LA STAMPA È DEI MASCHI: Intervista al collettivo Espulse

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ESPULSE è un collettivo di giornaliste, scrittrici, fotografe, videomaker e attiviste che indaga il problema delle molestie sessuali e degli abusi di potere nel mondo del giornalismo italiano. Il lavoro portato avanti da queste donne sta avendo un impatto significativo per combattere queste ingiustizie nel mondo del lavoro italiano e alcuni obiettivi sono stati già raggiunti: nel 2024, infatti, è stato approvato un nuovo Codice etico e di comportamento nelle scuole di giornalismo da parte dell’Ordine dei Giornalisti. Oggi approfondiamo con loro l’impatto del lavoro che stanno facendo e le prospettive future di Espulse.

Grazie, innanzitutto, per avere accettato quest’intervista per Filosofemme e grazie per il lavoro che fate quotidianamente. Vorrei partire con voi dall’inizio del vostro progetto: come è nato il collettivo ESPULSE e qual è stato il momento in cui avete capito che era necessario portare avanti inchieste simili?

Alessia: Il collettivo è nato nel luglio 2023 con il preciso intento di indagare il problema delle molestie sessuali e degli abusi di potere nel mondo del giornalismo italiano. Dopo aver assistito al lavoro svolto dal collettivo REB, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di concentrarci sul nostro settore. Le molestie, i ricatti, gli abusi e le discriminazioni sessuali nel mondo del giornalismo sono ancora un tabù, continuano a rappresentare un duplice danno: in primis contro le singole giornaliste e poi come status quo nelle redazioni per tenere le donne – soprattutto quelle che non si adeguano al sistema dominante – lontane dai posti di comando.

La vostra prima inchiesta “Voi con queste gonnelline mi provocate” ha raccolto 239 testimonianze su molestie e discriminazioni nei master di giornalismo. Quali sono stati i principali ostacoli nel raccogliere queste testimonianze e quali, invece, le conclusioni tratte?

Roberta: Abbiamo incontrato diversi casi di ragazze o ragazzi che hanno preferito non raccontare quanto successo perché ci sono ancora diversi fattori che inducono chi subisce molestie a non esporsi. Non è stato facile per le nostre fonti, che fanno le giornaliste o i giornalisti, aprirsi di fronte a una collega che non conoscevano.

Chi subisce molestie sessuali nella maggior parte dei casi tende a mantenere il silenzio per diversi motivi: scarsa consapevolezza della gravità dell’offesa, senso di vergogna e timore di ritorsioni sul lungo periodo. Le nostre fonti hanno provato sensi di colpa. Hanno avuto paura delle conseguenze di una loro eventuale denuncia. Hanno pensato che non sarebbero state credute. Alcune hanno normalizzato la situazione perché si crede, come alcune hanno spiegato, che “il mondo funzioni così”.

Per quanto riguarda le conclusioni: da febbraio 2024, abbiamo intervistato 239 studentesse e studenti e quattro fonti interne ai dieci master di giornalismo attivi riconosciuti dall’Ordine. La metà delle persone sentite ha riferito di aver assistito o saputo di molestie sessuali e verbali, tentate violenze sessuali, atti persecutori, stalking, ricatti e discriminazioni di genere. Un terzo delle alunne ha descritto nel dettaglio, con nomi e cognomi, gli abusi subiti. Oltre ai racconti, ci hanno fornito screenshot, e-mail, documenti e video. Nessuna delle persone che abbiamo sentito ha sporto denuncia per ciò che ha subito.

Vi chiedo ora: qual è stata la reazione delle istituzioni e delle scuole di giornalismo alla pubblicazione dell’inchiesta? Avete trovato opposizioni?

Roberta: Durante l’inchiesta abbiamo contattato tutti gli enti coinvolti per un confronto sulle testimonianze che abbiamo raccolto. Tutte le scuole di giornalismo hanno accolto la nostra richiesta di confronto, la stragrande maggioranza con incontri che hanno richiesto una disponibilità di tempo non scontata.

