Il femminismo socialista

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Femminismo socialista

È noto come la storia del femminismo sia articolata e complessa. Molteplici sono i volti e le idee, con le  relative interpretazioni, che hanno costellato e continuano a popolare il movimento e, in uno scenario così plurale, è possibile fare ordine rintracciando due macro correnti che permettono, soprattutto a chi si avvicina per la prima volta al tema in questione, di comprendere seppur limitatamente la difficoltà di ricondurre il femminismo a una linea di pensiero unanime.

La prima corrente è quella che è stata definita del femminismo borghese, che si caratterizza per essere animato da donne provenienti dai ceti medio-alti della società, donne privilegiate che lottano per la conquista di uno spazio e per l’ottenimento dei propri diritti ma rimanendo pur sempre ancorate a principi e valori del sistema vigente. 

Diametralmente all’opposto si colloca il femminismo socialista, che unisce la lotta femminile con la lotta contro il potere dominante; ancor di più si può affermare che il femminismo socialista considera la battaglia per la liberazione della donna una componente essenziale e imprescindibile della più ampia lotta di classe. 


In maniera ufficiale il femminismo socialista nasce negli anni Settanta del secolo scorso sulla scia dei fermenti politici e culturali dell’epoca (1).


Tuttavia non sarebbe corretto ridurre il movimento a una dimensione temporale così limitata: infatti, basta ampliare leggermente lo sguardo sulla storia del femminismo per accorgersi della vicinanza tra quest’ultimo e il socialismo, una affiliazione durata per più di un secolo e che è tornata a far sentire prepotentemente la propria voce, seppur con delle differenze rispetto al passato, nel dibattito attuale (2). 

Nel Manifesto del partito comunista (3) Marx e Engels affermavano, nel tratteggiare i caratteri di una società socialista, la necessità di eliminare l’istituzione della famiglia così come era stata concepita fino ad allora: un luogo in cui le donne svolgevano le attività domestiche senza alcun riconoscimento, private di ogni forma di libertà, di ogni possibilità di pensare e agire in autonomia. In breve, all’abbattimento del capitalismo e della proprietà privata sarebbe seguito, secondo i due filosofi, l’eliminazione del patriarcato e dell’oppressione femminile (4).


Le parole di Marx e Engels vennero recepite immediatamente e in seno al movimento socialista nacquero comitati di donne che lottavano per l’emancipazione femminile (5).


Bisogna tuttavia precisare che queste escludevano dalla loro lotta le borghesi, le quali erano viste come nemiche di classe e dunque anche nella battaglia per l’emancipazione. L’impossibilità di conciliare le prospettive politiche divideva le donne anche e soprattutto sul versante della battaglia per i loro diritti e su questo punto le femministe socialiste sono state assolutamente intransigenti. Clara Zetkin, la “madre” del femminismo socialista, lucida teorica e fervida attivista ammirata e stimata da leader come Lenin e Babel, rivendicava la necessità di ottenere non solo il diritto di voto, unico obiettivo posto dalle femministe borghesi, bensì la possibilità per le donne di organizzarsi politicamente e sindacalmente. In questo modo, grazie ai pieni diritti politici, avrebbero conquistato la parola nello spazio pubblico e posto fine alla sottomissione di cui già il Manifesto parlava.

La medesima prospettiva è condivisa da Rosa Luxemburg, teorica socialista nonché amica e compagna di Clara Zetkin: nel discorso tenuto a Stoccarda nel 1912, durante il secondo raduno internazionale delle donne socialiste, si pronuncia sull’importanza della conquista dei diritti per le donne socialiste e su come questo aveva e avrebbe continuato a contribuire alla più ampia liberazione sociale e politica dal capitalismo, opponendo la forza e il coraggio delle donne socialiste alla mediocrità delle donne borghesi le quali «[…] se ottenessero il diritto di voto trotterebbero come docili agnelli nel campo della reazione conservatrice e clericale» (6). 


Le idee di cui Luxemburg e Zetkin sono solo due delle tante esponenti hanno trovato ampio riscontro negli anni successivi, fino ad oggi.


L’idea che la lotta femminile sia intersezionale e dunque collegata ad altre lotte, prima fra tutte quella politica per la costruzione di una società non capitalista, anti imperialista e anti razzista, attenta al futuro del pianeta e dei suoi abitanti, è abbracciata da numerose teoriche. Tra loro è possibile ricordare Cinzia Arruzza, Nancy Fraser e Tithi Bhattacharya, le quali hanno scritto, proprio con l’obiettivo di sancire un distacco radicale da quel femminismo borghese, il testo Femminismo per il 99%. Un manifesto (7).


Il saggio eredita la lezione delle rivoluzionarie socialiste e attacca il sistema neoliberale comprendo altresì quelle donne che di questo sistema sono parte attiva e che paventano una reale lotta per l’emancipazione femminile: quella che non abbandona i principi di solidarietà e di equità e che necessita oggi più che mai di essere recuperata. 






(1) Per approfondire l’argomento: Elizabeth L. Kennedy, Socialist Feminism: What Difference Did It Make to the History of Women’s Studies?, in Feminist studies, vol. 34, n° 3, 1970, pp. 497-525.

(2) A riguardo fondamentali risultano le riflessioni, tra le altre, di Chiara Bottici di cui è stato pubblicato di recente il testo Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale (Laterza, 2023) nel quale si evidenzia la complessità della lotta femminista e l’impossibilità di pensarla scissa da altre forme di lotta.

(3) Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, a cura di B. Bongiovanni, Einaudi, Torino, 2014, capitolo II Proletari e comunisti.

(4) Nell’ambito del femminismo socialista numerose sono state le critiche mosse alla teoria elaborata da Marx e Engels e poi ripresa da teorici successivi. Per esempio già la scrittrice e filosofa femminista francese Flora Tristan notava come, al di là della condivisione teorica e politica, il proletario aveva sempre qualcuno da sottomettere a sua volta, ovvero la moglie.

(5) Rispetto alla modalità di articolare l’emancipazione femminile all’interno della più ampia teoria politica elaborata da Marx ed Engels sono state avanzate alcune critiche. In particolare la perplessità riguarda la mancanza di riflessione intorno a come si sarebbe dovuta strutturare la futura famiglia proletaria limitando l’argomento alla mera critica alla famiglia borghese.

Inoltre alcuni autori, tra cui Francesco Raparelli, notano come nel Manifesto sia carente l’analisi del lavoro riproduttivo che le donne socialiste e proletarie svolgono comunque dentro casa e l’incitarle ad entrare in fabbrica e partecipare alla lotta operaia non farebbe altro che aggravare la mole di lavoro a loro carico senza trovare un’effettiva soluzione. Infine, sempre secondo Raparelli, il considerare la lotta femminista parte della più ampia lotta socialista non farebbe altro che mettere in secondo piano la prima a favore della seconda (F. Raparelli, Critica della famiglia, in Manifesto Comunista. Proletari di tutto il mondo unitevi, Ponte alle grazie, Milano, 2018.

(6) Rosa Luxemburg, Il voto alle donne e la lotta di classe, a cura di Maria Grazia Suriano, in DEP: deportate, esule, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, n° 28, 2015, pp. 100-104.(7) Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Nancy Frase, Femminismo del 99%. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari, 2019.