L’empatia secondo Edith Stein

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Empatia

Ognuno di noi nella propria vita ha conosciuto almeno una persona particolarmente empatica, che ci è rimasta impressa nella mente per la sua capacità di percepire le emozioni altrui e, dunque, di aiutare gli altri. Noi diamo per assodata questa definizione di empatia, ma la storia del termine è lunga, oltre che complessa.

Il greco antico ci viene subito in aiuto, perché lo stesso termine “empatia” deriva dal greco ev pathos, letteralmente dentro il sentimento. La parola greca empatheia era usata per indicare il rapporto di partecipazione che legava lo spettatore di uno spettacolo teatrale all’attore o cantore. In filosofia, il termine è stato introdotto a fine Ottocento con la riflessione di Robert Vischer, che usava il termine tedesco Einfühlung per indicare la proiezione che l’uomo fa delle sue emozioni sulle forme artistiche. 

Oggi il termine indica la capacità di una persona di entrare facilmente dentro il sentimento altrui, sentirlo su di sé e parteciparvi, mettendosi nei panni dell’altro. La sua connotazione, dunque, non è più legata soltanto alla sfera teatrale o artistica, ma è stata ampliata. 


Una definizione significativa di empatia è stata data da Edith Stein (1891-1942), monaca e filosofa, che dedicò la sua dissertazione di laurea, con relatore Husserl, alla problematica dell’empatia.


Queste le parole di Stein nella sua dissertazione:

«Nel suo seminario sulla natura e lo spirito, Husserl aveva parlato del fatto che un mondo esterno oggettivo poteva essere conosciuto solo in modo intersoggettivo, cioè da una maggioranza di individui conoscenti che si trovino tra loro in uno scambio conoscitivo reciproco. Di conseguenza è permessa un’esperienza di altri individui. Collegandosi alle opere di Theodor Lipps, Husserl chiamava Einfühlung questa esperienza, ma non dichiarava in che cosa consistesse. C’era perciò una lacuna che andava colmata: io volevo ricercare che cosa fosse l’intuizione. Ciò non dispiacque al maestro.» (1)

La sua opera rappresenta il tentativo, come abbiamo appena letto, di parlare di Einfühlung, ovvero empatia, fenomenologicamente e oggettivamente. Questa nostra capacità è un sentire (Fühlen), in particolare un sentire dentro se stessi la verità dell’altro (Ein-fühlen). Spieghiamo meglio cosa si intende. 


La filosofa distingue tra empatia, unipatia e co-sentire, dunque tra sentire la verità dell’altro e forme di semplice entusiasmo collettivo. 


Partendo dall’unipatia, essa si verifica quando Io e l’Altro proviamo contemporaneamente le stesse emozioni, per cui i nostri stati d’animo mi sembrano coincidere. Il co-sentire si verifica, invece, quando sono felice per una gioia altrui, perché quella porta beneficio anche a me. 

L’empatia, ciò che ci interessa in questo articolo, è invece ciò che ci permette di conoscere l’Io e l’Altro

«L’immagine del mondo che empatizzo nell’altro non è solo una modificazione della mia immagine sulla base di un diverso orientamento, ma varia a seconda della caratteristica colta del suo corpo proprio. […] Imprigionato nella barriera della mia individualità, non potrei andare al di là del mondo come mi appare, e in ogni modo si potrebbe pensare che la possibilità della sua esistenza indipendente […] resti sempre indimostrata.» 

L’empatia, dunque, ci permette di capire l’Altro e le sue emozioni, il suo valore e quello mio, e di riconoscere l’Io attraverso l’Altro. Consente di capire che c’è qualcosa, o meglio qualcuno, oltre il mio mondo e il mondo visto da me. Proprio nel capire che esiste qualcosa al di là, riconosco cosa c’è al di qua, e dunque, chiarisco la mia visione del mondo. 


Edith Stein è riuscita a dare una spiegazione molto accurata dell’empatia, ma non tutti capiscono, e hanno capito, quanto sia fondamentale questa capacità.


Un esempio di assenza di empatia ha avuto conseguenze sulla vita della stessa filosofa: il 9 agosto 1942 Teresa Benedetta della Croce, maggiormente conosciuta come Edith Stein, morì nel lager di Auschwitz in una camera a gas. 

Se lei riuscì a dare la giusta importanza all’Altro, l’epoca in cui visse fu, invece, un’epoca in cui la dignità dell’Altro, se diverso da un modello stabilito, era annientata e l’Altro diventava oggetto, per il quale non vi era alcuna forma di empatia. 

La morte di Edith è un appello all’empatia e un monito della gravità dell’assenza dell’empatia nel mondo. Un’assenza che possiamo constatare e contrastare quotidianamente: è più facile portare la propria croce, rispetto al guardare e aiutare gli altri esseri umani a portare la propria. Ciascuno, infatti, ha il suo dolore da affrontare, ma noi possiamo agire sia per alleviare il nostro che quello altrui.


Ecco che, se per tutti il dolore degli altri è dolore a metà, come canta De André, noi dobbiamo impegnarci a dare il giusto valore non solo al nostro, ma anche a quello altrui per rispettare la sfera intima delle persone che ci stanno accanto, per creare armonia di rapporti, in cui le emozioni di tutti abbiano lo stesso valore. Impariamo l’empatia per sentire la felicità e il dolore altrui sulla nostra pelle, e creare legami più profondi.






(1) Edith Stein, Storia di una famiglia ebrea, p. 246, Città Nuova Editrice, Roma, 1992.

(2) Edith Stein, Il problema dell’empatia, Edizioni Studium, Roma, 2009.