Simone de Beauvoir: l’esistenzialista del femminismo

Simone de Beauvoir

«Penso che il femminismo sia una causa comune per l’uomo e per la donna, e che gli uomini riusciranno a vivere in un modo più equo, meglio organizzato, un mondo più valido, soltanto quando le donne avranno uno status più equo e più valido; la conquista dell’eguaglianza tra i sessi li riguarda entrambi. (1)»

È davvero complesso trattare in un articolo la vita e il pensiero di Simone de Beauvoir che può essere considerata una delle menti più brillanti del Novecento, scrittrice, filosofa, insegnante e femminista francese che visse tra il 1908 e il 1986.

Per questo ho deciso di focalizzare l’attenzione su quella che può essere considerata una delle parti più importanti della sua produzione scritta: i suoi studi sulla condizione della donna che hanno rivoluzionato, in un’ottica completamente nuova rispetto alla prima ondata femminista, il concetto stesso di femminile (2).

Simone de Beauvoir si laureò in Filosofia con una tesi su Leibniz presso la Sorbona a Parigi.


Durante il periodo universitario incontrò il filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre, che diventò successivamente, pur senza matrimonio né convivenza, il compagno della sua vita e di pensiero, con cui condivideva la prospettiva filosofica esistenzialista (3).


Con lui instaurò un tipo di relazione aperta, che consentiva ai due di coltivare anche altri tipi di relazione, lontana da ogni concetto di amore tradizionale: inteso come monogamia del rapporto famigliare e possessione dell’Altro all’interno nella coppia. De Beauvoir si considerava infatti una donna libera, su tutti gli aspetti della sua vita.

Presto iniziò anche a interessarsi di letteratura, in particolare quella anticonformista e rivoluzionaria  di autori come André Gide, Raymond Radiguet, Marcel Proust. Pubblica il suo primo romanzo nel 1943 L’inviata, che la rivelò come scrittrice, e il secondo nel 1945 Il sangue degli altri, durante la seconda guerra mondiale. Nel 1954 con I mandarini vinse il Premio Gouncourt e molto significative furono le sue opere autobiografiche: Memorie di una ragazza perbene, L’età forte, La forza delle cose, A conti fatti, Una morte dolcissima, La terza età e La cerimonia degli addii (4).


La sua opera più importante è sicuramente Il secondo sesso del 1949, che ha portato a una vera e propria rivoluzione nella filosofia di genere e nell’analisi della relazione di potere tra l’uomo e la donna.


De Beauvoir sviluppò il suo pensiero sulla dignità della donna nel contesto socio-politico successivo alla seconda guerra mondiale, che necessitava di una nuova rielaborazione dei diritti e delle relazioni sociali fra gli individui.

L’autrice in questo scritto attua una cesura con il primo movimento femminista, ponendosi in un atteggiamento critico. Il suffragio femminile è stato l’obiettivo principale della prima ondata femminista, che vedeva in esso il passo decisivo per la liberazione della donna e per la conquista di tutti gli altri diritti civili, politici, sociali. L’autrice si rende conto che nonostante le donne avessero ottenuto il diritto di voto la loro condizione non era di fatto migliorata all’interno della società.


L’uguaglianza giuridica non bastava a garantire rapporti paritari tra uomini e donne, poiché le discriminazioni verso quest’ultime erano profondamente radicate nel contesto culturale. 

«Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna» (5).

Con questa nota citazione l’autrice vuole affermare che lo stato di inferiorità della donna, il fatto di essere l’Altro rispetto all’uomo, è dovuto non per una questione biologica ma per una motivazione culturale. È stato un processo di mistificazione della donna che l’ha resa inferiore e dipendente dalla figura maschile perpetuando questa condizione nella storia e nella cultura. La donna non nacque come Altro, ma accettò di diventarlo rendendosi “complice” dell’uomo e della tradizione patriarcale, e lo stesso  movimento femminista (quello della prima ondata) ne è rimasto imbrigliato all’interno di questa mentalità.

Per questo l’autrice pensò a una rifondazione teorica del femminismo per dare dignità alla figura della donna, partendo dalla sua condizione di subordinazione rispetto al sesso maschile, individuandone possibili cause, fino a raggiungere l’emancipazione e la sua piena consapevolezza di sé. De Beauvoir utilizzò una prospettiva filosofica esistenzialista sostenendo che ogni individuo, uomo e donna in quanto coscienza, era sostanzialmente libero.


Nelle relazioni di genere le donne, nonostante fossero libere coscienze quanto gli uomini, furono condannate per secoli all’immanenza e alla passività e considerate per questo il secondo sesso, inferiore a quello maschile (6).


Gli individui si caratterizzavano per la loro capacità di scegliere “la via della trascendenza”, ovvero della progettualità e della trasformazione del contesto che li circondava, oppure “la via dell’immanenza”, cioè dell’accettazione passiva della realtà. Chi seguiva il primo modo di vivere era “un essere per sé” consapevole di se stesso e della propria libertà, mentre chi seguiva il secondo era “un essere in sé” privo di ogni progettualità e indipendenza. Le donne, secondo l’autrice, dovevano cambiare necessariamente il loro modo di vivere diventando esseri per sé.

De Beauvoir riprende le tematiche femministe di orientamento marxista considerate da lei più adatte rispetto alle posizioni più liberali. Si schierò sempre contro il sistema dello stato capitalista, ritenendo che una politica di tipo socialista avrebbe potuto eliminare ogni tipo di sfruttamento. Le donne lavorando in un contesto paritario avrebbero potuto finalmente conquistare la loro dignità di essere umano, eliminando così la mediazione dell’uomo con la realtà sociale (7).

L’unica via possibile per l’emancipazione femminile, secondo l’autrice, era quella della “donna indipendente” che era costituita da due momenti fondamentali: (i) la presa di consapevolezza della propria condizione; (ii) fare parte di un movimento collettivo: le donne devono unirsi tra loro e anche con gli uomini per combattere tutti assieme contro le disuguaglianze affinché tutti gli individui possano avere pari diritti, dignità e opportunità sociali, politiche ed economiche.


La donna, per Simone de Beauvoir, deve assolutamente assumersi il rischio della sua esistenza e diventare finalmente soggetto.





(1) Simone de Beauvoir, Quando tutte le donne del mondo, Mondadori, Torino, 1987. 

(2) Cfr. Julia Kristeva, Simone de Beauvoir. La rivoluzione del femminile, Donzelli, Roma, 2016, pp. 19-23.

(3) Cfr. Adriana Cavarero, Franco Restaino, Le filosofie femministe, Mondadori, Milano, 2002,  p.23.

(4) Cfr. https://www.biography.com/scholar/simone-de-beauvoir

(5) Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Milano: il Saggiatore, 2016, p. 271.

(6) Cfr. A. Cavarero F. Restaino, Le filosofie femministe, cit., p. 23.

(7) Cfr. ivi, pp. 135-139.

Elena Magalotti

Author: Elena Magalotti

Si laurea in Filosofia presso l’Università di Bologna con una tesi in Storia della Psicologia, e poi alla magistrale di Scienze Filosofiche con una tesi in Storia delle Donne e dell’Identità di Genere: "La dignità della donna e la sua violazione. Una riflessione tra la filosofia di genere e il diritto". Scrive soprattutto di storia di genere e del femminismo, storia della sessualità e storia della scienza.