Essere una “cattiva femminista”: uno sguardo su Fleabag

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«A volte temo che non sarei così femminista se avessi le tette più grandi» (1)

Arrivo in ritardo a scoprire Fleabag (2016-2019), la serie inglese scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge, divenuta popolare negli ultimi anni. 

Fleabag (letteralmente “sacco di pulci”) è una donna sulla trentina con una vita sentimentale turbolenta, alle prese con una famiglia problematica e con la gestione di un cafè prossimo al fallimento. 

Nel corso delle puntate seguiamo la protagonista districarsi in un groviglio di relazioni complesse: dal legame a tratti solidale a tratti conflittuale con la sorella Claire, all’assurdo rapporto con il padre e l’odiosa matrigna.

Infine, ci sono le tante disastrose – ma esilaranti – relazioni con gli uomini. 

Su Fleabag è stato scritto e detto molto.

Apprezzata per l’onestà narrativa e capacità di far identificare il suo pubblico con personaggi non sempre piacevoli (2), la serie intende raccontare la vita di una donna senza giudizi, con l’intento di far ridere il proprio pubblico.

Waller-Bridge conquista con la sua bravura la complicità dellə spettatorə, esplorando in modo brillante temi che rendono il suo un personaggio in cui è facile riconoscersi

Ciò che però colpisce di Fleabag – e che, a mio avviso, merita un’opportuna considerazione – è il suo senso di inadeguatezza per non sentirsi abbastanza femminista, o quanto meno per non incarnare l’ideale di femminista a tutto tondo, aspetto che emerge in più di un’occasione.

In una scena emblematica, Fleabag e Claire si trovano a una conferenza femminista dove viene chiesto chi tra le donne partecipanti rinuncerebbe a cinque anni della propria vita in cambio del cosiddetto “corpo perfetto”: le due sorelle alzano la mano senza esitazione per poi rendersi conto, con un certo imbarazzo, di essere le uniche in sala ad aver risposto affermativamente alla domanda.

Subito dopo l’incidente, Fleabag commenta: «siamo pessime femministe» (3).  

Più tardi, in un momento di sfogo con il padre, Fleabag ammette a sé stessa: 

«Ho il terribile sospetto di essere un’avida, pervertita, egoista, apatica, cinica, depravata, donna moralmente distrutta che non merita di essere chiamata femminista.» 
«Be’… hai preso tutto da tua madre.» (4)

È interessante scoprire come l’antieroina nata dalla penna acuta di Waller-Bridge esprima una preoccupazione non da poco, ovvero l’idea sbagliata per cui una persona debba per forza aderire a certi parametri per essere degna del titolo di femminista.

Eppure, per quanto ridicola e infondata sia questa paura, alcune considerazioni sono state fatte a riguardo. 

Nella sua raccolta di saggi Bad feminist, la scrittrice Roxane Gay rivendica per sé stessa l’etichetta di “cattiva femminista”, mediante cui riconosce di essere unə individuə pieno di difetti, amante di generi musicali che non si addirebbero ad una vera femminista, arrivando anche ad ammettere di non essere preparata su tutto.

Tante piccole “incoerenze” che, tuttavia, non la rendono meno femminista (5).

L’autrice scrive:

«Adotto l’etichetta di cattiva femminista perché sono umana. Sono complicata. Non cerco di essere un esempio. Non cerco di essere perfetta. Non ho tutte le risposte. Non cerco di avere ragione. Provo soltanto a sostenere ciò in cui credo, cercando di fare qualcosa di buono in questo mondo» (6). 

Questa dichiarazione di imperfezione è profondamente liberatoria, ma pone anche la questione del perché si abbiano delle aspettative così alte nei confronti del femminismo o di chi crede in questo movimento.

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che ancor oggi alcune posizioni sono guardate con fastidio: capita spesso di doversi confrontare, anche nelle conversazioni quotidiane, con persone che cercano perennemente di smascherare la presunta ipocrisia del femminismo, appellandosi alla minima banalità.

È facile, dunque, avvertire la pressione di uno scrutinio esterno e interiorizzarla. 

Fleabag vuole, però, raccontare senza filtri la storia di una donna caotica, la quale fa del suo meglio per rimediare ai propri errori, molto spesso con scarsi risultati.

Waller-Bridge riesce abilmente a farci calare nei panni della protagonista, donando a chi guarda una buona dose di sollievo.

Durante la visione risulta, infatti, inevitabile rispecchiarsi negli sbagli del personaggio, al punto che Fleabag sembra quasi essere stata concepita per rassicurare il proprio pubblico rispetto a quelle che possono essere delle paure comuni, come quella di sentirsi un fallimento, una persona terribile e – perché no – anche una cattiva femminista (7). 

 (1) P. Waller-Bridge, Fleabag, 2016-2019, 2×4. 

(2) https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2019/apr/08/farewell-fleabag-the-most-electrifying-devastating-tv-in-years  

(3) Qui la scena: https://www.youtube.com/watch?v=4DoBzIbnR-o 

(4) P. Waller-Bridge, Fleabag, 1×1. 

(5) R. Gay, Bad feminist, HarperCollins, New York, 2014, pp. X-XI. 

(6) Traduzione mia. Ivi p. XI

(7) Per approfondire, consiglio il lavoro di W. J. Simmons, Bad Feminism: On Queer-Feminist Relatability and the Production of Truth in Fleabag, in Framework: The Journal of Cinema and Media , Vol. 61, No. 1 (Spring 2020), Wayne State University Press, pp. 32-46.