Tutta nostra la città. Prospettive trans*femministequeer per sovvertire lo spazio urbano – Intervista a Elisa Venturini

Elisa Venturini (she/they) è dottoranda in Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona e fa parte del Centro di Ricerca PoliTesSe – Politiche e Teorie sulla Sessualità.
Il suo progetto di ricerca interroga la città in relazione a una concezione identitaria – nazionalista, familista, eterocisnormativa, razzista e patriarcale – della cittadinanza democratica. Contamina la teoria con la prassi militante, attraversando soprattutto la collettiva trans*femministaqueer della provincia sud-est milanese Liber*Tutt*.
In questo testo (Asterisco, 2025), Elisa Venturini – assumendo una prospettiva trans*femminista, queer, antirazzista e intersezionale – smaschera i meccanismi escludenti, di controllo e securitari della città contemporanea per tracciare nuove geografie di resistenza e immaginare, a partire dall’oggi, una città radicalmente altra. Quali meccanismi di potere attraversano la città? Chi gode pienamente del “diritto alla città” e chi ne rimane esclusə? Quali dinamiche normative disciplinano i nostri corpi nel tessuto urbano?
1) Com’è nato il tuo interesse filosofico per lo spazio urbano come dispositivo biopolitico? In che modo la tua esperienza nella provincia milanese e la militanza nella collettiva trans*femministaqueeer Liber* Tutt* hanno alimentato questa riflessione teorica?
Il motore che mi ha portata a provare a interrogare politicamente e filosoficamente lo spazio urbano è legato a un’esperienza estremamente situata, incarnata, collettiva: l’essere nata e cresciuta in un contesto di provincia, nel sud-est milanese, e precisamente a San Donato (una delle più importanti company-town d’Italia, che deve il suo sviluppo urbanistico all’Eni, una città che incorpora materialmente le forti differenze di classe che esistono al suo interno). Un contesto dalla mentalità prevalentemente spostata a centro-sinistra (ma di quel centro-sinistra borghese e cattolico che, negli ultimi anni, ha sempre di più inforcato una retorica securitaria), in cui ti senti perennemente osservatə ma perlopiù non vistə – reminiscenza del panopticon benthamiano? – perché tuttə si conosce ma ognunə si tiene a distanza; un posto dall’identità piuttosto consolidata e, allo stesso tempo, un non-luogo e un grande quartiere residenziale, ma soprattutto un contesto fortemente machista ed eterocisnormativo dove è facile sentirsi la scomoda “femminista guastafeste”, come direbbe Sara Ahmed (1), o “l’unica persona queer in città”. San Donato è, però, anche un luogo nel quale è stato possibile intessere reti affettive e politiche inaspettate, a partire dalla condivisione di un senso di non-appartenenza e del desiderio di non voler scappare sempre nella grande Città (Milano), di cui cogliamo le opportunità ma osserviamo le storture. Da questa consapevolezza – cioè che il sentirsi “fuori luogo” o “impreviste” a casa propria potesse essere assunto e rivendicato per provare a rifare il luogo altrimenti – abbiamo fondato, nel 2018, la collettiva trans*femministaqueer Liber*Tutt*. Lo spazio come dispositivo biopolitico (così come la mancanza di spazi politici liberati in provincia), in quanto donne/* e in quanto froce, è quindi sempre stato un “tema” per noi: un tema che ci si è parato di fronte e sul quale abbiamo lavorato politicamente, prima per necessità e infine per scelta. È a partire da questo percorso che mi sono poi trovata a indagare individualmente e da una postura filosofico-politica il problema dello spazio urbano, nel momento in cui si è incrociato con il mio percorso di studi, prima a Milano e poi a Verona: città, quest’ultima, nella quale ho potuto mettere alla prova e allargare la riflessione che già stavo/stavamo conducendo portandola all’interno del Laboratorio Genere, Sessualità, Politica che Lorenzo Bernini (che è stato mio relatore di tesi e che ora è mio tutor di Dottorato) conduce all’Università di Verona, così come racconta lui stesso nell’introduzione al libro.
2) Il presupposto filosofico che attraversa il libro è la tensione foucaultiana tra potere e resistenza applicata allo spazio urbano. Se il potere si dirama nel tessuto cittadino attraverso pratiche di repressione, controllo ed esclusione, esso stesso genera inevitabilmente le condizioni della sua dissidenza. In questo scenario, quali margini di agency conserva l’individuo? Le eterotopie politiche che analizzi – dalle occupazioni agli hackeraggi, dalle incursioni artistiche alle pratiche di riappropriazione – possono diventare contro-paradigmi per ripensare la città? E più in generale, in che misura ritieni che la filosofia possa oggi funzionare come strumento di trasformazione sociale diretta?