Crediamo che questo sia un buon segnale perché dimostra che, nonostante quel che è emerso dalla nostra inchiesta, esiste la possibilità di un cambiamento al quale tutti e tutte possono contribuire. Di fronte al racconto delle testimonianze che abbiamo raccolto, li abbiamo visti sorpresi e molto dispiaciuti: erano sicuri di lavorare con persone di cui potersi assolutamente fidare. C’è è stato da parte di tutti l’impegno a migliorare le cose, monitorare la situazione e a lavorare ulteriormente sulla prevenzione.

Poco dopo l’uscita della nostra inchiesta l’Ordine nazionale dei giornalisti ha convocato tutti i direttori e le direttrici delle scuole per parlare del tema e ha pubblicato un Codice etico e di comportamento delle scuole di giornalismo

La vostra inchiesta ha portato appunto all’approvazione di un nuovo Codice etico nelle scuole di giornalismo. Come valutate questo risultato? Sicuramente è un primo piccolo grande passo, quali sono i prossimi?

Roberta: Nonostante si tratti di un documento con diversi punti critici, pensiamo sia comunque qualcosa e segni un passo in una direzione diversa rispetto a quando abbiamo iniziato la nostra inchiesta. Dopo l’uscita dell’inchiesta, abbiamo continuato a ricevere testimonianze, soprattutto dal mondo delle redazioni. Per raccoglierle abbiamo creato un questionario ad hoc dove è possibile raccontare in forma anonima la propria storia. Ogni testimonianza sarà poi vagliata attraverso un’attenta procedura di fact-checking. 

Il nostro prossimo obiettivo è realizzare una seconda parte dell’inchiesta, ma concentrandoci sulle redazioni. Abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding per poterla realizzare: in tre mesi siamo riuscite a raccogliere cinquemila euro. Anche la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che nel 2019 si è occupata del problema delle molestie nel mondo del giornalismo italiano, ha sostenuto il progetto con una donazione a parte.

Vogliamo continuare a fare giornalismo d’inchiesta di qualità e soprattutto vogliamo un giornalismo libero da molestie sessuali, discriminazioni di genere e abusi di potere, dove l’informazione sia davvero plurale e inclusiva e le giornaliste che hanno subito le conseguenze di questo sistema non si sentano più sole. 

Avete notato cambiamenti concreti nelle redazioni o nelle scuole dopo la pubblicazione dell’inchiesta?

Roberta: Stiamo monitorando la situazione nelle scuole per vedere quale è stato e sarà l’impatto sia dell’inchiesta che della pubblicazione del nuovo Codice, ma è ancora presto per arrivare a conclusioni. 

Ora una domanda per aiutare le persone interessate a contribuire o supportare il vostro lavoro: come possono farlo?

Alessia: Il crowdfunding è chiuso, ma le persone possono continuare a sostenere il nostro lavoro a questo link. Anche il nostro questionario resta aperto alle persone che vorranno condividere la loro esperienza con noi (possono farlo anche alla mail lastampadeimaschi@gmail.com). 

Sostenerci è fondamentale per tanti motivi: perché conosciamo il mondo dei media in Italia e i suoi problemi in prima persona e siamo qui per cambiarlo; perché rappresentiamo un segmento del settore – quello dei giornalisti freelance – che, nel 75% dei casi, non supera i cinquemila euro l’anno di fatturato. Il nostro lavoro ha già avuto risonanza e un impatto concreto nel mondo dei media italiani e ora abbiamo bisogno del contributo di quante più persone possibili per continuare a farlo.

E, infine, un messaggio che vorreste trasmettere alle giovani giornaliste che si affacciano ora a questo mondo?

Roberta: In un mondo precario e competitivo, la vera rivoluzione è la collaborazione. Nel nostro caso, l’unione ha fatto la forza: credo che nessuna di noi sarebbe riuscita a condurre questa inchiesta da sola, sia per l’impatto psicologico che ha che per la mole di lavoro da gestire. Come giornaliste, abbiamo bisogno di creare reti, sia personali che professionali, per sopravvivere in un settore patriarcale e nepotista. E ricordare che il sistema è così, ma può cambiare. Anzi, deve. 

Grazie!

Per contattare il collettivo ESPULSE, potete utilizzare i seguenti canali:

Sito: Espulse. – La stampa è dei maschi 

Mail: lastampadeimaschi@gmail.com

Instagram: @espulse_lastampadeimaschi
Linkedin: Espulse.