Il pericolo di un’unica storia: la lezione di Chimamanda Ngozi Adichie

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In un’epoca come la nostra, regnata da Internet e da informazioni che viaggiano alla velocità della luce, un discorso come Il pericolo di un’unica storia di Chimamanda Ngozi Adichie, tenuto nel 2009 durante una conferenza TED, risuona chiaramente (1).

Mi sono sentita sin da subito molto vicina alla sua urgenza ed esigenza di condannare l’univocità delle storie e dei pensieri: la scrittrice e attivista nigeriana, infatti, ci porta a riflettere su tutte le insidie insite nel ridurre persone, culture e società a monoliti narrativi.

Il discorso invita, cioè, a una riflessione profonda sull’importanza di moltiplicare le prospettive per arricchire la nostra comprensione del mondo.

Il discorso Il pericolo di un’unica storia attinge da esperienze vissute in prima persona dalla scrittrice, mostrando come la narrazione dominante, se non sfidata, possa diventare un meccanismo di potere che limita e condiziona.

Adichie racconta di come, da bambina, le storie che leggeva, ovvero opere prevalentemente di autori occidentali con personaggi occidentali e bianchi, abbiano modellato la sua percezione del mondo, inducendola a credere in una realtà in cui le esperienze africane erano marginali, se non assenti.

Sin da piccola, infatti, legge molto, ma i libri a sua disposizione sono solamente quelli destinati a un pubblico di bambini inglesi e americani.

Qual è la conseguenza di ciò?

Avere a disposizione storie univoche, con personaggi sempre uguali, l’ha portata, quando ha iniziato lei stessa a scrivere a circa sette anni, a elaborare storie come quelle che, in precedenza, leggeva. 

«Tutti i miei personaggi erano bianchi, con gli occhi azzurri. Giocavano nella neve. Mangiavano mele. E parlavano molto del tempo, di quanto era bello che fosse uscito il sole. Ora, questo nonostante io vivessi in Nigeria. Non ero mai uscita dalla Nigeria. Non c’era la neve. Mangiavamo manghi. E non parlavamo mai del tempo, perché non c’era bisogno. I miei personaggi bevevano anche molte birre allo zenzero perché i personaggi, nei libri britannici che leggevo, bevevano birra allo zenzero. Peccato non avessi idea di cosa fosse una birra allo zenzero!» (2)

Si era, dunque, convinta che i personaggi delle storie dovessero essere stranieri e che lei dovesse raccontare vicende da lei lontane in cui non poteva in alcun modo identificarsi. Questa situazione è cambiata, però, quando è entrata a contatto con scrittori come Chinua Achebe e Camara Laye, che raccontavano invece un mondo che Chimamanda conosceva. 

Il problema della “storia unica” non si è limitato all’infanzia dell’autrice nigeriana: quando si è trasferita negli Stati Uniti si è resa conto del fatto che la sua coinquilina aveva un’unica storia dell’Africa, così come la maggior parte di noi occidentali.

La coinquilina si è infatti stupita nel momento in cui ha visto che Chimamanda conosceva molto bene l’inglese poiché non sapeva che la lingua ufficiale della Nigeria è proprio l’inglese; si è sorpresa anche quando ha scoperto che Chimamanda non ascoltava musica tribale bensì Mariah Carey.

La visione che aveva di tutta l’Africa era una e una sola, ed era una storia fatta di catastrofi i cui personaggi non potevano in alcun modo assomigliarle.

Questo è l’errore di molti occidentali che pensano all’Africa come a un Paese, e non come a un continente, e lo riducono a una visione monolitica composta da 

«bei paesaggi, begli animali, e persone incomprensibili, che combattevano guerre senza senso, che morivano di povertà e AIDS, incapaci di far sentire la propria voce, in attesa di essere salvati da uno straniero, bianco e gentile».(3)

Questa unicità narrativa non solo riduce l’altro a oggetto di pietà, ma nega anche la ricchezza e la varietà delle esperienze umane al di fuori dell’Occidente.

Si tratta ovviamente di un problema, e di un pericolo, che non riguarda solamente l’Africa ma che coinvolge chiunque e coinvolge diverse storie. Storia unica, per esempio, è anche quella alla base dell’opinione comune per cui gli scrittori devono aver avuto un’infanzia difficile per avere successo.

Chimamanda però, per esempio, non pensa di aver avuto un’infanzia triste e, anzi, la ricorda piena di risate e di amore nella sua felice famiglia. Riconosce che ci fossero non pochi problemi, soprattutto per quanto riguardava i regimi militari e la guerra, eppure ritiene che le storie che la hanno resa come è adesso non siano state storie totalmente negative. 

Credere che esista un’unica storia, come nei casi precedentemente citati, crea stereotipi che sono, per definizione, incompleti.

Al contrario, come proposto dall’attivismo di Adichie, bisogna promuovere con forza l’idea che ogni persona e ogni cultura possiedano una molteplicità di storie. Queste molteplici storie, se ascoltate e condivise, possono diventare ponti che uniscono mondi apparentemente lontani, promuovendo un’intesa più profonda e, soprattutto, un rispetto reciproco.

La minaccia di una storia univoca, infatti, non risiede soltanto nella creazione di stereotipi, ma nella loro capacità di diventare l’unica lente attraverso cui vediamo le altre persone. Questa riduzione non solo impoverisce chi ascolta, ma soprattutto chi viene raccontato, sottraendo la sua umanità complessa e le sue molteplici identità. 

La soluzione proposta da Adichie è tanto semplice quanto rivoluzionaria: ascoltare e valorizzare una diversità di narrazioni.

Solo attraverso un autentico impegno nel cercare e comprendere storie diverse dalla nostra possiamo sperare di costruire un mondo più giusto ed empatico. Questo processo di ascolto e condivisione, però, richiede un impegno attivo, una volontà di metterci in discussione e di superare le nostre pre-concezioni, che a volte sono ben più radicate di quanto potremmo pensare.

La scrittrice americana Alice Walker, parlando dei suoi parenti del sud che si erano trasferiti al nord, scriveva «Stavano seduti, leggendo il libro da soli, ascoltando me leggere il libro, e in qualche modo, avevamo riconquistato una sorta di paradiso». (4)

Anche io, come scrive Adichie, mi auguro che si possa sempre più respingere la storia unica per sviluppare una maggiore consapevolezza di pensiero e rendersi conto che non esiste mai una storia sola riguardo a nessun luogo e a nessuna persona. Solo così potremo riconquistare una sorta di paradiso.

  1. Chimamanda Ngozi Adichie: The danger of a single story | TED – YouTube 
  2. ibidem
  3. ibidem
  4. ibidem