Per Foucault (2) – che metodologicamente è l’autore che orienta l’analisi filosofica del libro – il potere (con la p minuscola) va concettualizzato come qualcosa di intrinsecamente presente nelle nostre società, che non si struttura solo verticalmente (dall’alto verso il basso) né si trova localizzato esclusivamente nelle grandi istituzioni (lo Stato democratico, la Nazione, l’esercito, le carceri) ma agisce in modo diffuso, reticolare e pervasivo, dando forma ai campi d’azione possibili e producendo le nostre stesse soggettività. Per questa ragione, secondo il filosofo francese, esso si dà sempre in una “dialettica con la libertà”, e potere/resistenza vanno pertanto indagati come due forze irriducibilmente in tensione, come un binomio che non può essere appiattito su nessuno dei due termini. Se questo, da una parte, significa che, per Foucault, «siamo sempre presi dentro le maglie del potere», e dunque non è mai definitivamente possibile sottrarsene perché – come invece direbbe Butler (3) – «siamo tuttə artefici del potere che subiamo», dall’altra significa che la possibilità di resistenza (e non di una grande e definitiva Rivolta/Rivoluzione) è sempre immanente e percorribile, sebbene in modo plurale, transitorio, temporaneo e localizzato.
Questa riflessione, applicata alla spazio urbano, concettualizzato sempre sulla scia di Foucault come “dispositivo biopolitico” (ovvero come un insieme di strutture architettoniche, impianti urbanistici, provvedimenti legislativi, discorsi culturali attraverso il quale la vita della popolazione viene governata), comporta il leggere la città non soltanto quale “ambiente” che esclude, controlla e normalizza ma anche come soggetto/oggetto che può essere contestato, sovvertito e riscritto a seconda degli usi e dei comportamenti che vi immettiamo. È ciò che hanno sempre fatto i movimenti sociali e politici, in generale, ed è anche ciò che hanno sempre fatto i collettivi trans*femministi e queer le cui pratiche storiche e attuali (dalle occupazioni ai riusi, dagli hackeraggi tecnologici alle azioni artistico-performative), sono al centro di questo libro: in una tensione critica e insieme produttiva volta non solo a contestare i paradigmi (escludenti, securitari, normativi) che ispirano la progettazione e il governo delle città occidentali contemporanee ma, allo stesso tempo, a provare a immettervi, in senso trasformativo, nuovi contro-paradigmi che diano luogo a pratiche politiche eterotopiche e siano vicendevolmente da esse ispirati.
Per fare un esempio: nel contestare la marginalizzazione di certi corpi e soggettività dal dispositivo urbano e la concettualizzazione eterocismononormativa e neoliberalista sia della cura-care in ambito domestico e familiare, sia della cura-cure in ambito sanitario e ospedaliero, i collettivi trans*femministi e queer hanno, allo stesso tempo, messo in pratica i contro-paradigmi elaborati teoricamente (significando e risignificando il concetto stesso di “cura”, e calandolo nella prassi) attraverso la creazione di rifugi LGBTQIA+ e Houses, così come di consultorie e ambulatorie – dando materialmente e affettivamente corpo, dunque, alla “teoria” e all’analisi politica. In questo senso, il pensiero/movimento trans*femministaqueer si rivela una “ontologia dell’attualità”, per usare una formula foucaultiana: un pensiero che, a partire da un posizionamento politicamente minoritario ed esperienzialmente vissuto, non solo intende elaborare una diagnosi del presente (dei suoi mali, delle sue ingiustizie e “insanità”) ma anche provare a operare – nel qui e ora – una trasformazione. Un pensiero che cerca di tenere insieme teoria e prassi, senza dimostrare la prima con la seconda né giustificare la seconda nella prima, ma tenendo aperto e sullo stesso piano il circolo che nutre entrambi i termini.
3) Quale approccio metodologico ha guidato la scrittura di questo libro e orienta più in generale la tua ricerca? Come si rapporta alla tradizione filosofica – quali autorə e correnti di pensiero attraversa, e con quali strategie teoriche?
Disciplinarmente mi sono formata nel campo della filosofia politica e, metodologicamente, la voce di Foucault emerge su tutte le altre: è la postura che scelgo di ereditare per quanto riguarda, come dicevo, la concettualizzazione del potere/resistenza così come dello spazio urbano come dispositivo biopolitico. È uno sguardo, però, quello foucaultiano, che, per tenere largo e insieme specifico il campo di indagine, ho scelto di fare interagire con autorə altrə, a volte a Foucault contemporanei (come Henry Lefebvre), ma più spesso a lui successivi (come David Harvey o David Lyon) – dalle analisi dei primi due ho attinto, ad esempio, uno sguardo marxista sulla città anche contemporanea, mentre dal terzo una riflessione sulle società della sorveglianza, tecnologica e non solo). La questione della città è spesso poco frequentata in filosofia politica, soprattutto con uno sguardo complessivo ma intersezionale che tenga insieme genere/sessualità e, quando lo è nelle altre discipline che da tempo lavorano sul tema (in primis, gli studi urbani critici), spesso lo è in modo molto etnografico. Per questo ho provato a strutturare una cornice teorica e metodologica foucaultiana, che ho poi contaminato con autorə altrə provenienti da diversi campi disciplinari. E ho cercato di andare “oltre Foucault” – e con lui tutti i grandi pensatori maschi – attingendo anche al pensiero trans*femministaqueer, sia di importanti voci autoriali, sia di saperi prodotti dai movimento e dai collettivi (una mossa obliqua, un gioco a zig zag, quello del contaminare teoria “alta” e teoria “bassa” che vuole essere anche una presa di posizione teorico-politica).
