Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile.

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Mistica, poeta, ricercatrice della fragilità e della grazia.

Così, spesso, è definita Cristina Campo, una delle voci poetiche più incisive del Novecento: una scopritrice di mondi, portatrice, attraverso parole e percorsi di vita, di luminescenza e di profondità. 

Il pensiero di Campo, infatti, gravita attorno a temi che mettono al centro la parola, la fiaba e il simbolo come anelli di congiunzione tra il visibile e l’invisibile.

Non a caso è proprio questo il sottotitolo che accompagna questa raccolta di saggi su Campo a cura di Chiara Zamboni, la cui riflessione artistica, infatti, prende avvio dal continuo rimando, dalla «compenetrazione tra due mondi completamente altri da loro» (1).

Quello tra il visibile e l’invisibile è un legame che penetra tutto l’esistente e che si dipana, nel mondo dell’autrice, attraverso la parola. 

La “liturgia della lingua” (2), quella stretta correlazione tra gesti, significati e parole, assume quindi la connotazione di una traccia, un simbolo che custodisce e allo stesso tempo svela “il senso preciso delle cose”, il legame indissolubile tra l’eterno e il tempo. 

Proprio in questa direzione la fiaba, la mistica, la liturgia e la preghiera si offrono come terreno fertile di questa trasfigurazione nella parola, di questo svelamento attraverso il linguaggio, della compresenza di due mondi al quale Campo sente di appartenere.

«Due mondi – e io vengo dall’altro» (3) scrive infatti  nei Diari Bizantini. La frase ritorna più volte nei saggi di questo volume, a sottolineare il profondo senso di appartenenza ad un universo indicibile e nascosto che tra le parole appare come un “destino”.

«“Due mondi – e io vengo dall’altro”. In questo incipit è già annunciata la scelta dell’autrice di radicarsi, […] nell’invisibile, nell’altro mondo, di riconoscersi nelle radici aeree dell’albero rovesciato, che affonda le sue radici in cielo.» (4)

Ma scorgere la profondità, la compenetrazione, tra un mondo e l’altro, è un’arte che richiede esercizio e meditazione e che si offre solo a chi, attraverso la parola, riesce ad «ascendere dalla semplice vista alla ben più penetrante percezione» (5).

Non si può non notare quanto, nell’universo di Campo, riecheggi il pensiero di Simone Weil, nel cui mondo e nelle cui parole Cristina era diventata assidua passeggiatrice.

«Percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore […] quasi un toccare l’invisibile, l’inafferrabile, l’intangibile»(6), come la weiliana virtù dell’attenzione.

La parola, allora, come nelle fiabe, nelle poesie e nella scrittura, si fa “ancella del destino” (7): il tramite di un’esperienza mistica, di un’incarnazione e connubio di spirituale e fisico che aprono allo scorgimento dell’eterno. 

La tensione di Campo tra visibile e invisibile, tuttavia, non è solo una spinta verso il sovra-sensibile, essa ha una profonda natura fisica: il senso mistico della parole si lascia scoprire solo grazie alla sua componente corporea.

La costante ricerca della Campo a far sì che l’indeterminato diventi tangibile è possibile solo attraverso una mediazione tra finito e infinito: non abbandonando l’uno per l’altro, ma, viceversa, aprendosi al perpetuo abbracciando amorosamente ciò che è mortale(8).

É la malattia corporea, la finitezza e la fragilità dell’esistenza a consentirle questo continuo rimando all’eterno: una devozione alla vita e al dolore che accompagna ogni vissuto come strada per scorgere il sovraumano.

Il corpo diventa allora limite al di là del quale la poeta è costretta a restare, ossia una soglia che apre all’infinito ma che ci getta indietro, non permettendoci di oltrepassare.

Ma è qui che si svela la tensione, che si apre l’imperituro: «l’arco infallibile di una voce poetica libera il suo portento solo grazie alla ferita che l’accompagna» (9).

Tra la vita e la morte, tra il corpo e lo spirito, tra il gesto e la parola.

Così si articola la tensione creatrice della Campo quando, riprendendo le parole di Maria Zambrano sottolinea, ancora una volta, quella tensione mistica tra corpo e spirito. Non solo la lingua mostra e disvela, ma trasfigura, permette il passaggio, trasforma

La parola si offre ancora una volta come tramite, perché ricuce lo squarcio tra la vita e la morte:

«perché mi sto dando come se stessi già morendo, e il fatto è che bisogna morire molte volte per resuscitare, e io credo nella resurrezione, non in quella dei morti, ma in quella della carne, (…) perché bisogna consumarsi per convertirsi in corpo luminoso». (10)

La raccolta di saggi su Cristina Campo mette in luce una sovrabbondanza infiammabile che emerge nelle parole della scrittrice, una eccedenza che restituisce mondi, universi finiti e infiniti, interminabili tensioni e trasformazioni in un viaggio che attraversa l’incompiutezza dell’anima umana verso il suo destino.

Grazie Mimesis Edizioni!

Zamboni Chiara (a cura di), Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile, Mimesis Edizioni, Milano, 2023

  1. Cfr. Zamboni Chiara, Cristina Campo e la mistica iraniana, in Zamboni Chiara (a cura di), Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile, Mimesis Edizioni, Milano, 2023, p. 99
  2. Ibidem
  3. Cristina Campo, Diario bizantino, in Ead., La Tigre Assenza, a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, Milano 1991, p. 45
  4. Tommasi Wanda, La fiaba, tessitura dell’invisibile, in Zamboni Chiara (a cura di),Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile, Mimesis Edizioni, Milano, 2023, p. 23
  5. Ivi, p. 16
  6. Ibidem
  7. Cfr. Nasti Francesco, Cristina Campo: una vocazione e le sue forme, in Zamboni Chiara (a cura di),Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile, Mimesis Edizioni, Milano, 2023, p. 28
  8. Cfr. Farnetti Monica, “Quella era un genio, mi pare.. debbo parlarne”. Cristina Campo legge Gaspara Stampa, in Zamboni Chiara (a cura di),Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile, Mimesis Edizioni, Milano, 2023, p. 44
  9. Ivi, p. 50
  10. Ivi, p. 54-55