Noi, animali

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È evidente a tuttə, oramai, che l’essere umano ha lasciato un’impronta indelebile sul mondo che lo circonda: ha modificato tutto – volontariamente o meno – creando un pianeta a sua misura.

Ha accelerato il cambiamento climatico, ha fatto crescere a dismisura determinate specie animali e/o vegetali, ne ha cacciate alcune o ha cambiato il loro habitat naturale sino all’estinzione.
Ha portato animali in terre remote, nelle quali essi prima non esistevano.
Ha costruito strade, abbattuto alberi, creato macchine, navi, aeroplani, case, centri commerciali, industrie, occupando anche i territori più lontani.

La Terra ormai è a nostra immagine e somiglianza, è tutto costruito per noi, per i nostri scopi, perché da noi venga usato per migliorare o mantenere la nostra qualità di vita, a discapito di tutti gli altri esseri viventi.

L’essere umano ha l’impressione che tutto esista per lui.

Gli uomini e le donne stanno consumando il pianeta Terra e, se fino ad una trentina di anni fa questo fatto non destava più di tanto le nostre preoccupazioni, oggi sì, decisamente. Con le sue manie di grandezza, l’essere umano ha creato tutte le premesse per un mutamento profondo del nostro pianeta e per la sua stessa scomparsa.

Noi, animali ci aiuta a ridimensionare la nostra posizione di superiorità, ricordandoci che siamo animali esattamente come tutte le tigri che sfruttiamo nei circhi, gli elefanti da cui ricaviamo l’avorio, i maiali e le mucche di cui ci nutriamo e gli uccelli a cui spariamo per hobby.

In questo libro interessantissimo e ben scritto, l’autrice Melanie Challenger ci ricorda come molte cose che riteniamo uniche dell’uomo, come l’amore materno, la compassione, la generosità, la musica, l’arte abbiano in realtà origine nel nostro corpo, in processi neurali, in variazioni ormonali; quel corpo che filosofia e religione hanno sempre cercato di eliminare, puntando tutto sull’anima, concependola come qualcosa di trascendentale, che ci rende simili a dei.

Perché l’essere umano ha dimenticato di essere un animale e di essere prima di tutto (e non secondariamente) un corpo?

Ecco che Challenger ci da una risposta affascinante e profondamente filosofica.

Fondamentalmente, il corpo – con il suo mutare, il suo ammalarsi e il suo invecchiare – ci ricorda in modo prepotente la morte. La morte è un pensiero che fa estremamente paura all’essere umano, perché è qualcosa che sfugge al nostro potere.

Gli uomini e le donne hanno un «sentimento comprensibile di controllo» (1) e l’essere animali e, di conseguenza, finiti, è difficile da accettare.

Non solo la morte, ma anche la nascita di una vita ci ricorda violentemente la nostra vera natura.

Ecco perché – sostiene Challenger – il patriarcato sorveglia i corpi femminili: perché generano la vita. La nascita, come la morte, è un evento difficile da controllare e, di conseguenza, il corpo delle donne è ed è stato a lungo dominato e normato.

La morte e l’inizio di una vita sono eventi incontrollabili e, come tali, ci spaventano perché ci ricordano che «siamo fatti di sostanza organica ed elettricità e possiamo essere mangiati, feriti e dissolverci nella fisica misteriosa dell’universo» (2).

Se ci rendiamo conto di ciò, secondo la studiosa, forse smetteremo di sfruttare il pianeta mettendo a rischio tutte le forme di vita.

Ciò non dovrà portarci necessariamente a dar loro un valore intrinseco, perché forse è un concetto arbitrario e troppo umano (però… perché no?), ma può, comunque, essere utile per iniziare a tenere «in considerazione i loro sentimenti, le loro sensazioni, l’intelligenza e le intenzioni delle altre vite intorno a noi» (3).

Per questo, dovremmo smettere di aver paura della nostra parte animale.

Per quanto la medicina abbia fatto progressi e l’età media si sia notevolmente allungata, non siamo ancora in grado di arrestare l’invecchiamento e di vivere in eterno. Il nostro corpo ci presenta il conto, sempre, prima o poi.

Per arricchirci, quindi, dovremmo iniziare a comprendere l’eccezionalità di tutte le forme di vita.

È vero, sostiene Challenger, «le nostre caratteristiche ci regalano una varietà incredibile di comportamenti, ma questa versatilità e resilienza non annienta la nostra vita animale» (4).

Anzi, sembra dirci la studiosa in certi passaggi di grande poesia, per conoscere meglio noi stessə – scopo primario di filosofia e religioni sin dagli esordi – dovremmo riscoprire la nostra parte animale e «trovare il nostro posto in mezzo alle altre creature» (5). Questo non ci toglierebbe nulla, per buona pace di filosofə e teologə, anzi, ci renderebbe più completə, ci renderebbe più autenticamente noi.

Sarà una rivoluzione e una piacevole (ri)scoperta, da cominciare proprio leggendo Noi, animali di Melanie Challenger.

Grazie Edizioni Sonda!

M.Challenger, Noi, animali. Una nuova storia dell’umanità, prima che sia troppo tardi, trad. M. Clerici, Edizioni Sonda, Milano, 2022.

(1) Ivi, p.153.

(2) Ivi, p.12.

(3) Ivi, p.187.

(4) Ibidem.

(5) Ibidem.