Simone Weil: una vita controcorrente

Simone Weil

Simone Weil ha fatto della sua filosofia la propria vita e viceversa. Nella sua breve esistenza, è riuscita a condensare così tante esperienze e situazioni da lasciare un segno assolutamente indelebile nella storia, dimostrando quanto la poliedricità sia affascinante. Weil è stata una marxista, un’anarco-sindacalista, una mistica, e tutti questi aspetti sono riflessi nella sua produzione scritta, tutt’altro che sistematica. Ma sicuramente il punto d’incontro di tutti gli episodi della sua vita e dei i suoi pensieri è questo: Weil è stata sempre dalla parte dei più deboli.


Nata a Parigi da una benestante famiglia ebrea, quando inizia a studiare all’École normale di Parigi nel 1928 è l’unica donna della sua classe.


Il suo preside la soprannomina “imperativo categorico in gonnella”, per il rigore morale che la distingueva dagli altri giovani studenti. Dopo essersi laureata con una tesi su Cartesio, la Weil inizia a insegnare al liceo, ma la sua esperienza dietro la cattedra viene interrotta dopo pochi anni. La filosofa si era infatti sempre interessata dei disagi della classe operaia – a soli dieci anni si era definita bolscevica e alla sua prima esperienza di insegnamento, a Le Puy, aveva distribuito il suo stipendio ai lavoratori in sciopero – e ora desidera viverli sulla pelle. Decide così di lavorare in due fabbriche parigine per dodici mesi tra il 1934 e il 1935.

Quest’esperienza sarà fondamentale per la scrittura di uno dei testi più importanti della sua produzione, pubblicato postumo come molti altri, ovvero Riflessione sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale. In questo scritto la filosofa non ha paura di criticare la scientificità del marxismo, pur riconoscendo che da questo va tratto un insegnamento fondamentale, ovvero che l’oppressione esiste in quanto ha una funzione sociale nei rapporti di produzione. L’oppressione deriva dalla forza, ma prevede anche delle condizioni materiali: i privilegi e la lotta per il potere. È proprio quest’ultima che porta all’idea della sostituzione dei fini con i mezzi, permettendo di desiderare un’espansione illimitata del potere stesso.


In cosa consisterà allora una società libera, priva di oppressione?


Questa non sarà la società priva di necessità, dove al desiderio corrisponde la soddisfazione dello stesso, ma quella in cui il pensiero corrisponde all’azione. L’uomo è veramente libero quando premette alla sua azione un giudizio preliminare. Ma se Marx ha insegnato che la società va considerata in base alle sue condizioni materiali, allora la società ideale elaborata da Weil è quella in cui il pensiero è sempre presente in ogni momento del lavoro, perché solo così l’uomo non è alienato in quanto non è ridotto a un mezzo, solo così il lavoro è fonte di soddisfazione.

Nonostante il suo professato pacifismo, nel 1936 la filosofa deciderà di partire per la Spagna per prendere parte alla guerra civile, ma sarà costretta a tornare per motivi di salute. Da questo momento in poi viaggerà molto, sia in Svizzera che in Italia, per curarsi e queste esperienze saranno fondamentali anche per il suo avvicinamento alla spiritualità. Nonostante l’origine ebrea della famiglia, Weil era stata cresciuta come agnostica. Tuttavia, dopo una serie di episodi straordinari, come l’estasi religiosa vissuta in una basilica ad Assisi, inizia a parlare sempre di più di misticismo e spiritualità nei suoi scritti.


Weil rifunzionalizza in maniera positiva il pensiero nietzschiano secondo cui il cristianesimo sarebbe la religione degli schiavi, perché ciò significa che è la religione propria anche degli schiavi del suo tempo, ovvero gli operai.


Ma anche in ambito spirituale questa filosofa riesce a distaccarsi dal pensiero dominante, elaborando una propria visione personale della religione cattolica, presente nei diversi testi che compone sull’argomento, come Lettera a un religioso, o gli scritti raccolti in Attesa di Dio e in L’amore di Dio. Weil sostiene che il cattolicesimo abbia fallito nella sua pretesa universale, essendo determinato da elementi come il battesimo che servono proprio a separare i cattolici da tutti gli altri. Questa religione dovrebbe essere invece rivolta a chiunque, in quanto Dio non può che aver predisposto la possibilità di redenzione per tutti gli uomini.