4) Nel libro emerge un rapporto particolare con l’utopia: non come fuga dal presente ma come tensione trasformativa che abita il quotidiano. Quale città futura intravedi nelle pratiche di resistenza che analizzi? Come immagini che possano evolvere questi momenti di trasformazione urbana?
Nello scrivere il libro, mi sono confrontata con la grande tradizione filosofico-politica sull’utopia, in particolare con la rilettura che ne fanno Davina Cooper (4) e José Esteban Muñoz (5), che interpretano l’utopia alla stregua di un concetto “in movimento”, di un farsi all’interno di un presente “non ancora qui” e di un futuro che “sta per sorgere”, un processo che è sempre anche affettivo e politico (e non solo teorico) e che lavora nell’interstizio tra immaginazione e attualizzazione, disegnando delle mappe relazionali e ispirando sentimenti collettivi attraverso cui leggere la realtà, per poi provare a trasformarla. È facile ora (e in qualche senso lucidamente o analiticamente “giusto”), nel momento geopolitico ed economico in cui siamo – con il prevalere onnipervasivo delle logiche turbocapitaliste e gentrificatrici, l’avanzata sempre più prepotente delle destre, l’attacco al diritto a manifestare e gli sgomberi degli spazi sociali – farsi prendere da un sentimento di cinico realismo o arresa sfiducia. Mentre scrivo, si è appena conclusa la manifestazione nazionale contro lo sgombero del Leoncavallo a Milano, portata avanti al grido del “Questa città di chi pensi che sia?” e “Vogliamo una città per tutte e tutti”. Non so dire nitidamente che città futura io intraveda sorgere da queste resistenze urbane, ma credo che in questa tensione tra critica del presente e immaginazione di un futuro-altro stia il potenziale di disinnesco non solo delle logiche escludenti, controllanti e normalizzatrici reiterate nello e dallo spazio urbano, ma anche di quel sentimento di disillusione e impotenza che in qualche modo è impossibile non provare. E credo che la chiave di questo stia non solo lavorare sulla memoria e sull’archivio delle resistenze urbane che già ci sono state nelle città (e rendono possibile dire “qualcosa abbiamo già fatto”), ma anche sull’immaginazione, su un sentimento utopico di cui, forse, abbiamo di nuovo bisogno per dirci che qualcosa possiamo ancora fare. Delle utopie che siano però quotidiane – per dirla con Cooper –, cioè calata nel qui e nell’ora, e che allo stesso tempo rappresentino delle “eterotopie” – per dirla, invece, con Foucault: dei luoghi-altri che nel solo esserci, temporaneamente e localmente, e anche nei loro fallimenti, sovvertono tutto il resto, senza pretese di grandi visioni definitive e irrealizzabili perché, con le parole di Ruth Levitas (6), «non è difficile produrre mappe immaginarie del futuro, ma […] è difficile produrre mappe adeguate del presente che permettano immagini di un futuro connesso ma trasformato».
(1) S. Ahmed, Il manuale della femminista guastafeste, Fandango, Roma, 2024. Recensione qui https://www.filosofemme.it/2025/06/13/il-manuale-della-femminista-guastafeste/.
(2) M. Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità, Feltrinelli, Milano, 1978.
(3) J. Butler, La vita psichica del potere. Teorie del soggetto, Mimesis, Milano, 2013.
(4) D. Cooper, Utopie quotidiane. Il potere concettuale degli spazi sociali inventivi, ETS, Pisa, 2016.
(5) J. Esteban Muñoz, Cruising Utopia. L’orizzonte della futurità queer, NERO, Roma, 2021.
(6) R. Levitas, «The Future of Thinking about the Future» in Mapping the Futures. Local Culture, Global Change a cura di J. Bird, B. Curtis, T. Putnam, G. Robinson, L. Tucker, London, Routledge.
La rivoluzione al punto zero
13 Novembre 2025La gioia come resistenza
9 Novembre 2025C’era una volta il corpo
6 Novembre 2025
-
In forme. Intervista a Dolki Min
22 Ottobre 2025 -
Donne e gatti: un legame fatto di stereotipi
16 Settembre 2019 -
Identità e privilegio in Malcolm & Marie
17 Febbraio 2021
Filosofemme è un progetto che nasce dal desiderio di condividere la passione per la filosofia tramite la figura delle filosofe.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Privacy PolicyCookie Policy





