereotipo, provengono le donne.


Anche se nell’immaginario collettivo questa associazione è ancora la più frequente, negli ultimi decenni alcune evoluzioni positive ci sono state e anche le donne hanno iniziato ad essere prese in considerazione nei discorsi sui conflitti armati.


Durante la Convenzione mondiale sui diritti umani organizzata a Vienna nel 1993, il mondo delle istituzioni internazionali riconobbe ufficialmente i diritti delle donne come diritti umani, segnando un punto di svolta per le rivendicazioni femministe, che iniziarono così ad essere approcciate con occhio diverso e tradursi ancora più concretamente in strumenti di tutela e implementazione. In parallelo si estese il dibattito sulla condizione femminile e per la prima volta si aprì uno spazio per ragionare di donne e conflitti.

Il pretesto che spinse a interrogarsi sul tema fu fornito dalle guerre jugoslave, che proprio in quegli anni devastarono i territori dei Balcani con violenze sistematiche e massive. Tra le atrocità commesse spiccò la violenza sulle donne, fisica e soprattutto sessuale, usata come vera e propria strategia militare per umiliare ed annientare ulteriormente le popolazioni nemiche. Gli eventi dell’ex-Jugoslavia erano così vicini che risultò impossibile ignorarli: una conferenza mondiale negli stessi anni disquisiva di diritti umani a pochi chilometri di distanza e fu così che si iniziò a guardare ai conflitti anche da un’altra prospettiva, quella di tutte le donne che sino a quel momento ne erano state escluse, cancellate, silenziate.


Il riconoscimento dell’impatto sproporzionato che le guerre hanno sulle donne fu solo il primo passo verso un effettivo sguardo di genere alle questioni che riguardano la sicurezza.


Infatti, negli anni successivi alla Convenzione di Vienna si sviluppò progressivamente la cosiddetta “Agenda donne pace e sicurezza”, composta da dieci risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tra il 2000 e il 2010 e volte a ottenere l’uguaglianza di genere in tutti gli aspetti di questo ambito specifico. Tra gli obiettivi delineati compaiono con maggiore insistenza l’aumento della rappresentazione e della partecipazione femminile nei processi decisionali e di gestione dei conflitti e il monitoraggio dei casi di violenza sessuale nei contesti di guerra. Con altrettanta frequenza viene enfatizzata l’inestricabile connessione tra pace e donne, come se la realizzazione e il mantenimento di relazioni pacifiche fosse imprescindibile dall’intervento di una donna e dalla sua intermediazione.

Quest’ultima rappresentazione, basandosi su principi liberali, non solo ripropone vecchi schemi gerarchici e presuppone binarismo di genere, ma rischia anche di condurre a un approccio essenzialista secondo cui le donne apparterrebbero a un unico gruppo omogeneo caratterizzato da un comune pacifismo, senza distinzioni identitarie di sorta.


Oltre a escludere dall’analisi minoranze sessuali e di genere, aumentandone la marginalizzazione, questa interpretazione rafforza lo stereotipo e nega le verità storiche.


Alcuni studi sui conflitti e sulle crisi militari, infatti, dimostrano che, nonostante l’impatto positivo che possono avere in termini di mediazione e sulla durata dei periodi di pace, le donne al potere sono state capaci anche di commettere crudeltà e in molteplici occasioni hanno dimostrato forti temperamenti battaglieri contro minacce e pericoli o nel condurre le proprie lotte per la pace. Gli stereotipi di genere trovano ampio spazio nei discorsi sulla difesa e sulla sicurezza anche a causa dell’approccio narrativo al problema della violenza. Il fatto che il tema della protezione delle donne domini nell’agenda sopracitata e che buona parte dell’attenzione venga focalizzata sugli abusi e sugli stupri che subiscono durante le guerre favorisce la ripetizione di logiche stereotipate per cui la donna è essenzialmente debole e vulnerabile, una creatura passiva che deve essere protetta da chi, secondo il medesimo schema dei luoghi comuni, avrebbe invece il ruolo di protettore.

Ciò che ne risulta è una retorica paternalista e vittimizzante che concepisce la presenza della donna in questo settore, e la accetta, solo se conforme a date etichette, solo se contenuta entro certi limiti prefissati. È facile concludere che un approccio di questo tipo difficilmente condurrà agli obiettivi di uguaglianza che l’agenda donne, pace e sicurezza si propone di raggiungere.


Un’effettiva parità richiederebbe la partecipazione delle donne in tutti i processi decisionali e le operazioni, dalle negoziazioni alle azioni preventive o di riappacificazione, traguardi che recenti dati mostrano essere ancora lontani.


Infine, l’ampio dibattito sul rapporto donne-conflitti si presta anche ad una piccola riflessione laterale sul tema della leadership e sulle caratteristiche che ci si aspetta di trovare nelle persone che occupano i vertici o che hanno grandi responsabilità. Al di là del genere, a chi ricopre cariche di potere, anche e soprattutto in ambito militare, è richiesto di aderire ad un certo modello che è plasmato seguendo dei tratti tipicamente associati al maschile, come l’insensibilità e la durezza. Al contrario, l’empatia e la capacità d’ascolto raramente vengono valorizzate e promosse, dando per scontato che un leader rispettabile e di successo non possa fondare il proprio operato su altri tipi di qualità.

Ai fini dell’uguaglianza, della pace e della stabilità, varrebbe la pena chiedersi se il modello tipicamente proposto sia l’unico possibile e il più auspicabile e se non si possa mettere in discussione le strutture su cui si reggono i ruoli di potere e controllo, fornendo un’alternativa più efficace e sostenibile.


In conclusione, nonostante i numerosi passi verso una maggiore inclusione delle donne in tutto ciò che concerne i conflitti armati, l’argomento continua ad essere controverso e il margine di miglioramento è piuttosto evidente. 





FONTI

Il mondo sarebbe davvero più pacifico se le donne fossero al potere? – THE VISION

Il ruolo delle donne nei conflitti armati e nei processi di pace – Voci Globali

Gender perspectives in the women, peace and security agenda seminario tenuto dalla Dr.ssa Sofia Sutera, all’interno del corso Women’s human rights, Università degli studi di Padova, A.A. 2021-2022.