Anche in quest’ambito risalta dunque la dedizione di Weil per l’aspetto comunitario della vita: l’uomo è chiamato all’eternità se rispetta il suo prossimo, vedendolo sempre come un fine in se stesso e mai come un mezzo. Credere in Dio non significherà quindi lasciarsi andare alla riflessione sul soprannaturale, per definizione inaccessibile al pensiero finito degli uomini, ma credere che la realtà non sia nient’altro che amore e comportarsi di conseguenza.


Sullo stesso piano della dimensione collettiva della religione c’è però anche quella individualistica.


Interessata al misticismo, Weil sostiene che l’accesso alla verità sia possibile solo tramite il nostro pensiero, e credere in Dio presuppone la dimensione dell’Attesa. Questa prevede che si lasci infatti ogni altra occupazione per dedicarsi completamente ad aspettare ciò che dovrà venire. Anche per questo la filosofa sostiene che ogni religione sia quella vera, in quanto ogni religione lo diventa nel momento in cui mi dedico soltanto a questa con il pensiero.

Nel frattempo, Weil non smette mai di dedicarsi alla riflessione politica, essendo anche costretta a scappare a Marsiglia per le persecuzioni naziste. Del 1940 è Le origini dell’hitlerismo, dove la filosofa racconta come il desiderio di dominio universale risalga addirittura all’Impero Romano, in cui erano già presenti l’esaltazione della razza o diversi meccanismi di coercizione. Poco prima della morte, Simone Weil compone anche Manifesto per la soppressione dei partiti politici, dove dimostra ancora una volta il proprio distacco da tutto ciò che è istituzionalizzato. I partiti vengono individuati come qualcosa di essenzialmente negativo, perché con la loro presenza le persone devono prendere delle scelte solo sui membri che li compongono, non prendendo allora delle decisioni veramente politiche. Immaginare dunque una società in cui tutti possano essere partecipi non è facile, ma questa dovrebbe essere priva delle organizzazioni partitiche.


Weil muore a soli trentaquattro anni nel 1943 di arresto cardiaco, dovuto anche alle privazioni che si è autoimposta.


Sarà Albert Camus a divulgare originariamente la maggior parte dei suoi scritti, dando inizio a un percorso di apprezzamento della produzione di questa filosofa, che sarà invece conosciuta in Italia grazie a Adriano Olivetti. Da subito Weil è stata ammirata per il suo pensiero stratificato e sfaccettato, per il suo interesse verso la collettività e per la singolarità delle sue idee. Basti pensare che tutti coloro i quali aveva criticato, hanno sempre dovuto riconoscere la sua grandezza, nonostante la differenza di vedute. Simone Weil ha insegnato alle donne, come a chiunque altro, di difendere sempre i propri pensieri, e di impegnarsi attivamente per cambiare la società laddove la si ritenga ingiusta, così come ha insegnato che una società ingiusta è quella in cui anche un solo individuo non è libero.





Bibliografia consultata:

Simone Pétrement, La vita di Simone Weil, traduzione di Efrem Cierlini, a cura di Maria Concetta Sala, Milano, Adelphi, 1994.

G. Fiori, Simone Weil: biografia di un pensiero, Milano, Garzanti, 1990.

Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, a cura di Giancarlo Gaeta, Milano, Adelphi, 1983.

Simone Weil, Attesa di Dio, a cura di Maria Concetta Sala, Milano, Adelphi, 2008.

Simone Weil, L’amore di Dio, Cinisello Balsamo, San Paolo edizioni, 2013.

Simone Weil, Le origini dell’hitlerismo, a cura di Roberto Revello, Sesto San Giovanni, Meltemi, 2017.

Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, a cura di Fabio Regattin, Roma, Castelvecchi, 2020.

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